Ep. 13 / La storia dei buffalo soldiers

Per raccontare una storia, si può partire da un libro, ad esempio l’episodio sullo scandalo del manzo imbalsamato; oppure da un film, come il caso della nave sepolta di Sutton Hoo. O magari, come in questo episodio, da una canzone.

“Sono solo un soldato bisonte. Rapito in Africa e portato in America. Costretto a combattere all’arrivo e per sopravvivere”. Con le parole di Bob Marley andiamo alla ricerca della storia dei Buffalo soldiers.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Buffalo soldier. Due parole. Un titolo semplice e un testo neanche così complesso. Si tratta di un singolo di Bob Marley & The Wailers estratto dall’album postumo Confrontation, pubblicato nel 1983. La canzone parla di un soldato nero, strappato dall’Africa e portato in America. Ma chi erano questi buffalo soldiers? E perché, ancora oggi, il loro nome riecheggia nelle lotte per i diritti civili delle comunità afroamericane?

Per scoprirlo dobbiamo lasciare il 1983 e spostarci negli Stati Uniti d’America, ai tempi della Guerra Civile, ben più di un secolo prima di Bob Marley e della sua canzone.

L’origine di questi Buffalo soldiers, o “soldati bisonti”, affonda le sue radici nella guerra di secessione americana. Siamo negli anni tra il 1861 e il 1865 e l’esercito unionista ha nelle sue file circa 180 mila soldati afroamericani. Soldati valorosi che, al comando dei loro ufficiali (bianchi per essere precisi), dimostrano grande coraggio e determinazione in battaglia. Finita la guerra civile, il governo emana l’Army Organization Act, una legge che raddoppia le dimensioni dell’esercito regolare, e decide nel 1866 di formare unità dell’esercito composte unicamente da uomini di colore. Due reggimenti di cavalleria (il 9° e il 10°) e quattro di fanteria, poi ridotti a due (il 24° e 25°). Si tratta dei primi soldati neri professionisti nell’esercito degli Stati Uniti. Ma se la guerra fratricida è ormai alle spalle, dove impiegare questi nuovi reggimenti?

Siamo oltre la metà del XIX secolo e gli Stati Uniti d’America sono un Paese in espansione. Non solo commerciale, ma soprattutto territoriale. Ad ovest ci sono immensi territori da conquistare o difendere. Ma da chi? Dai loro legittimi proprietari, gli indiani d’America, che provano strenuamente a fermare questa avanzata.

Ecco che il 9° reggimento della cavalleria riceve il compito di pattugliare la strada che collega San Antonio e El Paso e il confine con il Rio Grande. Pattugliare vuol dire difendere le diligenze, scortare la posta, proteggere gli insediamenti non solo dai nativi americani, esasperati dagli espropri e dalle promesse mancate del governo, ma anche dai banditi e dai ladri di bestiame. Il 10° reggimento, invece, viene dislocato a Fort Riley, in Kansas, con il compito di difendere la Pacific Railroad, la grande linea ferroviaria che in quegli anni sta prendendo vita.

12 settembre 1868. Horsehead Hills, Texas. Il tenente Cusack a capo di un guarnigione di 60 uomini ha sorpreso un grande gruppo di indiani uccidendo 25 persone e catturando tutti i loro cavalli, pony e rifornimenti. Un uomo è rimasto ferito nelle operazioni.

Questo è uno dei tanti resoconti delle operazioni nelle quali questi reggimenti erano coinvolti. Li possiamo trovare sul sito del centro di storia militare degli Stati Uniti d’America. È un susseguirsi di attacchi e contrattacchi. Accampamenti distrutti, cavalli catturati e uomini, da ambo le parti, uccisi. Spesso si tratta di scontri con le tribù locali indiane. Si stima che circa il 20% delle truppe di cavalleria statunitensi che parteciparono alle guerre contro gli indiani erano buffalo soldiers e che presero parte ad almeno 177 conflitti.

Il loro nome lo devono proprio ai nativi americani. Sull’origine ci sono due teorie: la più accreditata sostiene che gli indiani Comanche, colpiti dalla durezza e dal valore in battaglia, avessero dato agli uomini del 10° reggimento il nome di un animale che loro veneravano e rispettavano, il bisonte appunto. Soprannome in seguito utilizzato anche per il 9° reggimento. La seconda tesi, invece, sostiene che agli occhi degli indiani, i capelli neri, ricci e folti dei soldati, ricordassero proprio la pelliccia del bisonte. Il 10° reggimento decise di raffigurare nel suo stemma la figura di un bisonte.

Nel 1890, piegata ormai la resistenza dei nativi, per i buffalo soldiers è tempo di cimentarsi in una nuova guerra. Questa volta è contro gli spagnoli. Nel 1898 vengono mandati in Florida e prendono parte ai combattimenti durante la guerra ispano-americana. A Cuba, si mettono in mostra durante la battaglia sulle colline di San Juan. Per 48 ore resistono sotto il fuoco nemico. Nel 1899 è la volta dell’insurrezione nelle Filippine. Tra il 1916 e il 1917, questi reggimenti vengono mandati in Messico per combattere contro i rivoluzionari di Pancho Villa.

Non ci sono solo le guerre. Nella seconda metà del XIX il governo americano, preoccupato per l’espansione selvaggia, decide di occuparsi della tutela del paesaggio naturale. Laghi, boschi, fauna selvatica. Si tratta di un bene prezioso che va preservato. L’impatto ambientale dovuto all’espansione è alto. I buffalo soldiers, dunque, vengono arruolati come Park Rangers nei parchi nazionali alla fine del 1890. Il loro compito è controllare e spegnere gli incendi, scovare e bloccare i pascoli abusivi, i bracconieri e i taglialegna. Ma anche costruire strade e sentieri. Circa 500 Buffalo Soldiers servirono come Park Rangers nei parchi nazionali di Yosemite, Sequoia, General Grant e alle Hawaii, a cavallo tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX secolo.

L’esperienza nei parchi serve al governo americano per effettuare anche alcuni esperimenti. Ad esempio, proprio i buffalo soldiers furono impiegati nei test sull’utilizzo delle biciclette negli scenari di guerra. Nasce così il 25° Corpo ciclistico di fanteria, il primo del suo genere nell’esercito degli Stati Uniti. Interamente composto da soldati neri e comandato da un ufficiale bianco, il tenente James Moss.

La fine per i buffalo soldiers coincide con la campagna in Messico contro Pancho Villa. Il nome verrà ereditato dai soldati neri che combattono durante le due guerre mondiali. La 92^ divisione di fanteria, impiegata nel 1945 sul fronte italiano, sfoggerà sulla divisa come emblema un bisonte nero su sfondo verde in ricordo di questi soldati di frontiera. In Italia, a Sommocolonia, piccola frazione di Barga, un comune della provincia di Lucca, ci sono ancora dei monumenti che testimoniano il loro sacrificio per liberare l’Italia dal dominio nazi-fascista. Sommocolonia, infatti, fu teatro di uno scontro tra truppe americane (sostenute dai partigiani) e forze italo-tedesche.

Nel 1948 è il presidente Truman a mettere la parola fine alla segregazione nell’esercito americano. Gli ultimi reparti composti unicamente da soldati neri vengono sciolti nel 1951 e i soldati integrati in altre unità. L’ultimo Buffalo soldier vivente, Mark Matthews, è morto a Washington D.C., nel 2005, all’età di 111 anni.

La storia dei buffalo soldiers ci spinge ad alcune osservazioni. Questi soldati furono impiegati spesso per fare il cosiddetto lavoro sporco. Come detto, quando vennero creati i reggimenti di cavalleria e fanteria unicamente composti da soldati neri, il governo decise di affidare loro il compito più difficile: avventurarsi e proteggere i territori ad ovest. Parliamo di zone dove la legge era pressoché inesistente.

Per avere una idea di chi fossero, possiamo consultare gli archivi del Museo nazionale dei buffalo soldiers di Houston. Il sito del museo ha un database dettagliato con tanto di nomi, età, professioni di provenienza e cause di morte. Scopriamo così che James Henson, un contadino del Kentucky, arruolato nel 10° cavalleria è morto a 21 anni di tifo. Una lista infinita di nomi. Colpisce la giovane età di questi uomini. Spesso non superano i 25 anni.

La loro genesi e storia sono legate a doppio filo alla segregazione e al razzismo. I neri, reduci dalla esperienza drammatica della schiavitù, vogliono solo più diritti ed essere finalmente riconosciuti come esseri umani (e non oggetti) e trattati come i bianchi. La loro è una doppia lotta: sul campo di battaglia, contro indiani, malviventi o rivoluzionari, e sul piano dei diritti civili. Una lotta che continua ancora oggi, nonostante i grandi passi fatti negli ultimi due secoli. Ma allora, all’indomani della fine della Guerra Civile, il governo americano apre alle richieste dei neri con la segregazione nell’esercito. Per giunta, ordina a questi nuovi reggimenti di combattere un’altra minoranza che non ha diritti e sta pian piano scomparendo: i nativi americani. Sembra quasi di assistere a una guerra fra poveri. Da un lato i neri, trapiantati con la forza negli Stati Uniti e in cerca di legittimazione; dall’altro gli indiani d’America, su quel territorio da tempo, vittime di espropri, stermini e confinati nelle riserve.

La loro storia è costellata da episodi di razzismo. Un reggimento composto da neri ma comandato da bianchi. Era questa la regola. Spesso, però, gli ufficiali si rifiutavano di essere assegnati a questi reggimenti. Tra questi ricordiamo George Armstrong Custer. Sì, proprio il Custer massacrato, insieme ai suoi fratelli e commilitoni, durante la battaglia di Little Bighorn dagli indiani, il 25 giugno 1876. Custer rifiutò il comando dei buffalo soldiers, nonostante questo gli avrebbe permesso di ottenere una promozione. Tutti lo conosciamo come il generale Custer, ma in realtà non raggiunse veramente quel grado. Il suo era solo un brevetto.

Questa regola, di ufficiali bianchi e truppe nere, aveva anche delle eccezioni. È il caso della truppa L del 9° cavalleria. Questi ranger del parco erano comandati dal capitano Charles Young, il più alto ufficiale afroamericano dell’esercito degli Stati Uniti all’epoca. Alla guida dei Buffalo soldiers fu assegnato anche Henry Ossian Flipper, passato alla storia per essere stato il primo afroamericano a laurearsi alla accademia militare di West Point. Divenne il primo ufficiale non bianco a guidare i Buffalo soldiers del 10° Cavalleria.

Ma il razzismo non era solo all’interno dell’esercito. Questi soldati subirono numerosi attacchi e discriminazioni anche dalle popolazioni locali che dovevano difendere. Si decise di inviarli, per evitare disordini, ad ovest del Mississipi, lontano dagli ex stati confederati. In Texas si registrarono alcuni scontri con i cittadini locali. Ironia della sorte, proprio in quello stato, a Houston, c’è il museo dei Buffalo soldiers.

Come testimoniato dal loro soprannome ricevuto dagli indiani, i Buffalo soldiers si distinsero per il loro gran coraggio e valore in battaglia. Premiati più volte con le medaglie d’Onore del Congresso Americano. Oltre al già citato a Barga, monumenti dedicati a loro si trovano in Kansas e a Junction City, negli Stati Uniti d’America.

Siamo giunti al termine di quest’episodio, vi ringrazio per l’ascolto. Come sempre vi lascio in descrizione le fonti consultate per questo episodio. La prossima volta che ascolterete la canzone di Bob Marley pensate alla storia che si cela dietro il suo testo. Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast nonché su Instagram e Twitter. Inoltre, sul sito incercadistorie.com trovate le trascrizioni di tutti gli episodi. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Fonti per questo podcast

–             “Why Buffalo Soldiers Served Among the Nation’s First Park Rangers” di Alexis Clark – History.com

–             “Who Were the Buffalo Soldiers?” di Elizabeth Nix – History.com

–             “25th infantry bicycle corps (1896-97)” di Caelen Anacker – blackpast.org

–             “Uno straordinario spettacolo sui partigiani e i buffalo soldier” di Mario Cossali – Anpi.it

–             “Ninth Regiment of Cavalry” – history.army.mil

–             “Buffalo soldiers: gloria (con qualche dubbio) dei neri nell’esercito Usa” di Silvia Morosi e Paolo Rastelli – Poche Storie

–             Il sito del museo nazionale dei Buffalo soldiers di Houston: http://www.buffalosoldiermuseum.com

Ep. 12 / Dio o Hitler? Il contadino che disse no al führer

Eroe. Che cos’è un eroe? Il vocabolario Treccani lo definisce così: “Nel linguaggio comune, chi, in imprese guerresche o di altro genere, dà prova di grande valore e coraggio affrontando gravi pericoli e compiendo azioni straordinarie”. Le azioni straordinarie possono essere anche dei semplici gesti. Come un rifiuto, un no secco per ribadire e rivendicare un diritto fondamentale del genere umano: la libertà. Questa è la storia di Franz Jägerstätter, il contadino che disse no ad Hitler.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Il periodo della seconda guerra mondiale, tragico e sanguinoso, è costellato di eroi. Una lista lunghissima di donne e uomini che hanno rischiato la propria vita per la libertà e la democrazia. Franz, come detto in apertura, rientra in questa lista. Mettetevi comodi e andiamo alla scoperta della sua storia.

Sankt Radegund è un piccolo comune austriaco con poco più di 500 abitanti. Si trova a nemmeno dieci minuti di auto dal confine con la Germania. Un posto tranquillo immerso nella natura. Essere un paese tranquillo, però, non ti rende immune ai grandi eventi della storia, specie eventi tragici come la seconda guerra mondiale.

L’11 marzo 1938 è passato alla storia come il giorno dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania nazista. I cittadini austriaci furono invitati alle urne per esprimere il loro favore o disappunto nei confronti dell’annessione avvenuta. Il risultato di questo plebiscito la dice lunga sul clima nel quale i cittadini votarono. Il Sì, infatti, vinse con il 99,73%.

Anche a Sankt Radegund si votò. E qui, in questo posto tranquillo immerso nella natura, ci fu un solo voto contrario: quello di Franz Jägerstätter.

Torniamo indietro nel tempo all’indomani del plebiscito. Il suo NO non può passare inosservato. Il paese è piccolo, la gente mormora, e quel Franz diventa un personaggio scomodo. A stupire tutti è prima di tutto la sua figura. Non è un sovversivo. È estraneo a qualsiasi movimento politico. Tutti lo conoscono perché è un contadino agiato, è stato il primo in paese a possedere una motocicletta. È sposato con Franziska e ha una bella famiglia. Da giovane ha fatto qualche bravata sì, è finito anche in prigione tre giorni per una scazzottata, ma in fondo è un soggetto tranquillo. Tranquillo come quel piccolo paese che giorno dopo giorno si rende di conto di quanti guai possa portare uno così.

Ma c’è qualcosa che non va nella sua testa. Almeno così pensano i suoi vicini. E quel qualcosa è l’avvicinamento di Franz, dopo il matrimonio, al cristianesimo. Legge assiduamente la bibbia e si accorge delle incongruenze tra l’essere cattolico e nazionalsocialista al tempo stesso. Quello che c’è scritto nelle sacre scritture non è quello che i nazisti stanno portando avanti con violenza e morte.

Seguire la parola di Dio o quella di Hitler. Franz non è il primo a fare i conti con questo dilemma, ma forse è uno dei pochi a prendere seriamente in considerazione la situazione e a notare come l’essere cattolico sia incompatibile con l’essere nazista.

La sua figura colpisce perché non vuole passare alla storia come un martire. Non va in giro professando la sua fede e provando a convertire gli scettici. Lui vuole soltanto la libertà. Non macchiarsi le mani con peccati che vanno contro la religione cristiana.

Qualche mese prima dell’annessione, Franz fa un sogno: “A un tratto mi venne mostrato un bel treno che girava attorno a una montagna. Oltre agli adulti c’era anche un gran numero di ragazzi che accorreva per salire sul treno e non si riusciva quasi a fermarli. Poi improvvisamente una voce mi disse: Questo treno conduce all’inferno”. Con il senno di poi scopre che il suo è un sogno premonitore. Quel treno altro non è che il nazionalsocialismo. Un treno che sta conducendo una nazione intera alla catastrofe coinvolgendo tutto il mondo.

