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Ep. 15 / La crociata dei bambini

Saint Denis, Francia. 1212. Un messaggero ha appena informato il re Filippo II Augusto dell’arrivo in città di un nutrito gruppo di persone. Nulla di strano pensa il re, l’abazia è solita essere meta di processioni e pellegrinaggi. Questa volta è diverso. Perché a capeggiare la folla c’è un uomo che dice di voler parlare direttamente con il re. Ha un lettera da consegnargli scritta, a suo dire, dal Signore. Ho omesso un dettaglio: quell’uomo è un pastore di appena 12 anni. E quella folla, composta da bambini, ha in mente una spedizione alquanto singolare. Questa è la storia, vera o presunta, della crociata dei bambini. 

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Un po’ tutti conosciamo le crociate o almeno una volta nella vita abbiamo sentito parlare di Saladino o di re Riccardo I d’Inghilterra, meglio noto come Riccardo Cuor di Leone. Ma raramente si sente parlare di quella che poi è passata alla storia con il nome di crociata dei bambini o dei fanciulli. Forse perché, ed è il caso di chiarirlo prima di incominciare, questo evento è ancora avvolto nel mistero. Più di 50 cronisti ne parlano ma purtroppo le informazioni sono spesso frammentarie. C’è chi dedica un ampio resoconto e chi pochi versi. Di sicuro fu un evento che non passò inosservato tanto da essere tema di canzoni popolari. Con le fonti a disposizione cerchiamo di ricostruire la vicenda.

L’anno, come detto, è il 1212. Non c’è solo la Francia a fare da sfondo alla nostra storia. Perché episodi analoghi a quello che vi racconterò si registrano anche nelle Fiandre e nella Germania orientale. Il periodo dei fatti è quello compreso tra la Pasqua e la Pentecoste. Il primo personaggio che incontriamo è il pastore dodicenne menzionato in apertura. Si chiama Stefano e viene da Cloyes, un piccolo comune nella valle della Loira. Un giorno fa un incontro che cambierà per sempre la sua vita. Il Signore gli appare infatti sotto le vesti di un povero pellegrino. Impietosito gli dona del pane e questi gli dà una lettera che dovrà consegnare personalmente al re di Francia. Secondo un’altra versione il Signore gli apparve in sogno e gli dettò la lettera. Dopo aver raccolto un gruppo nutrito di bambini si dirige a St. Denis.

C’è una incisione di Gustave Doré che ritrae quell’evento. La trovate su internet e potete immaginare il clima che si respirava in quei giorni.

Una volta lì chiede di parlare con il re. Filippo II è curioso e chiede ai suoi consiglieri come comportarsi. Ordina ai bambini di ritornare alle loro case. Molti di loro obbediscono e fanno dietrofront.

Su questa prima parte ci sono già dei dubbi. Leggendo le fonti non è chiaro perché i bambini si riunirono. Probabilmente si trattava di uno dei tanti pellegrinaggi che in quel periodo agitavano l’Europa per manifestare contro l’occupazione della Terra Santa. L’ultima crociata, la quarta, si era conclusa nel 1204. Nonostante la conquista di Costantinopoli, i cavalieri crociati non arrivarono mai in Terra Santa per liberare Gerusalemme.

Sembra dunque che questi pellegrinaggi, tra cui quello di St. Denis, fossero in realtà una prova del malcontento dilagante in Europa. Un malcontento alimentato dalla crociata albigese, o crociata catara, che ha luogo in quegli anni. Cristiani che massacrano altri cristiani mentre la Terra Santa è in mano agli infedeli. Dunque una semplice reazione psicologica? Lasciamo da parte un attimo le congetture e ritorniamo alla nostra storia.

Non tutti i bambini obbediscono all’ordine del re. Il piano era raggiungere la Terra Santa e liberarla. Dio aveva donato loro quella terra come avvenne ai figli di Israele durante l’esodo dall’Egitto. In quella occasione Mosè aprì le acque del Mar Rosso. Anche questa volta, credono i bambini, avverrà lo stesso.

I rimanenti dunque si rimettono in marcia e ai primi di luglio raggiungono Colonia in Germania. Qui si uniscono ad altri bambini capeggiati dal secondo personaggio della nostra storia. Di lui sappiamo solo che si chiama Nicola e viene da Colonia, “puer teutonicus” nelle fonti, e come il pastorello Stefano si fa carico di condurli su “ispirazione divina”. Parliamo di circa trentamila bambini che si dirigono verso l’Italia. Lunedì 20 agosto sono a Piacenza. Da lì puntano verso il porto di Genova.

