Il re svedese Gustavo II Adolfo non può credere ai suoi occhi. Dopo due anni di duro lavoro, ma soprattutto dopo aver investito ingenti quantità di denaro, può finalmente vedere quel gioiello di ingegneria navale prendere il largo.
Il varo è previsto per il 10 agosto 1628. Punto di partenza: il Castello “Tre Kronor”. La corte svedese nonché una folla di curiosi è assiepata sulle banchine per poter ammirare quell’enorme vascello. È alto 52 metri e lungo 69 con un peso di 1200 tonnellate. Un colosso dei mari che suscita curiosità ma incute anche timore. I suoi 64 cannoni lo rendono una temibile nave da guerra pronta a far parte della flotta della marina militare svedese.
Tutto perfetto se non fosse che il suo primo giorno di vita in mare sia anche l’ultimo. Il vascello cola a picco poco dopo aver lasciato il porto. Finisce in fondo al mare e resta lì per 333 anni finché un tecnico navale curioso e determinato non lo riscopre riportando in vita ed in superficie un pezzo di storia svedese. Questa è la storia del Vasa e del suo tragico epilogo.
Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.
Per chi mi segue su Instagram e sul sito sa che sono stato a Stoccolma. Il motivo principale della mia visita era proprio la nave Vasa. Da appassionato di storia per me quel relitto è una sorta di macchina del tempo. Vederlo dal vivo vuol dire riportare indietro l’orologio di almeno quattro secoli. Perché seppur logorato e incompleto, è ancora il vascello che il re Gustavo II Adolfo e i suoi sudditi videro affondare in mare quel 10 agosto del 1628. Ma cosa accadde quel giorno? Perché un gioiello non solo di ingegneria navale ma anche sul piano artistico, colò a picco così velocemente? Per saperne di più dobbiamo accendere anche noi quella macchina del tempo e tornare indietro di quattro secoli. In Svezia. A Stoccolma. Nel 1626.
Il protagonista è il re Gustavo II Adolfo del casato Vasa. Un casato che a quei tempi regna sulla Svezia e sulla Confederazione polacco-lituana. È proprio per conservare l’ordine nel Baltico che il re decide di commissionare la costruzione di una nave. Ma non una qualsiasi. È un re e sappiamo che i re amano fare le cose in grande. Con questa nave, che prenderà il nome di Regalskeppet Vasa (“Nave di Sua Maestà” o “Nave Reale”), si fanno le cose in grande per davvero. Una volta completato deve essere il più grande vascello esistente in quel momento. Deve essere l’emblema della ricchezza e potenza del casato svedese. Un emblema in grado di resistere ai venti contrari e alle cannonate nemiche.
Ci vogliono due anni. Dal 1626 al 1628 ingegneri, architetti, operai ed artisti, in tutto circa 400, realizzano un capolavoro. È in effetti la nave più grande esistente come aveva richiesto il re. Alcune caratteristiche: 52 metri di altezza; 69 di lunghezza; 1200 tonnellate di peso; 3 alberi; 10 vele; 64 cannoni.
Il re non solo vuol fare le cose in grande ma vuole mettere il naso in ogni fase della sua costruzione. Pur non avendo conoscenze di ingegneria navale interviene spesso richiedendo modifiche che lasciano perplessi carpentieri e apprendisti. Tra le pretese, la decisione di collocare artiglieria pesante su un doppio ponte di batteria, facendo sì che il Vasa eccedesse in peso sopra la linea di galleggiamento. Gli esperti del tempo sanno che qualsiasi novità richiede tempo, prove e sperimentazioni. Ma per il re il tempo è denaro e lui, di denaro, già ne ha speso troppo e non vuole aspettare. In aggiunta fa caricare sulla nave tonnellate di opere d’arte, arredi e vasellame portando il livello di immersione dello scafo vicino alle cannoniere.
Prima del varo era consuetudine testare la stabilità della nave. Tutti i test del Vasa fallirono. La nave era troppo pesante ed oscillava troppo. Ma date le pretese del re, nessuno osò opporsi e bloccare il varo.
Il 10 agosto del 1628 è tutto pronto. È domenica pomeriggio e la nave può finalmente prendere il largo. Il re, la sua corte e centinaia di curiosi possono finalmente vedere il Vasa all’opera. Dopo alcuni colpi a salve la nave lascia il porto. Le previsioni degli esperti avevano un fondo di verità e basta poco per vedere tutti i limiti di quel gigante dei mari. Bastano alcune forti folate di vento per gonfiare le vele e far oscillare la nave che non è in grado di raddrizzarsi e rispristinare l’equilibrio. Inizia ad imbarcare acqua proprio dalle cannoniere aperte. A nemmeno 120 metri dalla costa si inabissa molto velocemente uccidendo 30 delle 150 persone a bordo.
Sembra che il re decise di istituire anche una commissione d’inchiesta per scoprire le cause di quel disastro. Ma stranamente non si arrivò a nessuna conclusione. Nessuno fu condannato. “Solo Dio sa cosa è accaduto quel giorno” diranno alcuni degli imputati chiamati in causa.
Lasciamo il 1628 e il Vasa sul fondo dell’arcipelago di Stoccolma e facciamo un salto di 326 anni. Il Vasa è sempre lì ma in superficie c’è un tecnico navale curioso ed appassionato di relitti. Siamo nel 1954 e quel tecnico si chiama Anders Franzén e dal 1954 al 1956, utilizzando alcuni documenti del XVII secolo e testimonianze di sommozzatori degli anni Venti del Novecento, si mette alla caccia del relitto del Vasa scandagliando il fondo del mare. Il 25 agosto 1956 insieme al sommozzatore Per Edvin Fälting effettuano alcune ricerche al largo dell’isolotto di Beckhomen e… bingo! Il Vasa è lì. Ci vuole ancora un anno per organizzare le operazioni di recupero, ma finalmente nell’autunno 1957 l’impresa, anche questa colossale, ha inizio. I palombari scavano dei tunnel sotto il relitto per far passare i cavi di sollevamento. Il 24 aprile 1961, dopo circa 333 anni, finalmente il Vasa torna alla luce. Dalle acque riaffiorano anche 14.000 reperti. Come un immenso puzzle, il Vasa viene riassemblato e restaurato.
Ed ora riposa, non più in fondo al mare, ma in un museo. Per chi lo visita è come una macchina del tempo perché quello è il vascello che il re Gustavo II Adolfo e i suoi sudditi videro affondare in mare quel 10 agosto del 1628.
Si conclude qui la storia del Vasa. Se non avete ancora visitato il museo, vi invito ad andare sul sito di In cerca di storie dove trovate le foto che ho scattato e anche un reel. In merito all’affondamento del vascello voglio riportare anche un’altra teoria. Le modifiche volute dal re di sicuro ebbero un impatto sulla stabilità della nave e sul suo tragico destino ma, secondo quanto raccontato dalla guida, sembra che in realtà si trattò solo di sfortuna. Nel XVII sec., infatti, i vascelli di quelle dimensioni erano spesso instabili e il Vasa non faceva differenza. Quel 10 agosto del 1628 la fortuna non girò a suo favore. Secondo le cronache le condizioni metereologiche erano ottime, ma proprio poco prima del varo si levò un forte vento che alla fine risulterà fatale. In termini di fato va detto anche che fu una fortuna che l’affondamento avvenne proprio nel porto. Fu infatti più facile prestare soccorso e contenere il numero delle vittime. In mare aperto, considerando la velocità con la quale si inabissò, non ci sarebbe stato scampo per nessuno.
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