Lui su quel treno non vuole salire. Rivendica a più riprese la sua libertà. Questo suo atteggiamento non fa che attirare le antipatie di amici, familiari e ovviamente delle autorità. Tutti provano a farlo desistere. Perfino il parroco del villaggio o il vescovo di Linz provano invano a fargli cambiare idea. Il parroco Karobath dirà in seguito: “Mi ha lasciato ammutolito, perché aveva le argomentazioni migliori. Lo volevamo far desistere ma ci ha sempre sconfitti citando le Scritture”.

Inizialmente Franz sembra cedere. Non si iscrive al partito nazista ma nel 1940 accetta la chiamata alle armi. Durante l’addestramento continua la sua profonda opera di riflessione. Non c’è modo di far coincidere le due cose. Come dirà al processo: “Un cattolico non può essere un nazionalsocialista”. Grazie alla sua età e ad una famiglia numerosa con moglie e tre figlie, Franz riesce a sfuggire all’arruolamento fino al marzo del 1943. La Wehrmacht ha bisogno di nuove leve e ha dato il via ai rastrellamenti paese per paese.

Franz allora ribadisce ancora una volta il suo NO. Una decisione che gli costa il carcere. Nonostante gli sforzi della Chiesa e dei suoi cari, non recede di un passo. In carcere scrive diverse lettere alla moglie. Emerge una lucida e razionale spiritualità. Non vuole passare per martire o eroe. In nome della coerenza, ormai rara ai giorni nostri, accetta anche le conseguenze negative.

Viene imprigionato nel carcere militare di Linz. Da lì viene trasferito in quello di Berlino. Nessuno riesce a scalfire la sua fede. Il 6 luglio il Tribunale di Guerra del Reich lo condanna a morte per sovversione dell’esercito. Il 9 agosto 1943 Franz Jägerstätter viene ghigliottinato.

L’onta ricade su sua moglie Franziska. Lei, infatti, aveva sempre appoggiato la scelta del marito, seppur pericolosa per la sua famiglia. Per anni le è stata negata perfino la pensione per le vittime di guerra.

Un eroe dimenticato. Caduto nel dimenticatoio insieme ad altri eventi e persone che caratterizzarono quel periodo buio della storia. Solo negli anni Sessanta la sua figura è stata riportata alla memoria. Il 26 ottobre 2007, presso la cattedrale di Linz, viene proclamato beato.

Nel suo testamento, scritto a Berlino nel luglio 1943, Franz dice: “Scrivo con le mani legate ma preferisco questa condizione al saper incatenata la mia volontà. Perché Dio avrebbe dato a ciascuno di noi la ragione ed il libero arbitrio se bastasse soltanto ubbidire ciecamente?”.

Questa, come detto, è la storia di un uomo coerente con le sue idee. Un uomo che ha dimostrato come sia possibile non arrendersi al male. Dire di no per fare la cosa giusta.

Siamo giunti al termine di quest’episodio, vi ringrazio per l’ascolto. Sulla vicenda di Franz Jägerstätter è stato realizzato anche un film, uscito nelle sale nel 2019, dal titolo “La vita nascosta – Hidden Life”. Come sempre vi lascio in descrizione le fonti consultate per questo episodio.

Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast nonché su Instagram e Twitter. Inoltre, sul sito incercadistorie.com trovate le trascrizioni di tutti gli episodi. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Film e articoli per questo podcast

  • “La vita nascosta – Hidden Life” (2019) – Regia di Terrence Malick
  • “L’eroe mite che disse no a Hitler” di Claudio Magris – Corriere della Sera
  • “Franz Jägerstätter, l’uomo libero che disse no a hitler” di Francesca D’Angelo – Famiglia Cristiana
  • “Il contadino che sfidò Hitler” di Roberto Roveda – Focus Storia

Ep. 11 / Una partita di basket in piazza San Pietro

Ci sono partite che passano alla storia. Spesso accade quando in campo ci sono dei campioni, oppure il risultato è talmente inaspettato da non poter essere dimenticato. Ma c’è anche un’altra possibilità. Quando il luogo dove si gioca la partita non è proprio un posto qualunque. È il caso della storia di quest’oggi e della partita di basket giocata in piazza San Pietro.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

L’episodio di quest’oggi è un po’ diverso dagli altri. I protagonisti principali sono sempre loro: una ricerca da portare a termine e una storia, strana per certi versi, da scoprire.

Per raccontarvi la storia della partita giocata in piazza San Pietro dobbiamo tornare a qualche settimana fa, quando una delegazione della Federazione Italiana Pallacanestro è stata ricevuta dal Papa presso il Vaticano in occasione delle celebrazioni per i 100 anni dalla sua fondazione.

“Nella memoria della vostra storia è ancora vivo il ricordo di una partita giocata nel 1955 in Piazza San Pietro, davanti a Papa Pio XII”. Con queste parole Papa Francesco ha accolto la delegazione. E proprio quelle parole hanno catturato la mia attenzione.

Mi piace il basket e pensare che si disputò una partita in un luogo così inusuale per un evento sportivo, non poteva che spingermi a saperne di più.

La partita menzionata da papa Francesco è quella tra Stella Azzurra Roma e Vis Benelli Pesaro giocata, a Piazza San Pietro appunto, il 10 ottobre del 1955. La domanda sorge spontanea: ma perché proprio a San Pietro?

Il motivo è che il Centro Sportivo Italiano quell’anno celebrava i suoi dieci anni di vita e decise di organizzare questo evento in omaggio a Papa Pio XII, “Il Papa degli sportivi”, per il suo ottantesimo compleanno. Alla partita assistettero, almeno stando alle fonti dell’epoca, circa 50mila spettatori. Un record per un evento sportivo. Cercando online si riescono a trovare anche delle foto. Purtroppo non sono molte, ma in effetti in una di queste si può apprezzare la folla che circonda il campo da gioco.

La partita iniziò anche in modo singolare. Forse per l’emozione di giocare in un posto del genere davanti a così tante persone, un giocatore andò a segnare nel proprio canestro. Egidio Ghirimoldi, l’arbitro designato per quell’evento, convalidò il canestro invitando le due squadre ad invertire il campo. Strano ma vero, gli spettatori non si accorsero di quanto accaduto. La Vis Benelli Pesaro si aggiudicò la partita. Al termine dell’incontro, il Papa benedisse i presenti.

Si conclude qui l’episodio di quest’oggi. Una storia breve ma alquanto fuori dall’ordinario. Fatemi sapere se la conoscevate anche voi questa storia. Come sempre vi invito a lasciare un commento o a condividere il podcast. Vi ricordo che In cerca di storie è su tutte le maggiori piattaforme di podcast. Inoltre non dimenticate di seguirmi sui social. Su Instagram trovate spesso aneddoti o qualche chicca in più sulle storie che racconto. E poi c’è sempre il sito incercadistorie.com dove trovate tutte le trascrizioni degli episodi.

Grazie per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Ep. 10 / La storia di Alfonsina Strada

Il 10 maggio 1924 prende il via la dodicesima edizione del Giro d’Italia. È sabato, siamo a Milano, e questo non sarà un Giro come gli altri. Non tanto per le polemiche e la decisione delle squadre di abbandonare la “Corsa Rosa” a causa di un contenzioso sugli stipendi con gli organizzatori, ma perché tra i partecipanti, per la prima volta nella storia della competizione, c’è anche una donna. Porta il numero 72 e segnerà un primato ancora intatto. Questa è la storia di Alfonsina Strada, la prima donna a gareggiare al Giro d’Italia.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Il mese di Maggio, salvo qualche rara eccezione, significa Giro d’Italia. La competizione ciclistica più importante nel nostro Paese ha superato ormai le 100 edizioni. Da quel 1909, anno della sua fondazione, si sono avvicendati diversi corridori. Ma solo una volta, una donna è stata ammessa alla gara maschile. In questo episodio ripercorriamo la sua storia.

Alfonsina Morini nasce a Riolo di Castelfranco Emilia il 16 marzo 1891. La sua è un’infanzia difficile. La famiglia è molto povera. Il padre è un giornaliero e sbarca il lunario come può. Per tirare avanti, i coniugi Morini adottano i bambini dal brefotrofio. In questo modo possono ottenere il sussidio che l’amministrazione provinciale dà a chi si occupa dei figli di nessuno. La sua casa, piccola e fatiscente, è spesso un via vai di bambini. Si ritrova così ad essere la seconda di dieci fratelli.

All’età di dieci anni scopre la sua passione. Suo padre compra dal dottore una bicicletta vecchia e arrugginita. Dice che è il mezzo perfetto per andare nei campi e trovare più velocemente lavoro. Alfonsina è folgorata da quel mezzo. Il padre però è categorico. La bicicletta è sua e nessuno potrà toccarla. Non potendo usarla la mattina, Alfonsina la ruba di notte per allenarsi. Con il tempo si accorge che non è solo un hobby. La bicicletta rappresenta per lei un mezzo per evadere. Evadere da un mondo che le sta stretto. Un mondo fatto di fatica e umiliazioni. Ed il suo sogno, gareggiare con la bicicletta e vivere della sua passione, diventa ogni giorno più reale.

Quando la bicicletta del padre diventa un catorcio, decide di comprarne una tutta per lei. Acquistarne una nuova è impossibile. Lavora presso una sartoria e la paga non è granché. Ma la voglia di gareggiare e seguire il suo sogno è sempre più forte. Con tanti sacrifici compra da una officina una Bianchi usata per 40 lire. È al settimo cielo.

Con la sua nuova bici, durante le pause di lavoro, si allena e qualche volta gareggia con gli uomini. Con il tempo migliora la sua tecnica e impara dagli avversari. Decide di iscriversi alle competizioni locali. Ci sa fare e in poco tempo diventa una star. Del resto alle competizioni è spesso l’unica donna e tutti la conoscono in provincia e non solo. Si sposta a Torino dove trova il posto ideale per allenarsi.

Grazie all’influenza francese, in Piemonte le donne hanno più possibilità di gareggiare. Qui si iscrive all’Unione velocipedistica italiana, l’attuale Federazione Ciclistica Italiana. Nel 1907, ad appena 16 anni, viene definita la miglior ciclista italiana dopo aver battuto una campionessa del calibro di Giuseppina Carignano sulla pista del Valentino. Il suo nome travalica anche i confini nazionali. Due anni dopo, infatti, riceve dallo zar Nicola II in persona una medaglia al Grand Prix di San Pietroburgo. Altri due anni e a Torino, nel 1911, segna il nuovo record dell’ora per le donne percorrendo l’incredibile distanza di 37,192 chilometri sulla pista di Moncalieri. Per l’occasione, la principessa Maria Clotilde la premia con una medaglia e ben 15 lire. Nessuno è profeta in patria e non è un caso che proprio all’estero, soprattutto in Francia, Alfonsina abbia più successo.

Se all’estero le cose vanno bene, in Italia non è lo stesso. Siamo pur sempre agli inizi del XX secolo e una donna che va in bici e gareggia non è vista di buon occhio. I soprannomi per Alfonsina si sprecano. Quasi sempre dati in modo dispregiativo per schernirla e farla desistere. In paese la chiamano tutti “il diavolo in gonnella” o “la matta” e perfino suo padre le sconsiglia di continuare. Appende la bici nella stalla così che non possa arrivarci. Qualcuno crede che la sella possa minare la salute delle donne. C’è perfino chi, come Cesare Lombroso, mette in relazione la bicicletta con i casi di follia e delinquenza. Il noto criminologo, all’alba del Novecento, descrive con dovizia di particolari la pericolosità sociale della bicicletta. Questo mezzo, dice, è la causa e lo strumento del crimine.  

Anche nella sartoria dove lavora, le sue colleghe non accettano che vada in bici. È ridicola e scandalosa, non ha il senso del pudore, dicono. Ma per fortuna Alfonsina non è una di quelle persone che si arrendono facilmente. Lo sa bene che sta facendo qualcosa di insolito per i suoi tempi. Ma sa anche che a parlare è il suo cuore e non può mettere a freno la sua passione per ascoltare quello che dicono di lei.

A Fossamarcia, dove vive con la sua famiglia, non ci sono molte possibilità. Deve scontrarsi sempre con la mentalità chiusa e retrograda che vede la donna relegata alle faccende domestiche. Ha bisogno di un modo per evadere davvero. È così che fa un incontro che dà una sferzata alla sua vita. Alle gare ci sono spesso curiosi e appassionati. Tra questi c’è un uomo che è rimasto colpito dal suo modo di gareggiare. Si chiama Luigi Strada. Lavora come cesellatore e intagliatore. Il suo cognome sembra quasi un presagio per Alfonsina. Da quell’incontro casuale scatta la scintilla. I due si sposano nel 1915. Alfonsina ha 24 anni.

In paese tutti speravano che con il matrimonio Alfonsina abbandonasse per sempre le sue velleità di fare la ciclista. Invece l’incontro con Luigi Strada ebbe l’effetto opposto. La sua figura, infatti, ha un peso determinante nella sua vita. Quando ho raccontato la straordinaria storia di Jane Dieulafoy mi sono chiesto come sarebbe stata la sua vita senza il marito Marcel. Con la storia di Alfonsina ci sono diverse analogie. Perché Luigi Strada è un uomo intelligente e moderno. Non soffoca la passione di sua moglie. Anzi. Ne riconosce le potenzialità e si sforza per aiutarla ad inseguire il suo sogno. Non dimentichiamoci che siamo sempre nel 1915, l’anno dell’entrata in guerra per l’Italia. Il Paese non è pronto per i cambiamenti e i pensieri sono altri.

Ma Strada è uno che guarda al futuro. Riesce ad immaginare e realizzare cose che ancora non esistono. Come la macchina per fare il caffè espresso. Un’invenzione straordinaria a cui dedica anima e corpo. Per capire meglio la sua figura, basti pensare che come regalo di nozze dona a sua moglie una bicicletta nuova, una Maino, con tanto di manubri ricurvi all’indietro proprio come quelle dei corridori. 

Nel 1916 si trasferiscono a Milano, in una stanza poco lontano dal Duomo. Luigi continua il suo lavoro di cesellatore e meccanico di biciclette, mentre Alfonsina lavora in casa come sarta e magliaia. Nonostante il momento difficile, riesce sempre a ritagliarsi un po’ di tempo da dedicare alla bicicletta. Nel 1917 bussa alla porta de la Gazzetta dello Sport con una proposta: partecipare al Giro di Lombardia. Ovviamente gareggiando nella competizione maschile. La direzione della Gazzetta è stupita. La società, i lettori, gli investitori. Tanti i punti interrogativi. È un periodo delicato e bisogna ponderare bene ogni decisione. Ma la determinazione di Alfonsina non conosce ostacoli. A causa della guerra non ci sono gare femminili, ma a lei non interessa. Si allena duramente e vuole mettersi alla prova. Non importa se sarà un competizione maschile, l’importante è non arrendersi. Colpita dalla sua volontà, la direzione della Gazzetta cede. O forse, semplicemente fiuta un’occasione imperdibile. In fondo lei è Alfonsina Strada, la miglior ciclista italiana. Il suo nome, lo abbiamo detto, ha superato i confini nazionali e vederla partecipare, unica donna, ad una competizione maschile potrebbe accendere l’interesse attorno al Giro di Lombardia. Il Paese sta affrontando la tragedia della Prima guerra mondiale. Forse è proprio quello che serve per distrarsi.

Sta di fatto che il 4 novembre 1917 a Milano, nove giorni dopo la disfatta di Caporetto, tra i 54 ciclisti al via, con il numero 74, c’è anche lei. Non si classifica tra le prime dieci, arriva ultima con un distacco di un’ora e mezzo dal vincitore Thys. Il direttore della Gazzetta Armando Cougnet si congratula lo stesso con lei e le dà un cospicuo rimborso in denaro. Per Alfonsina è comunque una vittoria. Ha dimostrato, ancora una volta, che non ci sono differenze tra uomini e donne. Soprattutto, degli oltre 50 uomini in gara, ben venti si ritirarono e non tagliarono il traguardo.

Se le sue prestazioni sportive migliorano, non si può dire lo stesso della salute di suo marito. Luigi Strada cade in depressione. Soffre spesso di amnesia, ha reazioni violente e non è più in grado di lavorare. A causare questo peggioramento, probabilmente la sua ossessione per l’invenzione della macchina per fare il caffè espresso. Il proprietario di un bar che conosceva era riuscito a brevettarla prima di lui. Per Strada è la fine. Entra in un vortice di disperazione e autolesionismo dal quale non riesce più ad uscire. Alfonsina, a malincuore, è costretta ad internarlo nel manicomio di San Colombano al Lambro.