Il viaggio, lungo e faticoso, ha decimato i partecipanti. C’è chi è morto di fame, chi di caldo, o c’è chi semplicemente ha abbandonato la marcia perché stanco. I più tenaci, circa 7000, che raggiungono il porto ligure ricevono un’amara sorpresa. In molti credevano infatti che il Mar Ligure si sarebbe aperto al loro passaggio proprio come accadde con Mosè e il Mar Rosso. In realtà questo non avviene. Nicola non è Mosè e il viaggio in Terra Santa sembra essere più complicato del previsto. Il gruppo va in pezzi. C’è chi coraggiosamente decide di tornare a casa e chi accetta di restare a Genova e vivere come servo presso le famiglie locali. Un piccolo gruppo si ostina a portare avanti quella spedizione. Alcuni si dirigono a Pisa dove salpano con due navi. Non abbiamo però notizie sul loro esito. Qualcuno si spinge più a sud fino a Brindisi. Qui però vengono fermati dal vescovo. Chi era stato scacciato da Genova punta verso il porto di Marsiglia. Lì incontrano gli ultimi due personaggi della nostra storia. Si tratta di due mercanti: Ugo Ferreo e Guglielmo Porco. I due si offrono di trovare le navi per trasportarli. I bambini non dovranno sborsare un soldo perché il loro progetto è così lodevole che i due mercanti si sentono perfino grati di poterli aiutare. Vengono allestite 7 navi. Due di esse affondano al largo dell’isola di San Pietro, nel sud della Sardegna.

C’è una testimonianza di questo evento tragico che ancora oggi possiamo vedere e toccare con mano. Sull’isola di San Pietro infatti c’è la chiesa dei Novelli Innocenti. Fu edificata intorno al 1230 su ordine del Papa Gregorio IX per rendere omaggio proprio a quei fanciulli che morirono durante il loro viaggio in Terra Santa. Secondo le testimonianze le correnti portarono a riva i corpi dei bambini i quali furono conservati in una chiesa del luogo ed esposti ai pellegrini. Di questa chiesa però non vi sono tracce.

Cosa accadde alle altre 5 navi? Purtroppo i due mercanti avevano in mente ben altri piani. Non appena raggiunsero le coste africane, i bambini furono venduti come schiavi ai saraceni. Il califfo ne comprò 400. Si ha notizia di 18 bambini martirizzati perché non volevano rinunciare alla loro religione. Uno dei chierici imprigionati riuscì a scappare e tornato anni dopo in Europa raccontò che il sovrano di Alessandria ne deteneva ancora 700. Dei due mercanti sappiamo che erano in rapporti con i Saraceni presenti in Sicilia e che tramavano contro l’imperatore Federico II. Entrambi furono impiccati per infedeltà.

Che fine fece Nicola? Secondo alcuni cronisti rientrò a Colonia di nascosto, per altri vagò in Italia. Qualcuno giurò di averlo visto durante l’assedio di Damietta in Egitto, ormai ventenne, mentre lottava, da cavaliere crociato, contro gli infedeli. C’è chi dice che suo padre, venuto a conoscenza del tragico epilogo della spedizione, si suicidò.

Si conclude così, in modo tragico, la crociata dei fanciulli. Un tentativo scellerato, ed ingenuo al tempo stesso, di riconquista della Terra Santa.

Ora che abbiamo un’idea degli eventi e del loro epilogo, possiamo soffermarci sulle analisi degli storici. Le fonti, come detto in precedenza, non sono sempre affidabili. Spesso i fatti si mischiano alla fantasia e il risultato è un racconto poco credibile e chiaramente ingigantito.

Partiamo dai due personaggi principali: Stefano e Nicola. Di loro non sappiamo praticamente nulla. È alquanto improbabile che avessero 12 anni all’età della spedizione. Anche sull’apparizione del Signore ci sono dei dubbi. Alcuni cronisti parlano di visioni angeliche o apparizioni divine che spinsero i bambini a buttarsi in questa tragica avventura. Altri dicono che in realtà l’artefice fu il diavolo che, conscio dell’insuccesso, voleva dissetarsi con il sangue di quei bambini. Diverse fonti confermano il fatto che i partecipanti dicessero di essere in missione per conto di Dio e che volevano recuperare la Vera Croce. Un desiderio questo che nasceva dall’evento tragico, almeno per i cristiani, della battaglia di Hattin del 1187. In quella occasione l’esercito crociato fu sconfitto dalle truppe del Saladino che si impossessarono della reliquia della Vera Croce. Da quel momento in poi si persero le sue tracce.