La necessità di far fronte alle spese per le sue cure, spinse Alfonsina ad iscriversi nel 1924 al Giro d’Italia. Non era l’unica a farlo per denaro. Diversi i corridori che provavano ad iscriversi solo per ottenere un rimborso o semplicemente la sacca con i viveri distribuita a tutti i partecipanti.

Come detto in apertura, l’edizione del 1924 non comincia sotto i migliori auspici. I grandi campioni come Girardengo, Brunero o Bottecchia hanno chiesto compensi maggiori ma la Gazzetta dello Sport, organizzatrice dell’evento, non è disposta a pagarli. Un rifiuto che spinge diversi corridori a non partecipare alla competizione. La scelta ricade così sulle nuove promesse e perché no anche qualche sorpresa. Come la decisione del direttore di allora della Gazzetta, Emilio Colombo, di ammettere alla gara Alfonsina Strada. Oggi la potremmo definire una scelta di marketing, ma per la Gazzetta è un tentativo estremo per mantenere vivo l’interesso intorno alla gara nonostante l’assenza dei grandi campioni.

Come accaduto per il Giro di Lombardia, la scelta stupisce tutti. C’è chi è dubbioso e chi non perde occasione per storcere il naso. In fondo è una competizione maschile e ammettere una donna equivale a un sacrilegio. Forse proprio la riluttanza nell’accettare una donna al Giro, spinge alcuni giornali a cambiare il nome di Alfonsina. Sì, proprio così. Perché sulla Gazzetta, con il numero 72, c’è un certo Alfonsin Strada. Mentre il Corriere indica addirittura un Alfonso Strada.

È con queste prerogative che il 10 maggio 1924, un mese prima dell’omicidio di Giacomo Matteotti, prende il via il Giro d’Italia da Milano. 90 corridori alla partenza, 12 tappe e oltre 3600 km da percorrere.

“Nel gruppo c’è anche una vispa donnina, coi capelli tagliati alla bebè e i calzoncini corti, da cui scendono con impertinenza i lembi della camicia. Pedala con disinvoltura e allegria, tal quale un ragazzino che abbia marinata la scuola”. Così la descrive Silvio Zambaldi su la Gazzetta dello Sport. Per Alfonsina si tratta della sua prima competizione a tappe. Con la sua bicicletta e i pantaloni alla zuava, porta a termine regolarmente quattro tappe: la Milano-Genova, dove arriva con un’ora di distacco dal primo ma precede molti rivali; la Genova-Firenze, dove si classifica al cinquantesimo posto su 65 concorrenti; la Firenze-Roma, dove arriva al traguardo con soli tre quarti d’ora di ritardo sul primo ed infine la Roma-Napoli.

Il Giro d’Italia è per lei una sfida nella sfida. Perché deve competere su due fronti. Quello sportivo, fatto di fatica, chilometri su strade dissestate, intemperie, con una bici che pesa venti chili e senza cambi di velocità. E poi c’è quello umano, forse il più difficile. Perché Alfonsina deve sfidare la società del tempo. I corridori, gli addetti ai lavori, i giornali. Ogni occasione è buona per insultarla, spaventarla e deriderla. Psicologicamente il Giro è un’esperienza durissima. È la sua determinazione a salvarla. Anche quando sembra sul punto di cedere, tornare indietro, dar ragione a chi le diceva che era una follia, trova sempre la forza per andare avanti.

Ci sono dei momenti del Giro del ‘24 che restano indelebili nella memoria di chi lo ha visto e raccontato. Come la seconda tappa, quando il pubblico impazzisce per lei. Taglia il traguardo dopo 12 ore di gara. È dalle 4.40 che pedala, arriva coperta di croste e tagli. Ha un ritardo di due ore e sei minuti dal primo, ma sembra che alla gente non interessi. Tutti applaudono la sua impresa. C’è perfino un onorevole di Arezzo, Italo Capanni, che le dona un mazzo di fiori, bottiglie di vermouth, tartine e pasticcini. Siamo ancora all’inizio del Giro, ma già sembrano delinearsi gli elementi di quello che potremmo definire l’effetto Alfonsina Strada sul pubblico. Perché la gente inizia a conoscerla davvero, ad ammirare la sua forza nel rialzarsi dopo l’ennesima caduta, ad aggiustare la bici per rimettersi in carreggiata e non perdere nemmeno un secondo. C’è chi le chiede un autografo e chi corre sul ciglio della strada solo per vederla passare. Da Nord a Sud il suo nome si fa spazio tra la diffidenza e i pregiudizi. Quella donna in sella rappresenta la libertà, e in un Paese che si è appena consegnato nelle mani del fascismo, è un evento straordinario.

Ma ripercorriamo altri momenti epici di quel Giro. Ad esempio a Roma, quando un ufficiale regio a cavallo le consegna un mazzo di fiori e una busta. È da parte di sua maestà Emanuele III. Nella busta ci sono 5mila lire. Un’enormità. Oppure quando i lettori della Gazzetta, spontaneamente, decidono di promuovere una sottoscrizione in suo favore.

Alfonsina non lo fa per i soldi. O magari anche per i soldi, lo abbiamo detto, deve far fronte a diverse spese e suo marito si spegne ogni giorno che passa in manicomio. Quello che porta avanti, però, tappa dopo tappa, va ben oltre il denaro.

Ne è una conferma il bagno di folla a Napoli, dove gli spettatori la portano in trionfo per la città. Oppure a Fiume, dove all’arrivo l’aspetta il vate Gabriele D’Annunzio che le regala una medaglia d’oro con lo stemma del suo casato.

La tappa abruzzese è forse una delle più difficili sul piano fisico. Cadute, tagli, la bici che si rompe spesso ed è costretta a sostituire il manubrio con un manico di scopa pur di finire la gara.

A conti fatti, il Giro per Alfonsina è un successo. Dei 90 partecipanti iniziali, sono in 30 a chiudere la gara. E tra questi c’è anche lei. Il giro viene vinto da Giuseppe Enrici ma tutti ricordano, e ricorderanno, Alfonsina. Il successo di pubblico diede ragione al direttore Colombo. Le permettono di compiere il giro d’onore al velodromo Sempione fra gli applausi assordanti. La stampa straniera non la molla un attimo. È lei la vera celebrità.

Perfino Benito Mussolini dichiara di voler incontrare quella donna straordinaria che faceva onore all’Italia. Anche questa è una sorpresa. Perché per l’ideologia fascista, la donna deve occuparsi della famiglia. Andare in bici, per di più con gli uomini, è qualcosa di inconcepibile. Ma l’incontro con il duce per consegnarle una medaglia non avverrà. Il fratello di Alfonsina, Armando, sarebbe stato contento. Prese parte anche alla marcia su Roma. Ma i suoi genitori, specialmente sua madre, sono socialisti e la figura di Mussolini preoccupa e non poco. La situazione in Italia sta peggiorando e l’omicidio Matteotti è solo la punta dell’iceberg.

Il Giro d’Italia del 1924 resta il momento più alto nella vita di Alfonsina. Negli anni a seguire non abbandona la bicicletta ma progressivamente, vuoi per l’età, vuoi per l’avvento di una nuova guerra mondiale, inizia a defilarsi. È pur sempre la miglior ciclista italiana e anche colleghi del calibro di Coppi o Girardengo la rispettano e stimano. Le viene negato di iscriversi nuovamente al Giro. Nel 1938, sul circuito francese di Saint Germain, all’età di 47 anni, si toglie l’ennesima soddisfazione stabilendo il record mondiale femminile delle 12 ore correndo per 325 km.

Gli anni 40’ sono per lei gli anni più duri sul piano sentimentale. A distanza di due anni uno dall’altra, perde prima suo marito Luigi e poi sua madre Virginia. Si sposa con l’ex ciclista Carlo Messori con il quale continua a coltivare la sua passione per la bicicletta. Muore il 13 settembre del 1959 all’età di 68 anni per una crisi cardiaca.

Finisce così la storia di Alfonsina Strada, la regina della pedivella o l’irraggiungibile pistarde come era stata soprannominata, ma la sua eredità è immensa. Non pochi le riconoscono il merito di aver fatto da apripista ad altre donne nel mondo del ciclismo e dello sport in generale.

Della Alfonsina ciclista, determinata e pronta a combattere per la sua passione, abbiamo parlato. Ma c’è un elemento, ripercorrendo la sua vita, che colpisce: il suo altruismo. Veniva da una famiglia poverissima. Grazie alle sue abilità di ciclista ha guadagnato cifre incredibili per l’epoca. Eppure ogni sforzo, ogni medaglia, ogni guadagno, lo condivideva con i suoi cari. Non solo i soldi sborsati per mantenere il marito in manicomio, penso anche a sua nipote Elena, abbandonata dalla madre in orfanotrofio quando se ne andò a Parigi in cerca di lavoro. Alfonsina si prese cura di lei mandandole parte dei suoi guadagni. Un modello, diremmo, sul piano sportivo e umano.

C’è poi un lato nascosto, raramente raccontato. Il suo nome viene associato all’impresa del Giro d’Italia. Ma la sua carriera sportiva è fatta anche di esibizioni in velodromi e circhi. Sì, avete sentito bene. Perché al pari dei mangiatori di fuoco, Alfonsina si esibì nei tendoni di Francia, Spagna e Russia. La corsa sui rulli, il giro della morte, il trampolino, gli spettacoli con le scimmie. Fece parte anche del circo Barnum.

Nella storia di Alfonsina Strada, ho ritrovato quel leitmotiv che accomuna diverse figure femminili le cui storie ho raccontato in questo podcast. Nellie Bly, Vera Menchik, Jane Dieulafoy. Donne che con determinazione hanno sfidato la società ritagliandosi il proprio spazio in un mondo dominato da uomini.

Siamo giunti al termine di quest’episodio, vi ringrazio per l’ascolto. Quando ho ideato questo podcast, avevo già in mente di dedicare un episodio ad Alfonsina Strada. L’ispirazione è arrivata dopo aver letto il libro dal titolo “Alfonsina e la strada” di Simona Baldelli, edito da Sellerio. Un libro che vi consiglio di leggere e che è stato fondamentale per realizzare questo episodio. Come sempre vi lascio in descrizione tutte le fonti consultate. Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast nonché su Instagram e Twitter. Inoltre, sul sito incercadistorie.com trovate le trascrizioni di tutti gli episodi. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Libri e articoli per questo podcast

  • “Alfonsina e la strada” di Simona Baldelli – Sellerio Editore
  • “Delinquenti su due ruote” di Pasquale Coccia – il Manifesto
  • “Il Giro d’Italia” di Colin O’Brien – Mondadori
  • “Storia di Alfonsina Strada” – Museo del ciclismo
  • “Alfonsina Strada: l’unica donna fra gli uomini del Giro d’Italia” di Ivano Ciarlo – Vanilla Magazine

La giungla / Fame di libertà e nuova vita

Ma Jurgis non aveva intenzione di fermarsi, da nessuna parte: era un uomo libero oramai, era una sorta d’avventuriero della strada. Gli era entrata nel sangue l’antica fame di vagabondaggio, la felicità della vita senza legami, la gioia del cercare, dello sperare senza limiti. C’erano inconvenienti e scomodità, ma almeno c’era sempre qualcosa di nuovo: pensate che cosa voleva dire, per un uomo rimasto inchiodato per anni in un sol luogo, senza nulla vedere se non quella squallida teoria di catapecchie e di fabbriche, sentirsi di colpo libero, sguinzagliato sotto il cielo aperto, a conoscere nuovi paesaggi, nuovi luoghi, nuove persone, ora dopo ora! Un uomo che per tutta la vita non aveva fatto altro che compiere una certa operazione per tutta la giornata, finché era così spossato da potersi solo distendere e piombare nel sonno fino al giorno successivo e che ora si trovava ad essere l‘unico padrone di se stesso, lavorando come e quando gli andava, pronto ad imbattersi in una nuova avventura ad ogni pie’ sospinto!

La giungla – Upton Sinclair

Leggendo il libro “La giungla” di Upton Sinclair per scrivere l’episodio sullo scandalo del manzo imbalsamato, fui colpito da questo passo. Un vero inno alla libertà. Se lo avete perso, ecco l’episodio sullo scandalo che ha cambiato per sempre il modo in cui gli Stati Uniti consideravano il loro cibo.

Ep. 9 / Aigues-Mortes: uccidete gli italiani

“Sono delinquenti, accoltellatori, portatori di malattie. Vengono nel nostro paese a rubarci il lavoro. È per colpa loro se i nostri stipendi sono sempre più bassi”. Alcune di queste parole suonano familiari. Spesso in tv, sui giornali, sui social, leggiamo o sentiamo commenti del genere nei confronti degli immigrati. Quando c’è una crisi economica e il paese deve fronteggiare alcune tensioni sociali, sembra quasi automatico puntare il dito contro gli immigrati. Come a voler difendere un orgoglio nazionale calpestato e abusato da chi non parla la nostra lingua, ha una cultura diversa e viene da un’altra nazione. Le parole che ho pronunciato all’inizio sono state dette veramente. Ma in quel caso gli immigrati erano proprio gli italiani. Perché questa è la tragica storia del massacro di Aigues-Mortes.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

La storia che vi racconterò quest’oggi ha elementi tanto comuni al giorno d’oggi da sembrare accaduta ieri. Perché è una storia dove si intrecciano xenofobia, fake news e risentimento popolare.

Per raccontarla dobbiamo riportare indietro il tempo. Precisamente al 16 agosto 1893. E spostare la nostra lente sul sud della Francia, a Aigues-Mortes.

Aigues-Mortes alla fine del XIX secolo è un piccolo borgo rurale. Ha poco più di 2000 abitanti. Quasi tutti dediti alla pesca, al commercio e ai vigneti. Un numero che quasi raddoppia durante l’estate. La raccolta del sale, infatti, attira migliaia di immigrati. Il numero oscilla tra i 1000 e i 1800 operai che, tra luglio e settembre, si riversano in questo piccolo comune in cerca di lavoro. Ci sono una mezza dozzina di saline, il lavoro di battitura e lavaggio del sale richiede sempre manodopera.

Come ogni anno, anche in quell’agosto del 1893, gli immigrati arrivano a Aigues-Mortes. Gli stagionali italiani impiegati nella raccolta del sale sono circa 500 su un totale di circa 1200 lavoratori. Perlopiù provengono dalla Toscana e dal Piemonte. In quell’anno in tutta la Francia ci sono 300.000 italiani. Nel dipartimento del Gard nella regione dell’Occitania, dove si trova appunto Aigues-Mortes, in quella estate, risiedono 3080 italiani su un totale di 4600 stranieri.  E’ però un momento caldo, e non tanto perché siamo ad agosto ma perché il paese, la Francia, sta attraversando un periodo delicato.

La decrescita demografica e lo sviluppo industriale forzato non aiutano a sedare le tensioni sociali. Il piano di lavori pubblici per rimodernare i porti e costruire la rete ferroviaria ha aperto le porte alla manodopera straniera. I tentativi di arginare questo flusso, creando leggi ad hoc per tutelare i lavoratori francesi, non vanno a buon fine.

Il paese è un polveriera. Il malcontento per la sconfitta durante la guerra franco-prussiana è ancora vivo e il paese deve fare i conti con una forte crisi economica. In questo clima di disagio e crisi sociale, ci pensano i politici e i giornali dell’epoca a gettare benzina sul fuoco. Il nazionalismo, la strenua difesa del lavoro, l’identità nazionale, diventano temi quotidiani di discussione. “La questione degli stranieri”, così come viene definita dai giornali, è ormai un problema nazionale. Per indicare gli immigrati, i giornali utilizzano le parole “barbari” e “saraceni”. Nei confronti degli italiani poi gli appellativi si sprecano. Tra questi ricordiamo alcuni: zulu, boeri, crumiri, beduini e infine rital, un modo dispregiativo per indicare proprio gli italiani.

Se non bastasse, a rendere il tutto ancora più complicato ci pensano le relazioni difficili tra la Francia e il nostro paese. Nel 1882 l’allora regno d’Italia firma il patto della Triplice Alleanza con Germania e impero Austro-Ungarico. Un patto chiaramente antifrancese nato dopo il cosiddetto “Schiaffo di Tunisi” quando proprio la Francia occupò militarmente la Tunisia, obiettivo coloniale italiano e legato al Regno d’Italia da un accordo internazionale. Aggiungiamo anche i difficili rapporti commerciali tra le due nazioni e il conseguente protezionismo.

In questa polveriera, alimentata come detto dai giornali, gli scontri tra locali e immigrati sono sempre più frequenti. Tra il 1872 e il 1893 si registrano 82 episodi di violenza. Nella maggior parte dei casi, precisamente 61, ci sono degli italiani coinvolti. Negli altri belgi e tedeschi. I disordini coinvolgono quasi sempre professioni poco qualificate: come ad esempio operai portuali, vetrai, cavapietre. Un altro dato allarmante è che a volte gli scontri, come a Marsiglia nel 1881, sono causati da pretesti insignificanti. Nel caso di Marsiglia la caccia agli italiani dura tre giorni e causa la morte di tre persone e il ferimento di quindici.

Il 16 agosto 1893 è un giorno come un altro. Almeno così sembra. In città girano voci su possibili risse tra italiani e francesi. Un certo Giovanni Giordano, proveniente dalla provincia di Cuneo, durante un litigio con un francese ha utilizzato un forcone per minacciarlo. Quella lite sembra finire lì. Sembra, perché in realtà qualche ora dopo, un gruppo di vagabondi in cerca di lavoro raggiunge Aigues-Mortes e diffonde la notizia, falsa, dell’uccisione di tre francesi, per mano italiana, durante quella rissa

Le voci iniziano a circolare in modo impazzito. “Di bocca in bocca i morti francesi da tre diventarono cinque, dieci, venti e più, e si non contavano più i feriti – racconta il console Durando nella sua testimonianza – Da tutte le parti si corre schiamazzando: “via gli affamati; morte agli italiani; ammazziamoli tutti; viva l’anarchia; vogliamo il sangue”.

Grazie alle testimonianze del tempo si è in grado di ricostruire quella tragica giornata. Dopo le 15 una ottantina di italiani che si trova in piazza per ricevere le paghe è assalita dalla folla inferocita. Trenta italiani trovano rifugio nelle vigne. Altri in case private. Un gruppo cerca riparo in una panetteria. Per fortuna il proprietario del locale è in grado di bloccare porte e finestre e fermare l’assedio della folla. Circondati da circa trecento persone, gli italiani vengono nascosti nella soffitta. Da lì possono sentire le urla che vengono dalla piazza. La folla li vuole morti e c’è qualcuno che grida dicendo di volerne bere perfino il sangue. Dalle finestre della soffitta assistono ad uno spettacolo inquietante. Due italiani che si sono nascosti in una casa privata vengono scoperti. I due provano a scappare ma una volta in piazza la folla li finisce a colpi di bottiglie e bastoni.

Solo a mezzanotte arrivano i gendarmi a cavallo per disperdere la folla. Il prefetto ordina di condurre gli italiani nascosti nella panetteria alla stazione di Nimes. Il trasporto però non è facile. Ci vogliono tre viaggi e l’intervento dei gendarmi per trasportare 35 italiani alla stazione. Per i rimanenti 15 non c’è modo di portarli fuori. La folla è tornata ad ammassarsi attorno all’edificio. Nel frattempo un gruppo di 100 italiani presenti nelle saline viene licenziato ed invitato dai gendarmi a lasciare la città e marciare verso la stazione. Un progetto che salta visto che un manipolo di francesi di ritorno proprio dalla stazione incrocia gli italiani e innesca un secondo scontro. 40 connazionali feriti trovano rifugio nella torre di Costanza. La situazione è tutt’altro che calma. Le bande armate circolano indisturbate in città in cerca di italiani. Solo verso le 17 la situazione torna sotto controllo grazie all’arrivo di 250 soldati.

L’arrivo dei tanto attesi rinforzi permette l’evacuazione ed espulsione degli italiani dalla panetteria e dalla torre di Costanza. Di questi 17 uomini non possono essere trasportati perché feriti gravemente e vengono ricoverati nell’ospizio cittadino.

Il bilancio finale è spaventoso. Il numero di morti e feriti cambia a seconda delle fonti. I morti accertati sono 10 anche se per alcuni potrebbero salire a 17 considerando i dispersi. Per il Times il bilancio finale è di 50 morti e 150 feriti. C’è poi la cifra spropositata della Treccani che parla di “400 vittime buttate nel Rodano”. Ma questa, per fortuna, è una notizia infondata.

I feriti oscillano tra i 50 e i 150. Qualcuno sostiene addirittura 400. Come detto ci sono anche dei dispersi, come nel caso di Secondo Torchio di cui non si sa più nulla. Per quanto riguarda i morti, se consideriamo le dieci vittime senza includere i dispersi, nove di essi hanno un nome e un cognome, tranne il decimo rimasto senza identità. Non un’anomalia poiché spesso gli operai sono assunti dai caporali ed identificati solo con un numero.

Al danno si aggiunge la beffa. Perché per i fatti di Aigues-Mortes viene imbastito un processo farsa. In modo frettoloso e alquanto approssimativo, vengono individuati 17 colpevoli. Tra questi c’è anche Giovanni Giordano, colui che aveva scatenato la rissa utilizzata da alcuni come pretesto per il massacro. La tesi cardine del processo è che i francesi erano stati attaccati per primi. Non era vero ma per la giuria era sufficiente. In fondo un tribunale locale difficilmente avrebbe accusato e condannato i propri connazionali, come sostenuto anche dal New York Times. E’ così che il 30 dicembre tutti gli imputati vengono assolti. Viene pattuito un risarcimento di 420.000 franchi all’Italia. La sentenza, come possiamo ben immaginare, suscitò reazioni opposte.

La stampa internazionale sottolineò la gravità di quella sentenza. Come se fosse normale per i francesi ammazzare degli italiani. In Italia Francesco Crispi dapprima cavalcò l’onda nazionalista all’indomani del massacro ma, una volta al governo al posto di Giolitti, si mostrò accondiscendente. In diverse città italiane si registrarono scontri e proteste. Come a Roma dove l’ambasciata francese fu attaccata dalla folla; oppure Genova dove tra il 20 e il 22 agosto i dimostranti bruciarono numerosi tram e omnibus di una società francese. A Napoli, invece, gli scontri tra polizia e manifestanti provocarono tre morti.

Il massacro è stato oggetto di diverse interpretazioni. Per alcuni si tratta semplicemente di una guerra tra poveri, l’effetto di quella campagna d’odio che aveva offuscato le menti dei lavoratori locali spingendoli a credere che gli italiani fossero una vera minaccia non solo per il lavoro ma per il paese in generale. Altri, invece, avanzano l’ipotesi che si tratti di un evento orchestrato ad arte per dimostrare l’odio politico nutrito dalla Francia nei confronti dell’Italia e il risultato dello scarso prestigio internazionale dell’Italia. L’evento, e non c’è da meravigliarsi, fu strumentalizzato anche dalle altre nazioni. In primis la Germania che cavalcò quanto accaduto in ottica antifrancese. C’è poi chi vede in questo massacro le conseguenze di un capitalismo sfrenato. Un evento che i socialisti studiano e interpretano per spingere le masse dei lavoratori ad avere una maggiore consapevolezza dei propri mezzi e delle condizioni di lavoro.

La teoria del massacro premeditato riecheggia anche nelle dichiarazioni del console Durando. Diversi elementi concorrono a sostenere la tesi che il tutto fu organizzato ad arte. Tra questi, per esempio, l’annuncio dei primi scontri alle saline e l’ordine ai gendarmi di spostarsi lì lasciando incustodita la città. C’è poi un ritardo spaventoso nell’arrivo dei rinforzi. In città c’erano dei poliziotti ma non erano abbastanza per arginare la folla inferocita. Anche la decisione di attaccare gli italiani in piazza non è stata casuale. Lontani dalle saline, gli italiani non avevano con sé nemmeno i propri strumenti di lavoro. Senza gendarmi e possibilità di difendersi, divennero una facile preda.

Diversi studiosi hanno poi smontato la teoria che la scintilla scatenante di questo, ma anche di altri scontri che si registrarono in Francia, fu la tendenza degli italiani ad accettare salari più bassi a discapito dei lavoratori francesi. I salari in realtà erano uguali, anzi, proprio gli italiani si erano resi protagonisti di diversi scioperi e manifestazioni per ottenere salari più alti. Gli immigrati, dunque gli italiani in Francia, in realtà, come capita ancora oggi, svolgevano i lavori più duri e spesso meno qualificati. Optavano per il lavoro a cottimo per ottenere più guadagni possibili. Si creò una sorta di concorrenza indiretta tra i lavoratori.

C’è da dire che non tutti i francesi, per fortuna, si schierarono contro gli italiani. In quei momenti concitati alcuni abitanti del luogo si distinsero in atti eroici. Come il parroco “che difese con grande coraggio gli italiani, affermando che un prete non può fare distinzioni di lingua o nazionalità”. Oppure la signora Gouley che morì nel tentativo di proteggere un italiano. Diversi poi gli anonimi che diedero riparo ai nostri connazionali nelle loro case o attività.

Se ho deciso di raccontare la storia di questo pogrom nei confronti degli italiani è soprattutto perché si tratta di una strage dimenticata. O meglio dire insabbiata. Non è un evento che si trova spesso nei libri di storia. Ad Aigues-Mortes, il teatro di quel tragico evento, la gente raramente parla di quanto accaduto. C’è poi l’aneddoto raccontato dallo storico Enzo Barnabà ed autore del libro Morte agli italiani! Il massacro di Aigues-Mortes 1893”. Barnabà in un’intervista al Manifesto racconta che quando uscì l’edizione francese del suo libro, si fece di tutto pur di non metterlo in vendita nei negozi cittadini per non turbare i turisti (molti dei quali italiani) che percorrevano le strade di quell’eccidio.

Un tentativo debole per riportare alla memoria il massacro è stato l’affissione di una piccola targa sul municipio di Aigues-Mortes il 17 agosto 2018. 125 anni per affiggere una piccola targa e non dimenticare quanto accaduto.

Dopo aver analizzato il massacro e cosa accadde prima, viene spontaneo chiedersi se quell’evento cambiò almeno i rapporti tra italiani e francesi. Nonostante i morti e l’eco internazionale la situazione non migliorò.

Il 24 giugno 1894, circa un anno dopo gli eventi di Aigues-Mortes, gli scontri tra italiani e francesi, soprattutto nel sud della Francia si fanno sempre più frequenti. Ad esasperare la situazione, come se non fosse già difficile, l’uccisione del presidente della Repubblica francese Sadi Carnot per mano dell’anarchico italiano Sante Caserio. La reazione locale è brutale. A Lione ad esempio vengono dati alle fiamme i locali e le botteghe degli italiani. Ad Aigue-Mortes, viene recapitata una lettera anonima al sindaco che contiene minacce ed avvertimenti. Nessun italiano, c’è scritto nella lettera, può mettere piede in città. L’immediata conseguenza di questo clima d’odio è il licenziamento in massa degli operai italiani. Il governo non è in grado di tutelare la loro incolumità e la loro sola presenza potrebbe causare ulteriori scontri e massacri. Gli scontri proseguiranno fino alla prima decade del Novecento.

Siamo giunti al termine di quest’episodio, vi ringrazio per l’ascolto. Se volete approfondire la vicenda vi lascio come sempre in descrizione le fonti consultate. Vi consiglio anche di cercare online l’illustrazione de La Tribuna illustrata di domenica 3 settembre 1893. La copertina è dedicata proprio al massacro di Aigues-Mortes. Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast nonché su Instagram e Twitter. Inoltre, sul sito incercadistorie.com trovate le trascrizioni di tutti gli episodi. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Libri e articoli per questo podcast

  • “Agosto 1893, il massacro di Aigues-Mortes” di Dimichele Quirici – La Nazione
  • “Aigues-Mortes, una strage razzista” di Mauro Ravarino – il Manifesto
  • “Morte agli italiani! Il massacro di Aigues-Mortes 1893” di Enzo Barnabà – Infinito edizioni
  • Il pogrom di Aigues-Mortes. Il massacro degli italiani di Andrea Ferreri – Conoscere la Storia
  • Sanna, Giuseppina. “Gli Immigrati Italiani in Francia Alla Fine Dell’Ottocento E Il Massacro Di Aigues Mortes.” Studi Storici 47, no. 1 (2006): 185-218. http://www.jstor.org/stable/20567342.

Ep. 8 / Iwao Takamoto: la storia del creatore di Scooby-Doo

Scorrendo le storie raccontate in questo podcast, notiamo come i protagonisti siano accomunati da un elemento. Le loro vite, improvvisamente, sono state stravolte. Spesso da elementi esterni che non potevano controllare. Alcuni di essi, proprio nei momenti più duri e difficili, hanno trovato la forza per andare avanti e non farsi travolgere dagli eventi. La storia che vi racconterò oggi non è da meno. Perché il nostro protagonista proprio in un momento buio e complicato come la seconda guerra mondiale, e in un posto dimenticato da Dio come un campo di concentramento, ha trovato la sua vocazione. Questa è la storia di Iwao Takamoto, uno dei padri dell’animazione.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Lo so il nome Iwao Takamoto non dice molto. Ma se vi dicessi Scooby-Doo sicuramente saprete di cosa sto parlando. Il cane fifone che scappa terrorizzato inseguito da vampiri e fantasmi è solo uno dei personaggi creati dal signor Takamoto. Ho deciso di raccontare la sua storia perché mi ha colpito il modo in cui si è avvicinato al mondo dell’animazione. Ma soprattutto perché è una di quelle storie fatte di talento e determinazione che ci insegnano a trovare gli aspetti positivi anche nei momenti bui. Ma lasciamo per ora le considerazioni e immergiamoci nella sua storia.

Iwao Takamoto nasce a  Los Angeles, in California, il 29 aprile 1925. Figlio di immigrati giapponesi, a 15 anni si diploma alla Thomas Jefferson High School di Los Angeles. Una vita tranquilla e regolare anche se, come abbiamo detto all’inizio, ai nostri protagonisti accade sempre qualcosa di imprevedibile che stravolge tutto. Nel caso del signor Takamoto l’evento inatteso è l’attacco da parte dell’impero giapponese alla base navale americana di Pearl Harbor il 7 dicembre 1941.

L’attacco improvviso non solo trascina gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale ma alimenta un clima di odio e sospetto nei confronti dei giapponesi che vivono negli Stati Uniti. Non importa se alcuni di questi giapponesi, come il signor Takamoto, fossero nati e avessero vissuto sempre in America, per l’opinione pubblica rappresentano un pericolo, una minaccia interna che potrebbe sabotare la macchina da guerra americana.

Ecco che il governo americano e il presidente Roosevelt in primis firmano, il 19 febbraio 1942, l’ordine esecutivo 9066 che decreta che tutti i residenti sul territorio degli Stati Uniti di origine giapponese, anche se nati in territorio americano, devono essere rinchiusi in un campo di concentramento. Ad essere precisi, l’ordine esecutivo riguardava anche gli italiani e i tedeschi presenti sul suolo americano.

Il governo ordina la costruzione di dieci campi di concentramento in zone remote e isolate di sette stati diversi. I cittadini giapponesi non sanno a cosa vanno incontro. Sono costretti ad abbandonare le loro attività. C’è chi intesta i propri beni ai vicini e chi svende le proprietà pur di guadagnare qualche soldo. Per gli oltre 120mila giapponesi presenti sul territorio americano inizia così un processo di deportazione che sarà completato solo nel novembre del 1942.

Takamoto e la sua famiglia vengono rinchiusi nel campo di Manzanar, ai piedi della catena montuosa della Sierra Nevada in California. Il campo copre un’area di 500 acri. Filo spinato, otto torri per le guardie e le pattuglie della polizia: in questo modo gli internati non possono scappare. Solo nel settembre del 1942 vengono rinchiusi oltre 10mila giapponesi. 10mila persone suddivise in 504 baracche organizzate in 36 blocchi. Ogni blocco ospita tra le 200 e le 400 persone. Stanze miste per uomini e donne. Bagni, docce, mensa. Gli internati condividono tutto. Pochi sono abituati al clima del deserto: picchi oltre i 45 gradi d’estate e temperature sotto lo zero in inverno.

Le condizioni dure del campo non scoraggiano gli internati. Si crea una vera e propria comunità al suo interno con tanto di scuola, chiesa e giornale gratuito. Ed è in questo clima ibrido di privazioni e creatività che Takamoto si dedica al disegno. Perlopiù schizzi che ritraggono le attività svolte nel campo. I suoi disegni attirano l’attenzione di due signori. Prima di essere internati lavoravano come art directors presso due grosse case di produzioni cinematografiche. Sfogliano i bozzetti di quel ragazzo e gli danno un consiglio: quando la guerra sarà finita, vai in Giappone e cerca lavoro come disegnatore e animatore. Il talento non ti manca.

Iwao però non vuole lasciare gli Stati Uniti. La sua lingua madre è l’inglese e in America si sente a casa perché è lì che è nato e cresciuto. Quando finalmente la guerra è agli sgoccioli e il governo allenta la presa sui cittadini giapponesi, ha la possibilità di lasciare il campo. Quei due signori che aveva conosciuto a Manzanar gli avevano consigliato un posto, negli Stati Uniti, dove candidarsi come animatore: i Walt Disney studios.

Iwao decide così di chiamare la Walt Disney. La segretaria al telefono gli porge una semplice domanda: “Desidera lavorare per la Walt Disney?”, lui deciso risponde di sì e allora la segretaria chiede: “In che reparto vorrebbe lavorare?”. Una domanda banale ma che spiazza il protagonista della nostra storia. Come racconterà in un’intervista: “Ingenuamente credevo che alla Disney la gente disegnasse e basta. Solo in quel momento realizzai quanto fosse grande quel posto”. Allora risponde indicando l’animazione come settore preferito. La segretaria fissa un appuntamento e gli chiede una cosa. Anche questa banale: di portare con sé un portfolio. Iwao chiude la telefonata e pensa: “Ma io neanche ce l’ho un portfolio. Non ho nemmeno idea di come dovrebbe essere un portfolio”.

Non ha molte alternative, deve pur mostrare qualcosa al colloquio. Non avendo molti soldi decide di andare al negozio sotto casa. E’ un five and dime, uno di quei negozi che prendono il nome dal fatto che gli oggetti in vendita costano pochissimo, 5 o 10 centesimi appunto. Lì compra un paio di blocchi di fogli per disegnare e una matita. In due giorni, racconta, disegna tutto quello che gli viene in mente. Dai cavalieri ai cowboys. Per il colloquio ha finalmente un portfolio.

Il giorno dell’incontro alla Disney si sente un po’ spaesato. Nella sala d’attesa ascolta i discorsi degli altri candidati. Hanno tutti la cravatta e parlano di colloqui con altri studios. Lui, vestito come se fosse un giorno qualsiasi, reduce da un internamento in un campo di concentramento, con in mano due blocchi di disegni improvvisati, si sente un po’ a disagio. Durante il colloquio l’incaricato della Disney gli chiede di mostrargli i suoi disegni. Li osserva attentamente. Iwao è teso. Tra sé e sé pensa: “Dannazione. Quest’uomo sta facendo il suo lavoro e ha preso sul serio i miei disegni”. Mike, così si chiama l’intervistatore, lo guarda e dice: “Vai di fretta?”. Iwao stupito dice di no. “Allora aspettami qui, torno tra un po’”. Mike prende due disegni e sparisce. Dopo 20 minuti torna e gli chiede: “Vorresti iniziare a lavorare da lunedì?”.

E’ così che, qualche giorno prima del VE Day, la giornata della vittoria in Europa, l’8 maggio 1945, Iwao, il reduce di Manzanar, è assunto come assistente animatore dai Walt Disney Animation Studios. Non sa che quella sarà la sua casa per i prossimi 15 anni.

Lavorare alla Disney vuol dire imparare il mestiere dai maestri. E’ una scuola a tutti gli effetti, dove impara rubando i segreti e commettendo errori. Una vera e propria gavetta che lo vede impegnato inizialmente con i cortometraggi. Dopo 4 mesi viene chiamato dall’animatore Bob Connellson. Ha visto i suoi lavori e lo vorrebbe nella sua squadra. Con Bob lavora alla realizzazione del cortometraggio “Topolino e il fagiolo magico” che sarà presentato al pubblico nel 1947. Quell’esperienza gli permette di cimentarsi con l’animazione. Purtroppo non va tutto per il meglio. La Disney infatti attraversa un periodo buio e non può assicurare le paghe settimanali. Iwao riceve così un assegno di disoccupazione e viene messo da parte. “Stavo imparando cos’è la vita” dirà in seguito. Per fortuna quel periodo non dura molto e può ritornare alla Disney. Lavora ad alcune scene di Pecos Bill finché un giorno non gli viene chiesto di cambiare nuovamente stanza. Iwao non sa bene perché ma scopre presto che c’è una bella novità in serbo.

Milt Kahl, uno dei principali animatori dei classici Disney, vuole Iwao nel suo team. Per intenderci, il signor Kahl ha lavorato alla realizzazione del lungometraggio Biancaneve e i sette nani, nonché ha animato personaggi come Pinocchio, Peter Pan, il maggiordomo Edgar de Gli Aristogatti e lo Sceriffo di Nottingham in Robin Hood. Milt fa parte dei Nine Old Men, una sorta di hall of fame che accoglie i nove animatori storici della Disney.

Iwao si ritrova così a lavorare nell’unità di Milt. Ogni giorno passato al fianco di quei mostri sacri dell’animazione è una lezione. Tra i suoi colleghi c’è Marc Davis. Davis è un ex insegnante. Lo si vede perché, come racconta Iwao, ogniqualvolta lui non capisce qualcosa, Davis prende carta e matita e illustra quello che vuole dire. In un ambiente che trasuda creatività e genialità, Iwao lavora al film Tanto caro al mio cuore, un film in tecnica mista che racconta le vicende di un bambino, Jerry, e del suo inseparabile agnellino nero Danny. Quando la Disney decide di dare il via alla creazione di Cenerentola, Iwao si occupa di rifinire e completare le animazioni di Milt.

Dopo Cenerentola è la volta di Alice nel paese delle meraviglie, Peter Pan e Lilli e il vagabondo. Nella creazione di quest’ultimo film, Iwao dimostra di poter dare quel valore aggiunto che serve alla caratterizzazione del personaggio di Lilli. Walt Disney ha visto le bozze del cocker disegnate da Milt e non è soddisfatto. Vuole che il cocker abbia tratti più femminili e sia più grazioso. Milt allora si mette all’opera ma non riesce a ricreare quello che ha in mente Walt. Ecco che Iwao non perde l’occasione. Gli si avvicina e gli suggerisce una cosa all’orecchio. Milt allora lo guarda e dice: “So che hai in mente qualcosa, e so che funzionerà”. Raccoglie i fogli dal tavolo e li dà a Iwao: “Ora te ne occupi tu”. Su quella decisione, Iwao dice: “Fu una sorpresa e un po’ mi spaventava. Ma in qualche modo riuscì a ricreare quello che avevo in mente e infine mi dissero: da oggi sarai responsabile del controllo qualità delle caratterizzazioni di Lilli e il vagabondo”.

Il suo lavora consiste adesso nel controllare che i disegni vengano eseguiti correttamente e che rappresentino al meglio le caratteristiche dei vari personaggi. Dopo Lilli è la volta de La bella addormentata nel bosco. Gli affidano il personaggio principale: la principessa Aurora. In seguito si occupa anche de La carica dei cento e uno. Questo film ha una particolarità. La Disney infatti, per realizzarlo, utilizza la macchina xerografica che permette di fotocopiare i disegni degli animatori direttamente sui rodovetri. Un modo per saltare quella fase lunga e complicata della ripulitura dei disegni e inchiostrazione che era ancora realizzata a mano. Una tecnica che era stata sperimentata durante la realizzazione de La Bella Addormentata nel Bosco.

Gli anni ’60 sono per Iwao un momento di crisi. Il mondo che lo aveva tanto affascinato sta scomparendo. Si accorge di non poter dare più il suo contributo alla causa. Senza motivazioni sa di non poter andare avanti. Alcuni suoi colleghi sono passati alla televisione. Lavorano per una casa di produzione fondata nel 1957: la Hanna-Barbera. Decide allora di dire addio alla Disney e vivere questa nuova avventura.

Una volta approdato alla Hanna-Barbera si accorge subito di come lavorare per la tv sia molto diverso. Non si occupa più solo di controllare i disegni e le animazioni, ma spesso partecipa in prima persona alla creazione e realizzazione dei personaggi. E’ così che si ritaglia il suo ruolo nelle serie animate de I pronipoti, dove lascia il segno disegnando il cane Astro, e poi con I Flintstones. La sua versatilità e capacità d’improvvisazione fanno la differenza. Ne è un esempio il personaggio di Penelope Pitstop della serie La corsa più pazza del mondo. Iwao racconta che durante un incontro tra Joseph Barbera e gli sponsor della serie, alcuni dei partecipanti si domandano: “Ma non ci vorrebbe una donna in questa serie?”. Joseph raggiunge Iwao e gli dice: “Sono d’accordo con loro. Serve un personaggio femminile”. Iwao, insieme a Jerry Eisenberg, si mettono subito all’opera e in due ore realizzano il personaggio di Penelope Pitstop. Anche qui si nota il suo tocco nel caratterizzare il personaggio. Parte da due elementi di base che accomunano tutti i piloti: il casco e la sciarpa. Ci aggiunge un parasole e disegna una macchina con tanto di labbra e ciglia. Il tutto condito da un rosa shocking. Ecco creato il personaggio femminile che tanto volevano.

“Quando realizzi un cartone animato del sabato mattina – spiegano gli addetti ai lavori – devi tagliare ogni linea non essenziale. Più linee vuol dire più spese. Non importa se diamo ai bambini 40mila disegni o 4mila. Quello che interessa è l’intrattenimento”.

Takamoto ha un altro colpo di genio quando, sempre su richiesta di Joseph Barbera, disegna la famiglia di orsi protagonista della serie The Hillbilly Bears. Ma è nel 1969 che crea uno dei suoi personaggi più rappresentativi.

Un anno prima il produttore Fred Silverman si presenta all’Hanna-Barbera con una idea: ha in mente di creare un cartone animato della durata di 30 minuti dai toni horror da mandare in onda il sabato mattina. Deve ispirarsi al celebre, almeno in America, radio dramma “I Love a Mystery”, in onda tra il ‘39 e il ’44, ed incentrato sulle vicende di tre amici che gestiscono una agenzia investigativa e girano il mondo in cerca di avventure.

La Hanna-Barbera realizza una bozza intitolata inizialmente The Mysteries Five. Cinque ragazzi e il loro cane che fanno parte di una band musicale, “Mysteries Five” appunto, e che, quando non suonano, risolvono misteri soprannaturali. La bozza però non convince. Anche il personaggio del cane va rivisto ed è proprio lì che sale in cattedra l’estro di Takamoto.

Alla Hanna-Barbera c’è una signora che alleva alani. Chiacchiera spesso con lui e le piace mostrargli le foto dei suoi cani. Sottolinea sempre le loro caratteristiche: schiena dritta, zampe dritte e mento sottile. Quei tre elementi vengono capovolti e distorti nella mente di Takamoto. Ecco che il cane protagonista della serie sarà l’opposto: un alano con la gobba, il mento grande e le zampe arcuate. Perfino il colore è sbagliato. E il nome? Un altro colpo di genio.

Nel 1966 viene incisa la canzone “Strangers in the night” cantata da Frank Sinatra. Nella parte finale, The voice ripete “Doo-bee-Doo-bee-Doo”. Così nasce l’alano Scooby-Doo e la serie del ’69 prenderà il titolo di Scooby-Doo where are You? Accanto all’alano fifone, i personaggi che tutti ormai conosciamo: Fred, Daphne, Velma e l’impacciato Shaggy.

Michael Mallory, autore del libro “Hanna-Barbera Cartoons” dice: “Iwao ci ha regalato Scoby-Doo. Senza di lui sarebbe stato un piccolo Airedale terrier e probabilmente sarebbe durato solo una stagione”.

E Scoby-Doo infatti, grazie proprio all’intuizione di Takamoto, diviene un appuntamento fisso della tv, soprattutto del sabato mattina. Stagione dopo stagione, nel 2004 trova posto perfino nel Guinness dei primati per essere la serie col maggior numero di episodi mai prodotta.

Takamoto continua a lavorare per la Hanna-Barbera curando diverse serie tv e film. C’è il suo zampino nelle serie La famiglia Addams, Aspettando il ritorno di papà, Super Segretissimo, nel film I pronipoti e nel 2005 cura anche il film di Tom and Jerry intitolato “L’arte del karate”. Elencare tutti i titoli sarebbe impossibile perché durante la sua permanenza alla Hanna-Barbera ha contribuito al successo di svariate produzioni. E come dicevano i suoi colleghi: “La sua mano non era sempre la prima, ma era sicuramente l’ultima che toccava un personaggio”, a conferma del fatto che avesse la capacità di dare quel tocco in più per caratterizzare qualsiasi personaggio e renderlo unico. Espressioni e carattere, i due capisaldi che riteneva indispensabili nel mondo dell’animazione: “Se osservi i personaggi dei cartoni animati di maggior successo, ti accorgerai che hanno tutti un tratto comune. Non è tanto il modo in cui sono stati disegnati, ma quello che sono in grado di fare e come lo fanno utilizzando il linguaggio del corpo e le espressioni del viso. E’ come se il disegno avesse dentro di sé gli strumenti necessari per renderli vivi, donandogli un cuore e un cervello. E’ questo il fascino dell’animazione”.

Takamoto si spegne nel 2007, nella sua Los Angeles, a 81 anni per un attacco di cuore. Al momento della sua morte è vicepresidente della sezione progetti speciali per la Warner Bros. Animation, che nel frattempo aveva assorbito la Hanna-Barbera fallita per bancarotta.

Siamo giunti al termine di quest’episodio, vi ringrazio per l’ascolto. La storia di Takamoto l’ho scoperta su Twitter. Conoscevo il personaggio di Scoby-Doo, ma come capita spesso con i cartoni animati che hanno accompagnato la nostra infanzia, e non solo, non conoscevo il suo disegnatore. Ho notato che in ogni tweet si menzionava il suo internamento nel campo di concentramento di Manzanar. Come detto all’inizio, è il motivo per cui ho deciso di raccontarvi questa storia. Perché possiamo trovare aspetti positivi anche nei momenti difficili. Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast nonché su Instagram e Twitter. Inoltre, sul sito incercadistorie.com trovate le trascrizioni di tutti gli episodi. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Libri e articoli per questo podcast

  • “Iwao Takamoto. Brilliant animator who eased the medium’s transition from film to television” di Paul Wells – The Guardian
  • “Iwao Takamoto, 81; animator for Hanna-Barbera drew Scooby-Doo” di Valerie J. Nelson – The New York Times
  • Sulla tecnica della Xerografia: “Marathon Day: La Carica dei 101 (1961)” di Daniele Artioli – Chest of Tales
  • “Living with a Legend a Personal Look at Animation Legend Iwao Takamoto, Designer of Scooby” di E. Leslie Stern – TotalRecall Publications

Ep. 7 / Len Bias: l’ultimo tiro fatale

What if. Cosa sarebbe successo se… Ipotesi, congetture, null’altro. Se la storia non va come tutti ci aspetteremmo, resta solo questa domanda: cosa sarebbe potuto accadere se…? Il what if, come dicono gli inglesi, possiamo applicarlo a qualsiasi campo. Ce n’è uno dove l’imprevedibilità si ritaglia il suo spazio e rende tutto più emozionante: lo sport. Risultati ribaltati, atleti che invece di firmare per un club scelgono un altro, o semplicemente l’ultimo tiro che non va a segno e si spegne sul ferro. Emozionante ma anche tragico. Perché gli eventi imprevedibili possono avere anche un risvolto negativo. Come per Len Bias, il what if della NBA.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Se dico basket qual è il primo atleta che vi viene in mente? Spesso associamo ad uno sport l’atleta più iconico. Anche se non è il nostro preferito o non l’abbiamo mai visto in azione, il nostro cervello associa ad uno sport un nome. E’ vero dipende dall’età, ma se parliamo di basket e icone molto probabilmente penseremo a Michael Jordan. Per chi ha vissuto gli anni ‘80 e ‘90, Jordan ha rappresentato il punto più alto del basket americano. Ma in realtà non c’era solo lui. Se puntiamo la nostra lente sull’America degli anni ‘80 scopriamo che c’era un altro giocatore al pari di MJ: Len Bias.

Leonard Kevin Bias nasce a Landover, nel Maryland, il 18 novembre 1963. E’ un ragazzo serio ed umile, fin troppo serio, tanto che il parroco della sua cittadina gli affibbia il nomignolo di “Frosty”. Non sarà l’unico soprannome che riceverà. Amante del football, si avvicina al basket quando, nel 1982, va al college per frequentare la University of Maryland.

All’inizio le sue prestazioni sono un po’ sottotono. I suoi numeri sono nella media. Ma Len ha un obiettivo chiaro: vuole migliorarsi e puntare alla NBA, il sogno per qualsiasi ragazzo amante del basket. E come MJ vuole essere il migliore, ha fame di vittorie e lavora sodo per raggiungere quest’obiettivo.

Per farsi strada, soprattutto nel mondo della NBA, sa bene che deve migliorare il suo corpo. Allenamenti duri e costanti per sviluppare massa muscolare e accrescere la sua esplosività. Ma non c’è solo l’aspetto fisico. Un vero campione cura ogni dettaglio. Lavora sui tiri in sospensione, le schiacciate e i rimbalzi. E i risultati sul campo partita dopo partita si vedono eccome.

Quest’ala piccola di 2.03 m per 98 kg, con la maglia numero 34, lascia tutti a bocca a aperta. E’ uno dei giocatori più atletici e potenti del panorama collegiale. E’ in grado di saltare come nessun’altro. Tiri in sospensione e rimbalzi diventano la sua specialità. Ecco arrivare un altro soprannome che la dice tutta sulle sue prestazioni: “superman”. Sì, perché chi lo ha visto giocare, come l’analista di basket Jay Bilas, non ha dubbi: nessuno può fermare Len. C’è una dichiarazione emblematica di coach Mike Krzyzewski. Krzyzewski è uno che di basket ne sa. Ha una esperienza pluridecennale come allenatore della Duke University e vanta tre ori alle olimpiadi con la nazionale maggiore. Su Len dice: “In 24 anni da allenatore della Duke ho notato due giocatori spiccare su tutti: Michael Jordan e Len Bias”.

Jordan e Bias. I tifosi al college si dividono. C’è chi vuole essere come la guardia tiratrice della North Carolina e chi come quel talento esplosivo del Maryland. Quando MJ passa ai Chicago Bulls nel 1984, il palcoscenico del basket collegiale è tutto per Bias. Vince per due stagioni consecutive il premio di miglior giocatore del campionato. Ci sono due partite che restano nella storia: il 25 gennaio del 1986 contro i diavoli blu della Duke mette a segno 41 punti; il 20 febbraio dello stesso anno contro la North Carolina mette a referto 35 punti nella vittoria per 77 a 72. Ecco spuntare un altro soprannome: “horse”. Cavallo. Per via della sua forza ed eleganza sul parquet.

Un cavallo inarrestabile che finisce inevitabilmente nei radar delle squadra NBA. Le voci su quel ragazzo non si fermano e i talent scout vanno a vedere le sue partite per rendersene conto di persona. C’è una squadra che ha messo gli occhi su di lui. Si tratta dei Boston Celtics del presidente Red Auerbach che ha ricevuto ottimi commenti su questo giocatore da uno che conosce bene Bias: il suo allenatore Lefty Driessel.

I Celtics sono una delle squadre più blasonate del panorama cestistico americano e hanno vinto tre volte il titolo NBA negli ultimi 5 anni. Nel 1986 il presidente Auerbach ha sul taccuino due nomi: Brad Daugherty, centro della North Carolina University, e Bias. Il primo firma con Cleveland così i Celtics vanno dritti su Bias. Il 17 giugno 1986 , al Madison Square Garden di New York, il commissario della NBA David Stern annuncia il suo nome come seconda scelta del draft per la franchigia di Boston. Vestirà la maglia numero 30.

C’è una foto che testimonia quel giorno. E’ forse una delle più celebri. Lo ritrae in abito bianco e cravatta nera. Indossa il cappellino verde dei Celtics e sorride. Un ragazzo felice che finalmente ha coronato il suo sogno.

Il salto in NBA catapulta Bias in una nuova dimensione. NBA vuol dire soprattutto contratti milionari. La Reebok ha in mente di fare con lui la stessa cosa che la Nike ha fatto con Jordan. Deve essere il suo testimonial di punta e il giorno dopo il draft gli fa firmare un contratto da 3 milioni di dollari. Non sarà come il contratto a vita firmato da Lebron James con la Nike per 1 miliardo di dollari, ma nel 1986, investire 3 milioni su un rookie di 23 anni, voleva dire molto.

Bias è in estasi. Non solo soldi e popolarità, ma soprattutto l’idea di giocare in NBA al fianco di un trio che ha fatto la storia dei Boston e del basket americano: Larry Bird, Kevin McHale  e Robert Parish. Per gli addetti ai lavori può essere proprio lui l’uomo che serviva per allungare la loro dinastia. Insomma, gli elementi per fare bene ci sono tutti.

Il 19 giugno Bias va a Boston con suo padre per firmare il contratto con la squadra e quelli con gli sponsor. Decide di tornare in giornata al campus. Vuole festeggiare quell’evento indimenticabile. Nella stanza 1103 del Washington Hall, il dormitorio del campus dell’Università del Maryland, Len è in compagnia di alcuni amici: Terry Long, David Gregg e Brian Tribble. Una festa a base di alcol ma soprattutto droga. Cocaina. Pura e in quantità eccessive. Tanta da fermare superman, frosty, horse, insomma Len non si sente bene e cade al suolo in preda a crisi epilettiche.

La festa si trasforma in tragedia. David gli tiene le gambe mentre Terry prova a non fargli mordere la lingua. Brian alle 6.30 chiama il 911. “Si tratta di Len Bias. Si tratta di Len Bias – ripete Brian – Lo dovete rianimare. Non può morire”. Alle 6.50 arriva l’ambulanza. I paramedici provano a rianimarlo sul posto ma senza successo. Len è ormai privo di sensi e non respira. Lo trasportano al Leland Memorial Hospital dove gli somministrano cinque farmaci. Neanche questo funziona e i medici provano un ultimo estremo tentativo impiantandoli un pacemaker. Nulla da fare. Alle 8.55 viene dichiarata la sua morte.

La scomparsa di Bias sconvolge tutti. Il basket americano e la società in generale sono sotto shock. Se ne va uno dei talenti più promettenti del basket a stelle e strisce. I Celtics regalano la sua maglia alla madre. Al funerale il reverendo e attivista Jesse Jackson dice: “Sono morti più ragazzi per mano dei pusher che non del Klu Klux Klan”.

Una morte drammatica e inaspettata. Perché la storia non va sempre come vorremmo. Una morte che dà il La a congetture e strumentalizzazioni. Siamo infatti nell’America degli anni 80’, il Paese è dilaniato dalla piaga della droga. Cocaina per chi se la può permettere, ma soprattutto crack, la droga economica che si è fatta largo nelle classi più disagiate e che sta rovinando intere generazioni. Il governo Reagan, tra annunci e leggi ad hoc, fa guerra proprio a quel mondo. E nella lotta al crack la morte di Bias diventa l’evento che tutti aspettavano per sensibilizzare la società. Non importa se Bias avesse assunto o meno questa droga. Le voci che circolano parlano di Len stroncato dal crack: qualcuno sostiene che era la prima volta che lo assumeva.

La causa di morte ufficiale è overdose da cocaina. Strumentalizzazioni e ipotesi. Perché su quella sera si apre un dibattito infinito dove si alternano teorie e ricostruzioni. L’unico dato certo in quel momento è che Len, durante la sua carriera universitaria, non era mai risultato positivo a nessun test antidroga.

Teorie a parte, la sua morte stravolge il mondo dello sport. La scomparsa di un talento del calibro di Bias non può essere vana. Le squadre sono sotto shock e finalmente decidono di prestare più attenzione alla vita dei propri giocatori anche fuori dal campo. La loro vita privata, le loro abitudini, sono importanti. Il 27 giugno, appena 8 giorni dopo la sua morte, a morire per overdose è un altro atleta. Questa volta è il football a restare sotto shock per la morte di Donald Lavert Rogers, detto Don, il safety dei Cleveland Browns. Bias e Rogers diventano così i simboli del dibattito nazionale sul rapporto tra droghe e atleti.

Ma non è solo il mondo dello sport ad interrogarsi su quella morte e a prendere provvedimenti. C’è perfino una legge che porta il suo nome. La legge Bias introdotta nel Wisconsin permetteva alle autorità di accusare gli spacciatori di omicidio colposo per la morte per overdose di quei clienti a cui avevano venduto la droga.

Cosa sarebbe successo se quella sera Len non avesse assunto cocaina? Il what if, come dicono gli inglesi, torna nella storia Bias. Ipotesi e congetture, perché sul futuro di questo giocatore in NBA non c’è nulla di scritto, nulla di certo. Le domande e le supposizioni si susseguono: era più forte di Michael Jordan? Avrebbe fatto anche lui la storia del basket NBA come MJ? Per alcuni, Bias poteva essere per Jordan quello che Magic Johnson fu per Larry Bird. Un degno rivale sul parquet che poteva rubargli il trono di miglior giocatore del basket americano.

Ma la storia non va sempre come vorremmo. E i what ifs rendono lo sport più emozionante ma qualche volta anche tragico.

Siamo giunti al termine di quest’episodio, vi ringrazio per l’ascolto. Sulla storia di Len Bias e su quella tragica notte ci sono svariati articoli online. Vi lascio come sempre in descrizione quelli consultati per quest’episodio. C’è anche un documentario del 2009 di Kirk Frasier dal titolo “Without Bias”. Per fortuna su YouTube ci sono diversi video con gli highlights delle sue partite. Tra questi quella contro la North Carolina di Michael Jordan.  Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast nonché su Instagram e Twitter. Inoltre, sul sito incercadistorie.com trovate le trascrizioni di tutti gli episodi. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Articoli per questo podcast

– The Len Bias story remains one of the saddest ‘what-ifs’ in sports history. Di JEFF ZILLGITT. USA TODAY

– The Day Innocence Died. Di Michael Weinreb. ESPN

– Maryland Basketball Star Len Bias Is Dead at 22. Di Keith Harriston e Sally Jenkins. Washington Post

– La Legge Len Bias: quando per cambiare le regole ci deve scappare il morto. Di Matteo di Medio. Io gioco pulito – At services for bias, tributes and warnings are offered. Di Roy S. Johnson. New York Times

Ep. 6 / Jane Dieulafoy: l’archeologa che sfidò la società indossando i pantaloni

Si dice spesso che le regole siano fatte per essere infrante. Non tutte certo, ma sicuramente quelle più assurde e retrograde hanno sempre bisogno di qualcuno pronto ad infrangerle per mettere in moto il meccanismo del progresso. Deve aver pensato lo stesso Jane quando si vide costretta, per realizzare i propri sogni, ad infrangerne una, anch’essa assurda e retrograda: il divieto per le donne di indossare abiti da uomo. Questa è la storia di Jane Dieulafoy, la donna che si travestì da uomo per essere libera.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

La storia di quest’oggi è singolare e meravigliosa allo stesso tempo. E’ una storia di determinazione, emancipazione e senso di libertà. Protagonista una donna fuori dal comune. Per chi segue questo podcast dall’inizio ricorda molto la figura di Nellie Bly raccontata in un altro episodio che vi invito ad ascoltare se lo avete perso.

Archeologa, scrittrice, autrice ed esploratrice. Darle un’etichetta sarebbe troppo difficile. Lasciamo parlare i fatti e immergiamoci nella sua storia.

Jane Henriette Magre nasce in Francia, a Tolosa, il 29 luglio del 1851. Figlia di una famiglia benestante di mercanti borghesi deve fare i conti fin da piccola con la morte prematura del padre. E’ una bambina intelligente ed arguta che mostra fin da subito la volontà di distinguersi dalle sue coetanee. Quando ha 11 anni sua madre decide di mandarla in convento. Lì riceve una educazione rigida e di livello: impara il greco e il latino, il tutto condito da una ferrea disciplina imposta dalle suore. Resta in convento fino ai 19 anni. La vita tra quelle mura non scalfisce la sua voglia di indipendenza. Accetta le regole imposte dalle suore ma sa bene che fuori da lì c’è un mondo che l’aspetta. E il mondo che lei vuole, fatto di viaggi e avventure, si materializza nella figura di Marcel-Auguste Dieulafoy. Un incontro che cambierà la sua vita. O forse quella di entrambi. Marcel è un ingegnere civile. E’ anche lui di Tolosa. Viaggia spesso in Africa per lavoro e per passione. Agli occhi di Jane è il partner ideale. La spalla che cercava per vivere i suoi sogni. Appena lasciata la vita del convento Jane si sposa con Marcel nel 1870.

Il loro matrimonio ha qualcosa di speciale. Jane non è la tipica moglie dell’età vittoriana: subordinata al marito e relegata alle faccende domestiche. Il loro matrimonio si basa su quattro valori fondamentali: rispetto, uguaglianza, affetto e collaborazione. Un rapporto realmente paritario e in controtendenza per quei tempi. Se il loro matrimonio è speciale, la luna di miele non è da meno.

Nel luglio del 1870 la Francia è coinvolta nella guerra contro la Prussia. Marcel si sente chiamato in causa. Vuole difendere la sua patria. Chiede allora di essere arruolato nell’esercito e viene mandato, come capitano, a Nevers. Jane non ci pensa due volte a seguire il marito. E lì, a 19 anni, in piena guerra franco prussiana, che decide di abbandonare i vestiti da donna per indossare, per la prima volta, quelli da uomo e seguire così il marito in battaglia.

Fermiamoci un attimo ad analizzare questi due dettagli. Alle donne non era permesso indossare i pantaloni. Non si trattava solo di una consuetudine, c’era una vera e propria ordinanza in merito emanata dalla prefettura di Parigi nel 1799. L’unica eccezione consentita era avere un certificato medico da presentare alla polizia per ottenere un’autorizzazione speciale. Ecco le regole assurde e retrograde che ho citato all’inizio. Ed è ancora più assurdo pensare che questa ordinanza è rimasta in vigore fino al 2013, quando finalmente è stata abolita ufficialmente.

Il secondo dettaglio da non trascurare è la presenza delle donne sul campo di battaglia. Alle donne non era concesso prendere parte ai combattimenti. Erano impiegate nelle mense per la distribuzione di cibo e acqua.

Mettiamo insieme questi due elementi e notiamo come Jane fosse una vera mosca bianca. Si traveste da uomo e sceglie il fucile al posto delle pentole. Combatte al fianco del marito nei panni di un tiratore scelto non rivelando mai la sua identità.

Il conflitto ha un esito disastroso per la Francia. A guerra conclusa, Marcel e Jane tornano alla vita normale in quel di Tolosa. Normale, un aggettivo che stona, e molto, con la vita che ci aspetteremmo da Jane. Sogni, avventure, azione, tutto questo a Tolosa non c’è. Entrambi si sentono attratti dall’Oriente. Specialmente Marcel, che come detto è un ingegnere, crede che l’architettura occidentale in realtà affondi le sue radici nel mondo orientale. I due si ritrovano così a viaggiare spesso: le mete sono quasi sempre l’Egitto e il Marocco. Questi viaggi li spingono a mirare più in alto, o più lontano diremmo. I due, infatti, nel 1880 decidono di pianificare, a loro spese, un viaggio esplorativo in Persia. Impiegano quasi un anno per perfezionare il tutto. Nel 1881 finalmente partono. 

Al loro arrivo in Persia hanno gli occhi di tutti addosso. Due occidentali, due uomini, sì perché Jane anche in questo caso si traveste da uomo, che a cavallo vanno alla ricerca dei tesori della Persia. Tra il 1881 e il 1882 percorrono circa 6000 chilometri documentando tutto quello che vedono. Entrambi hanno la passione per la fotografia e immortalano tutto ciò che ai loro occhi appare degno di nota.

Per Jane, intraprendere un viaggio del genere travestita da uomo, non è facile. Non solo un falso nome da dare alle autorità locali ma anche semplici accorgimenti come rasarsi spesso i capelli. Un travestimento che funziona visto che uno dei suoi biografi racconta che perfino lo Scià in persona si stupì nel sapere che quel ragazzo al fianco di Marcel, in realtà, era proprio sua moglie.

Decidono di puntare verso la mitica e leggendaria città di Susa, oggi in Iran e considerata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. Ai tempi di Jane, era una meta ambita dagli archeologi. In molti volevano mettere le mani sulle rovine di quella gloriosa città. Per i coniugi Dieulafoy si tratta in realtà di un viaggio di perlustrazione. Vogliono studiare il sito, capire come muoversi e pianificare una vera e propria campagna di scavi. L’organizzazione di questa seconda spedizione porta via altri due anni e nel 1884 i due sono di nuovo a Susa.

Questa volta hanno anche i fondi e i permessi necessari da parte del Louvre e del governo francese per avviare i primi scavi. Ovviamente con l’approvazione dello Scià di Persia. L’accoglienza, però, non è delle migliori. Malattie, insetti, la pioggia e poi gli abitanti del posto che non li perdono di vista un attimo. Qualsiasi oggetto rinvenuto appartiene a loro e non sono così felici nel vedere due occidentali saccheggiare le loro terre. A questo si aggiungono i ladri che, calata la notte, fanno razzie nei campi degli archeologi in cerca di reperti in oro.

Non sarà questo a scoraggiare Jane e Marcel. La loro voglia di scoperte e avventura non si può fermare davanti a questi ostacoli. Per proseguire nel loro progetto hanno bisogno però di una vera squadra. Decidono di arruolare alcune persone del posto. La ricerca si dimostra più difficile del previsto. Nel suo diario Jane annota: “Un vecchio arabo che si ciba solo di erbe; un povero diavolo derubato dalle tribù nomadi e il figlio di una vedova che rischia di morire di fame sono stati finalmente arruolati ad un prezzo esagerato. Marcel ed io abbiamo assunto il comando di questo glorioso battaglione”.

Il team, se così possiamo chiamarlo, si mette subito al lavoro. I primi scavi non danno i frutti sperati ma gli archeologi sanno bene che il tempo e la pazienza ripagano sempre. Non passa molto tempo e finalmente uno degli operai rinviene quello che sembra un semplice mattone decorato. E’ solo la punta dell’iceberg. Per un mese intero la squadra di Jane e Marcel continua a scavare finché non si ritrovano davanti alla scoperta più importante della loro vita: il leone persiano di Dario il Grande. Pezzo dopo pezzo, i due assemblano questo capolavoro risalente al 510 a.C. Jane è stregata dai colori di quell’opera d’arte: blu, bianco, verde, turchese, non può fare a meno di riportare nel suo diario tutte le emozioni che prova nel contemplare il leone. 

Il leone di Dario I fa da apripista a nuovi ritrovamenti. Un sigillo appartenuto a Serse il Grande, bottiglie, lampade, pietre incise, monete, urne funerarie e “migliaia di oggetti interessanti” a detta di Jane. L’eco della scoperta investe il mondo dell’archeologia rimettendo in discussione alcune teorie circa il mondo antico.

Jane e Marcel mettono insieme abbastanza reperti da riempire fino all’orlo 54 casse di legno. I reperti che non trovano posto nelle casse, vengono nascosti in un luogo segreto che solo loro due conoscono. Alla felicità per la scoperta si aggiunge però l’ansia per il trasporto di quanto ritrovato. Li aspetta un viaggio di circa 200 miglia fino alla Turchia. Un viaggio reso ancora più pericoloso dall’ostilità delle popolazioni locali che non accettano che il loro tesoro venga trafugato e mandato in Francia.

Dopo un viaggio rocambolesco i due raggiungono le coste della Turchia. Non fanno in tempo a tirare un sospiro di sollievo che un nuovo ostacolo blocca il loro ritorno in Francia. Gli ufficiali della dogana, infatti, chiedono ai coniugi Dieulafoy diverse migliaia di franchi come lasciapassare. O pagano o i loro reperti finiranno nel museo dell’odierna Istanbul. Per Jane e Marcel le cose si mettono male. Gli ufficiali non vogliono trattare e i due sono costretti a chiedere aiuto al consolato francese. La situazione è delicata. Sono controllati a vista. L’esercito ha avuto l’ordine di affondare qualsiasi imbarcazione utilizzata dalla coppia per scappare. Purtroppo i negoziati richiedono tempo, molto tempo circa un anno, e l’unica soluzione è lasciare i loro reperti e tornare in Francia. Non tutti però. Alcuni oggetti preziosi vengono nascosti nei loro bagagli personali.

Non appena hanno la possibilità Jane e Marcel ritornano a Susa. Questa volta ad aspettarli c’è un gruppo nutrito di operai. Le loro scoperte hanno infatti galvanizzato tutti. Sotto la supervisione di Jane che organizza in modo meticoloso i lavori, gli operai rinvengono nuovi capolavori. Tra questi il palazzo di Dario il Grande con i fantastici arcieri. 

Per Jane e Marcel è tempo di tornare in Francia. I due hanno accumulato qualcosa come 45 tonnellate di reperti archeologici che devono essere spediti a Parigi in nave o in treno.

I Dieulafoy sono accolti come delle vere e proprie celebrità. La notizia delle loro scoperte ha fatto il giro del mondo. La vera notizia in realtà, quella di cui tutti parlano, è proprio lei, Jane, che per tutto il tempo non ha mai abbandonato gli abiti da uomo. La sua scelta ha provocato ammirazione ma anche derisione. Colpisce la sua totale indifferenza alle critiche. Sembra quasi che si sentisse a suo agio più con gli abiti da uomo che con quelli femminili. Secondo il New York Times il governo francese le diede un permesso speciale per poter vestirsi da uomo ed apparire così in pubblico. La società del tempo, chiusa e conservatrice, avanzò anche delle assurde ipotesi circa il suo orientamento sessuale. Per molti indossare abiti da uomo voleva dire solo una cosa: essere omosessuale. Assurdo, certo, ma se pensiamo che ancora oggi facciamo fatica a sradicare alcune convinzioni circa il modo di vestirsi e il proprio orientamento sessuale, come se ci dovesse essere per forza qualche correlazione, non possiamo certo aspettarci una mentalità più aperta alla fine del XIX secolo.   

Leggendo la sua storia sono stato colpito dal fatto che Jane, e purtroppo non solo lei, si vide obbligata ad indossare abiti da uomo per essere presa in considerazione. Quando accompagna Marcel per la prima volta si presenta a tutti come il suo “collaboratore”. Attenzione non collaboratrice. Sceglie di proposito di utilizzare fin da subito la forma maschile. Una donna che va cavallo con tanto di frusta e fucile accompagnando suo marito in una spedizione archeologica è uno scandalo. Per alcuni perfino un fastidio.

Lasciamo per un attimo le considerazioni e torniamo alla storia di Jane. L’esposizione al Louvre dei loro reperti li ha resi famosi in tutto il mondo. Il museo ha intitolato due stanze proprio ai Dieulafoy e i visitatori si accalcano per poter ammirare i capolavori provenienti da Susa. Per Jane, il ritorno in Francia, è anche il momento per dedicarsi a nuove attività. La fotografia, che non aveva mai abbandonato durante le sue spedizioni, ma soprattutto la scrittura. Riceve anche i primi meritati riconoscimenti: è una delle prime donne ad essere riconosciuta in tutto il mondo per il suo lavoro di archeologa. Non solo. In occasione dell’inaugurazione al Louvre, il 20 ottobre 1886, riceve dal presidente della repubblica francese la croce della Legione d’Onore e il titolo di Cavaliere. E’ tra le poche donne a ricevere questa onorificenza.

I Dieulafoy non sono sazi delle loro scoperte. L’Oriente continua ad attrarli. Hanno in cantiere una nuova spedizione a Susa. Questa volta però i negoziati con la Persia non decollano. Jane esprime tutta la sua rabbia in una lettera dove attacca la politica e il modo di governare del sovrano. Lo Scià, offeso, non accetta quelle critiche. Soprattutto se a pronunciarle è una donna che si veste come un uomo. La figura di Jane è considerata troppo ingombrante. Dovrebbe stare a casa ad occuparsi della famiglia. E’ quello il ruolo di una moglie. Per lo Scià è una situazione inaccettabile. La beffa arriva quando gli scavi di Susa vengono affidati ufficialmente ad un ingegnere, Jacques de Morgan, che tra il 1889 e il 1891 riceve l’incarico di comandare la delegazione archeologica francese in Persia, il più grande progetto archeologico mai organizzato da un paese europeo.

Quando il sogno di tornare in Persia è ormai sfumato a causa dei problemi diplomatici, Jane si dedica alla scrittura. Le permette di tenere vivo il ricordo. Scrive diversi reportage che stimolano la curiosità dei lettori francesi. Uomini ma soprattutto donne sono affascinati da questa archeologa che a cavallo, sotto il sole cocente, li porta in giro per l’Oriente mostrando loro luoghi che non avrebbero mai conosciuto. Il viaggio epico da Marsiglia a Susa raccontato e pubblicato sulla rivista di viaggi “Le Tour du Monde” è uno dei più apprezzati. Le sue spedizioni sono sempre cariche di avventure e colpi di scena ed è quello che i lettori del tempo amano di più. Jane che a cavallo, con il fucile e la frusta, scaccia i ladri potrebbe ricordarci personaggi inventati come Indiana Jones, il celebre archeologo ideato da George Lucas e interpretato al cinema da Harrison Ford, oppure Lara Croft, l’archeologa del videogioco Tomb Raider. L’unica differenza è che qui è tutto vero.

Ma non ci sono solo i reportage. Scrive un libro “Parisatide”, sull’ex regina persiana, che diventa anche un dramma lirico. E poi i romanzi: storici ma anche psicologici dove prende posizione contro il divorzio considerandolo una rovina per la donna. Il successo letterario accresce la sua popolarità che usa come mezzo per portare avanti campagne in ambito sociale. Nel 1904, insieme ad altre scrittrici, fonda un premio: il “Prix Femina”. Il premio è destinato a uomini e donne ma la giuria è completamente femminile.  

Tra opere teatrali, libri e conferenze, i Dieulafoy non smettono di viaggiare. Abbandonata a malincuore la Persia, i due decidono di spostare il loro interesse verso la penisola iberica e il Marocco. L’obiettivo non cambia: scoprire come l’architettura occidentale sia stata influenzata dall’arte orientale. Fino al 1914 compiono circa 23 viaggi.

Nel 1914 la prima guerra mondiale porta Marcel in Marocco. La sua esperienza come ingegnere civile è importante ed è assegnato a Rabat. Jane non potrebbe seguirlo, in quanto è vietato alle donne, ma anche questa volta segue il suo cuore e non resta in Francia. Si batte per un maggiore coinvolgimento delle donne in guerra ma senza successo. Scrive perfino una lettera al governo francese dove chiede di poter far parte dell’esercito e combattere per difendere la patria. La lettera viene pubblicata sulla prima pagina de Le Figaro. I commenti sono aspri. Jane è una donna coraggiosa ma gli uomini francesi non hanno bisogno dell’aiuto delle donne in guerra.

Nonostante la guerra, in Marocco i Dieulafoy non abbandonano la passione per l’archeologia e ottengono i permessi e i fondi necessari per gli scavi e il restauro della moschea di Hassan. La mattina Jane si dedica agli scavi, ai reperti e alla catalogazione, ma la sera non fa mai mancare il suo aiuto all’ospedale locale dove assiste i soldati feriti.

Ormai lo sappiamo, i pericoli in guerra, come raccontato nell’episodio sullo scandalo del manzo imbalsamato, non vengono solo dai nemici. Cibo e acqua mietono spesso più vittime. Jane si ammala così di dissenteria amebica. Le sue condizioni sono troppo gravi e insieme al marito sono costretti a tornare a Tolosa. Il soggiorno in Francia sembra funzionare e Jane si riprende del tutto. Insieme a Marcel decide di tornare in Marocco per completare il loro lavoro. Una volta lì la dissenteria torna a colpirla. Le sue condizioni si aggravano e insieme al marito fanno ritorno nuovamente a Tolosa dove sperano in una nuova veloce guarigione. Passa l’autunno e l’inverno finché in primavera, il 25 Maggio 1916, Jane muore nella tenuta di famiglia. Ha 65 anni. Il New York Times nel suo necrologio la definisce la donna più straordinaria della Francia e forse di tutta l’Europa. Marcel nell’agosto del 1916 torna in Marocco. Morirà nel 1920.

La storia di Jane è singolare. Si conclude nello stesso modo in cui si era aperta: in guerra. In un posto dove a lei, donna, era vietato stare. Le regole assurde, quelle che ha sempre sfidato apertamente per emanciparsi. Durante le mie ricerche per ricostruire la sua storia sono stato colpito dalla determinazione mostrata da Jane nello sfidare la società del tempo. Sarebbe troppo riduttivo ricordarla solo come la donna che indossò abiti da uomo. Ma anche questo semplice gesto resta comunque un atto rivoluzionario per quei tempi che la accomuna ad un’altra eroina, sempre francese, che circa 5 secoli prima indossò quasi sempre abiti da uomo: Giovanna d’Arco.

L’eredità lasciata da Jane è immensa. Il mondo dell’archeologia le deve molto. Non solo per le sue scoperte ma soprattutto per i metodi di catalogazione innovativi: cartografie, fotografie e numerazione dei reperti. Howard Carter, l’egittologo che scoprì la tomba di Tutankhamon, utilizzò proprio i suoi metodi.

Va detto che non si trattava di un’archeologa improvvisata. Prima della spedizione in Persia aveva studiato la lingua farsi e la fotografia. Perfino la scelta di travestirsi da uomo era funzionale alla sua causa di archeologa. Non solo come detto per essere presa in considerazione, ma se pensiamo alle condizioni delle donne in Persia alla fine del XIX secolo ci rendiamo conto di quali difficoltà avrebbe incontrato una archeologa in quel Paese.

“Lo faccio solo per risparmiare tempo. Compro abiti già confezionati e posso usare il tempo risparmiato in questo modo per lavorare di più” avrebbe risposto Jane a chi le chiedeva il perché di quella scelta. Ironia a parte, ha scritto in modo indelebile il suo nome nella lotta per l’emancipazione femminile.

Analizzando la sua storia sorge una domanda: come sarebbe stata la sua vita senza Marcel? Di sicuro il loro matrimonio, e la loro idea di coppia, è un altro degli elementi che hanno reso la sua vita degna di nota. Li potremmo definire la coppia perfetta. Marcel riconobbe pubblicamente ed evidenziò più volte l’importante ruolo svolto da sua moglie, nonché le sue grandi scoperte. Alle donne del tempo accadeva il contrario: il loro contributo era spesso ignorato o non riconosciuto a dovere. Entrambi hanno trovato nel matrimonio un partner ideale per realizzare i propri sogni. Non solo equilibrio e parità, ma anche reciproco rispetto. Strano ma vero, Jane in controtendenza per quei tempi trovò la libertà proprio nel matrimonio.

Siamo giunti al termine di quest’episodio, vi ringrazio per l’ascolto. Se volete approfondire la storia di Jane Dieulafoy vi invito a leggere il libro di Amanda Adams dal titolo “Ladies of the field” dove l’autrice passa in rassegna alcune celebri archeologhe. Come sempre vi lascio in descrizione gli articoli consultati per quest’episodio. Se avete ascoltato anche il podcast su Nellie Bly ditemi cosa ne pensate di queste due figure femminili.

Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast nonché su Instagram e Twitter. Inoltre, sul sito incercadistorie.com trovate le trascrizioni di tutti gli episodi. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Articoli e libri per questo podcast

  • Babelon, E. (1886). Recent Archæological Discoveries in Persia. The American Journal of Archaeology and of the History of the Fine Arts, 2(1), 53-60. doi:10.2307/496039
  • “La storia di Jane Dieulafoy, l’esploratrice francese che si travestì da uomo per essere libera” di Sara Mostaccio. http://www.Elle.com
  • “Jane Dieulafoy (1851-1916)”. Di Eve Gran-Aymerich. BIBLIOTHÈQUE NATIONALE DE FRANCE.
  • “Las aventuras de Jane Dieulafoy, la francesa que violó la ley al ponerse pantalones y descubrió fabulosos tesoros persas” di Dalia Ventura. BBC NEWS.
  • “Ladies of the Field: Early Women Archaeologists and Their Search for Adventure” di Amanda Adams. Greystone Books Ltd.

Ep. 5 / La nave sepolta di Sutton Hoo

Si può fermare il tempo? Per un po’ o magari per sempre, lasciando tutto così com’è. Impossibile direte, a meno che non ti chiami Dorian Gray ed hai un quadro che invecchia al posto tuo. In realtà, nella storia di quest’oggi, il tempo in qualche modo si è fermato. Non per sempre certo. Giusto qualche secolo. Abbastanza perché qualcuno sbloccasse l’orologio per riavvolgere la storia. Perché questa è la storia della scoperta della nave sepolta di Sutton Hoo.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Nella storia di quest’oggi, è il caso di dirlo, dobbiamo scavare nel passato. Riportare alla luce, così come fanno gli archeologi, una storia affascinante dove si alternano personaggi con destini alterni. Iniziamo subito riportando l’orologio della storia a molti secoli fa. Più o meno 1400 anni. E posiamo la nostra lente sull’Inghilterra.

Siamo a Sutton Hoo, nel Suffolk, contea dell’Inghilterra orientale. Un gruppo di uomini ha disposto alcuni tronchi sul terreno per poter trascinare sulla terra ferma, aiutandosi con delle corde, una grande nave dal vicino fiume Deben. E’ una nave lunga circa 28 metri, grande abbastanza per ospitare fino a 20 vogatori su ciascun lato. Ma perché stanno portando quella nave su per le colline? Immaginiamoci la scena. Un gruppo di uomini che a fatica trascina la nave. Aggiungiamoci una giornata piovosa, del resto lo abbiamo detto siamo nell’Inghilterra orientale. E perché no, anche un terreno fangoso. Non c’è dubbio. Un’impresa così faticosa cela un motivo importante. Ma perché svelare tutto ora? In fondo siamo solo all’inizio. Lasciamo allora questi uomini portare a termine la loro impresa. Facciamo un altro viaggio nel tempo. Stesso luogo, ma qualche secolo più in là.

Siamo nel 1926 e Edith con suo marito Frank decidono di trasferirsi nel Suffolk e comprare la tenuta di Sutton Hoo. Edith ha un interesse per l’archeologia e la storia che si porta dietro da quando era una ragazzina. I viaggi insieme alla sua famiglia in India ed Egitto hanno acceso la sua curiosità per le scoperte archeologiche. E’ una donna che ama viaggiare ed essere protagonista della Storia. Durante la prima guerra mondiale si offre come volontaria in un ospedale della Croce Rossa in Francia. Conosce il maggiore Frank Pretty e decidono di sposarsi nel 1926, lo stesso anno in cui si trasferiscono nel Suffolk. La tenuta è il posto perfetto per vivere sereni e dar sfogo alle proprie passioni. Nel 1930 hanno anche un bambino: Robert. Tutto sembra girare al meglio finché nel 1934, all’età di 56 anni, Frank muore improvvisamente.

Edith, nonostante la grave perdita, non abbandona la sua passione per la storia. In fondo, proprio la tenuta di Sutton Hoo ha qualcosa che attira la sua attenzione. Ci sono infatti degli strani tumuli sul terreno. Grandi e piccoli tumuli che non passano inosservati. Edith è anche interessata allo spiritismo e conosce bene le leggende locali. Forse risalgono ai vichinghi. Girano voci, abbastanza discusse, su alcuni spettri visti aggirarsi tra quei tumuli. L’unico modo per fugare ogni dubbio è scavare. Dunque nel 1937 la curiosità di Edith la spinge a chiedere aiuto all’Ipswich Museum. Crede (o sente) che sotto quei tumuli ci sia qualcosa. Il museo, allora, decide di affidare il caso ad un suo archeologo: Basil Brown.

Ecco entrare in scena il secondo personaggio della nostra storia. Basil è un archeologo atipico. Viene dal Suffolk e conosce molto bene quei terreni. Suo padre era un contadino e il piccolo Basil, abbandonata la scuola a 12 anni, decide di aiutarlo nei lavori agricoli. Questo gli permette di avere una grande conoscenza della geologia dell’Anglia orientale. Svolge svariati lavori e si forma da autodidatta imparando diverse lingue e studiando astronomia e archeologia. Proprio la sua conoscenza geologica, gli permette di essere assunto dall’Ipswich Museum e ricevere l’incarico di occuparsi dei tumuli della signora Edith.

Basil inizia gli scavi nel giugno del 1938. Scava i tumuli più piccoli (denominati in seguito Tumuli 2, 3 e 4)  e trova qualcosa: i resti di un uomo cremato, un’ascia di ferro corrosa, frammenti di ceramica, il coperchio di una brocca mediterranea, un disco di bronzo dorato, coltelli di ferro e la punta di una lama di spada. Nel tumulo 2 rinviene dei pezzi di ferro che riconosce come rivetti delle navi. Ma siamo su una collina. Cosa ci fanno dei rivetti di una nave? Lì per lì non fanno caso a quest’ultimo ritrovamento.

Il bottino, seppur magro, non sorprende Basil. Del resto, lui stesso sa bene che quella zona è stata oggetto di razzie da parte dei ladri di tombe.

Tutti i reperti rinvenuti fino all’agosto 1938 vengono mostrati alla signora Edith che informa l’Ipswich Museum. Il museo decide di metterli in esposizione.

Un bottino magro, lo abbiamo detto. Ma la squadra di Basil ha scavato i tumuli più piccoli. C’è quel tumulo grande che intriga. Decidono di pianificare una seconda stagione di scavi che prenderà il via l’8 maggio del 1939.

Gli scavi riprendono e Brown si imbatte in una sezione di terra dura macchiata di ruggine e contenente chiodi a intervalli regolari. Procedendo con scrupolosa cura, Brown si rende conto di aver trovato l’impronta di una nave, lunga più di 80 piedi. Una nave funeraria per l’esattezza. Sebbene il legno fosse ormai stato deteriorato dal tempo, il suo ambiente spettrale e il ricco corredo funerario erano ancora intatti.

Gli archeologi e la signora Edith non credono ai propri occhi. Non sanno di essere di fronte ad una delle scoperte più emozionanti dell’archeologia britannica. Una scoperta in grado non solo di riaccendere l’interesse per il medioevo, ma soprattutto di offrire nuovi elementi circa l’Inghilterra anglosassone.

Al centro della nave trovano una camera funeraria in rovina piena di tesori: argenteria bizantina, sontuosi gioielli in oro, ma soprattutto un elmo in ferro e bronzo riccamente decorato, caratterizzato dalla presenza di una maschera facciale che doveva ricoprire il volto di chi lo portava. E’ di sicuro l’oggetto più importante. Non a caso se digitate Sutton Hoo su internet salta fuori proprio una foto dell’elmo.

Prima di Sutton Hoo erano state rinvenute altre navi funerarie, ma nessuna aveva queste dimensioni. Prima della scoperta di Brown, la nave più grande rinvenuta era una nave vichinga di oltre 23 m trovata in Norvegia nel 1880.

La scoperta non poteva passare inosservata e come capita spesso attirò l’attenzione di università e musei blasonati. La notizia del ritrovamento della nave spinse l’università di Cambridge e il British Museum ad interessarsi agli scavi. Per Brown non è una bella notizia. Lui, come sappiamo, è un autodidatta. Non avendo una laurea come potrebbe occuparsi della scoperta archeologica definita da alcuni la “Tutankhamon britannica”? Il povero Basil, dunque, viene estromesso dagli scavi e relegato ai lavori di base.

Per continuare i lavori di recupero viene creata una nuova squadra, capeggiata questa volta dall’archeologo esperto Charles Phillips. Il suo lavoro inizia il 10 luglio. Charles non ignora il grande lavoro svolto da Brown e gli chiede di assisterlo. E’ però una ragazza del nuovo team, Peggy Piggott, che il 21 luglio, appena due giorni dopo il suo arrivo, trova il primo pezzo d’oro. E’ solo il primo di una lunga serie. La squadra capeggiata da Charles trova oltre 250 oggetti. Ciotole per banchetti, gioielli, uno scettro, una spada, pietre originarie dell’Asia e monete francesi, che permettono di datare il tesoro. Si racconta che un curatore delle antichità medievali del British Museum non appena vide una fibbia d’oro incisa con serpenti e bestie intrecciate quasi svenne dall’emozione.

E’ proprio in seguito al ritrovamento di tanti oggetti in oro, che gli addetti ai lavori cominciano ad usare l’espressione “tesoro di Sutton Hoo”. Il tesoro fa gola a molti e gli oggetti ritrovati sono spediti al British Museum per iniziare i lavori di conservazione e studio. Nel frattempo, gli screzi tra la squadra degli archeologi, l’Ipswich Museum e il British Museum aumentano. A questo si aggiunge anche l’interesse della stampa che fino al 26 luglio non aveva dato notizia della scoperta. Ma c’è un evento ancora più importante a prendersi la scena. Siamo nell’estate del 1939 e di lì a breve il mondo cadrà nell’incubo della seconda guerra mondiale. Il 3 settembre il Regno Unito dichiara guerra alla Germania e su Sutton Hoo cala il sipario: lo scavo deve essere chiuso.

Nel frattempo, un processo ha finalmente assegnato alla signora Edith la legittima proprietà degli oggetti rinvenuti durante gli scavi. Edith, stupendo tutti, decide di donarli alla nazione e affidarli al British Museum che inaugurerà la prima esposizione pubblica all’inizio del 1940.

Per il tesoro di Sutton Hoo, rimasto sepolto per secoli, c’è in serbo un’altra sorpresa. I bombardamenti tedeschi sul suolo britannico obbligano i curatori a imballare i reperti e a nasconderli in luoghi sicuri. Il tesoro si ritrova così ad essere custodito nei tunnel della metropolitana. Resterà nascosto fino al 1946 quando, a guerra conclusa, il British Museum può finalmente tornare a mostrarlo al pubblico.

La fine della guerra ha permesso nuovi studi e scavi. In molti degli altri 18 tumuli di Sutton Hoo, i ricercatori hanno trovato ulteriori reperti. Negli anni ’90, un nobile guerriero in armatura completa è stato trovato sepolto accanto al suo cavallo. Poiché un terzo del sito di Sutton Hoo non è stato ancora esaminato, gli storici sperano di trovare nuovi elementi per far chiarezza sugli anni del crepuscolo dell’Inghilterra pagana.

Ecco allora spiegato cosa ci facessero quegli uomini su per la collina intenti a trascinare una nave e poi a seppellirla. Va bene, potremmo dire che questo mistero è risolto: si trattava di una nave funeraria. Forse non era neanche tanto difficile indovinarlo. Ma c’è ancora una cosa non chiara. Fin dal primo momento, una domanda assillò curiosi e studiosi: chi fu sepolto nella nave?

La nave e tutto il suo tesoro risalgono ai primi anni del VII d.C. Doveva trattarsi di una figura di spicco dell’Anglia orientale, il locale regno anglosassone. Sebbene non sia stato trovato alcun corpo, in molti pensano che la sepoltura appartenga a Rædwald, re dell’Anglia orientale, che morì nel 624 d.C. e il cui regno coincide con le date del tesoro di Sutton Hoo. Rædwald fu uno dei primi re dell’Anglia a convertirsi al Cristianesimo, e sebbene la nave contenga elementi pagani, gli accademici non lo vedono come un motivo per escluderlo. Visse in un’epoca in cui antiche usanze convivevano con nuove idee religiose, un periodo in cui la tradizione pagana del Nord Europa cominciava a cedere il posto al cristianesimo. La tradizione di seppellire i morti con i loro beni in vista del viaggio nell’aldilà stava ormai scomparendo. Dopo il VII secolo, proprio per il diffondersi del cristianesimo, nessuno veniva sepolto con i propri oggetti nella tomba.

Sutton Hoo non ha svelato tutti i suoi misteri. Gli archeologi hanno ipotizzato che il sito fosse stato scelto come terreno di sepoltura per i parenti del re. E’ stata rinvenuta, infatti, un’altra nave più piccola. Inoltre gli studiosi si interrogano sulla nave rinvenuta da Brown nel 1939. C’è in cantiere un progetto per realizzare una replica della nave e testarla in acqua. Si vuol capire se si trattasse di una nave da guerra o meno.

Il tesoro di Sutton Hoo ha rappresentato una pietra miliare nella storia dell’archeologia britannica e non solo. Ha permesso di saperne di più sulla società anglosassone del tempo già aperta agli scambi commerciali come dimostrato dagli oggetti rinvenuti e provenienti da terre remote dell’Asia.

Per molti studiosi, uno degli aspetti più emozionanti della sepoltura di Sutton Hoo è la sua somiglianza con quella raffigurata nel poema epico in inglese antico “Beowulf”. Per gli appassionati della saga de Il signore degli anelli di Tolkien questo nome non è nuovo. Il poema, anonimo, risale all’VIII d.C. e prende il nome dal suo personaggio principale, un eroe dotato di forza sovraumana che lotta con mostri e draghi. Proprio in questo poema c’è la descrizione della sepoltura di Shield Sheafson, un antenato della famiglia reale danese. Shield è sepolto in una barca circondato da tesori. Sebbene non vi sia quasi certamente alcun legame diretto tra gli eventi descritti nel Beowulf e la sepoltura, ad accomunarli c’è lo stesso mondo di tradizioni e idee. In entrambi i casi l’idea che la morte sia un viaggio nell’aldilà e che il defunto debba essere sepolto con oggetti del mondo terreno come armi, denaro e strumenti musicali. Possiamo solo immaginare l’effetto che ebbe questa scoperta sull’immaginario collettivo. Come se quei racconti immaginari fatti di stregoni, cavalieri e draghi, in fondo non fossero così inventati.

Torniamo ai personaggi della nostra storia. Cosa ne fu di Edith e del signor Brown? Edith morì a 57 anni in piena seconda guerra mondiale, nel 1942. In tempo, come detto, per donare il tesoro al British Museum. Il signor Brown, invece, continuò a collaborare con il museo di Ipswich avvicinando generazioni di ragazzi al mondo dell’archeologia. L’attribuzione della paternità del ritrovamento del tesoro a Basil Brown è ancora oggetto di discussione. Fu lui a scoprire per primo la nave, ma il suo nome sembra sia stato rimosso dalle targhe celebrative. Nell’esposizione pubblica del 1951, infatti, il suo nome non compare. Nel 1985, quando fu allestita l’esposizione permanente, il suo nome finalmente è lì.

E’ stato proprio quest’ultimo dettaglio a spingermi a ricercare e saperne di più su questa storia. Un uomo, Basil, che ha sbloccato l’orologio della storia, è stato inghiottito in qualche modo dall’oblio. Il suo nome è tornato alla luce anni dopo, un po’ come la nave scoperta da lui.

Recentemente l’interesse attorno al tesoro di Sutton Hoo si è riacceso grazie anche al film “The Dig”. Prodotto da Netflix ed uscito a gennaio del 2021, ricostruisce la storia dello scavo archeologico ed è basato sul romanzo omonimo scritto da John Preston e pubblicato nel 2007. In Italia il film si intitola “La nave sepolta”.

Siamo giunti al termine di quest’episodio, vi ringrazio per l’ascolto. Oltre al film e al libro è possibile ammirare il tesoro di Sutton Hoo custodito al British Museum di Londra. Sul sito del museo è disponibile un tour virtuale della stanza 41, la stanza che custodisce ad oggi il tesoro. Come sempre vi lascio in descrizione gli articoli consultati per quest’episodio. Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast nonché su Instagram e Twitter. Inoltre, sul sito incercadistorie.com trovate le trascrizioni di tutti gli episodi. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Gli articoli citati nel podcast

  • “Why this famed Anglo-Saxon ship burial was likely the last of its kind”. Berin Blakemore. National Geographic
  • “The ghostly treasure ship of Sutton Hoo”. Verónica Walker. National Geographic
  • “La historia del fascinante descubrimiento del Tutankamón británico”. Neil Armstrong. BBC NEWS
  • “Digging the dirt: The true story behind The Dig”. http://www.nationaltrust.org/uk