La folla che si riunì a St. Denis con a capo Stefano altro non era, per alcuni studiosi, che un normale pellegrinaggio in città in occasione della fiera di Lendit organizzata tra l’11 e il 24 giugno. Un evento che attirava migliaia di mercanti e visitatori. O forse era semplicemente una processione legata alla Pentecoste.

Occorre fare chiarezza anche sul nome. Nonostante sia giunta fino ai giorni nostri con il nome di crociata dei bambini, in realtà non si tratta di una crociata ufficiale. Non era stata autorizzata dal papa e i suoi partecipanti sono descritti dai cronisti come volontari e non come guerrieri o mercenari. Inoltre l’idea che ci fossero solo dei bambini è fuorviante. Sembra che all’origine ci sia una errata traduzione della parola latina puer, che può significare sì bambino ma anche ragazzo, ampliando così l’età, alla luce soprattutto del diverso utilizzo della parola durante il medioevo. Alcuni cronisti parlano di una folla composta da bambini ma anche ragazzi, ragazze, anziani e adulti. In alcune fonti sono menzionati come “stupidi bambini” o “sciocchi viandanti”. Un gruppo eterogeneo anche sul piano sociale. Sembra credibile l’ipotesi che si trattasse di persone provenienti dalle classi agricole perché secondo alcune fonti abbandonano gli aratri per imbracciare croci e insegne. È probabile che invece di puer, le fonti più antiche avessero utilizzato la parola pauper, cioè povero. Sembra difficile, infatti, immaginare trentamila bambini che si muovono liberi per l’Europa comandati da due dodicenni. Consideriamo anche che provenendo da diverse zone dell’Europa non parlavano la stessa lingua. Più credibile l’idea di un movimento sociale composto da poveri e contadini che voleva difendere e diffondere il cristianesimo nei primi anni del 1200.

Le fonti, inoltre, sono influenzate dal periodo storico. La sete di vendetta e riconquista della Terra Santa, unita alle lotte contro gli eretici e il Califfato Almohade in Spagna, spingeva spesso a calcare la mano sui musulmani e le loro crudeltà nei confronti dei bambini.

Teorie a parte, resta il grande impatto che ebbe questo evento sulla società. Un anno dopo ci furono i reclutamenti per la quinta crociata che partì nel 1217.

Poco meno di 70 anni dopo, ad Hamelin, in Bassa Sassonia, è ambientata una fiaba che tutti noi conosciamo: “il pifferaio magico” o “il pifferaio di Hamelin”. La fiaba narra che il pifferaio, dopo aver liberato la città dai ratti, non fu pagato dalla gente del posto. Per vendicarsi, durante la notte, riprese a suonare e attirò tutti i bambini della città portandoli via. Ho citato la fiaba del pifferaio magico perché tra le sue probabili origini sembra ci sia proprio la crociata dei bambini.  

Questa crociata si può ascrivere nel gruppo delle cosiddette “crociate popolari”. Infatti non è né la prima e non sarà l’ultima nel suo genere. Abbiamo testimonianze di una “Crociata dei pastori” e una “Crociata dei pezzenti”. Ma questa è un’altra storia.

Siamo giunti al termine di quest’episodio, vi ringrazio per l’ascolto. Se volete approfondire la vicenda vi rimando al sito incercadistorie.com dove oltre alla trascrizione dell’episodio trovate anche tutte le fonti consultate. Se invece state ascoltando questo podcast su YouTube le trovate come sempre in descrizione. Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast nonché su Instagram e Twitter. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Articoli e libri per questo episodio

– “La Crociata dei Bambini: i fanciulli finiti Schiavi fra storia e Leggenda” di Annalisa Lo Monaco – Vanilla Magazine

– “La Crociata dei bambini” di Enzo Marigliano – Alba edizioni

– Hansbery, J. (1938). The Children’s Crusade. The Catholic Historical Review, 24(1), 30-38. Retrieved September 5, 2021, from http://www.jstor.org/stable/25013654

– Munro, D. (1914). The Children’s Crusade. The American Historical Review, 19(3), 516-524. doi:10.2307/1835076

– “The Children’s Crusade set out for the Holy Landin 1212. It never arrived.” di Enrique Meseguer – National Geographic – “Children’s Crusade of 1212” di Erin Blakemore – History.com

I bunker di Vilnius: un tempo sistema di difesa; oggi “casa” per i pipistrelli

Continua la mia ricerca di luoghi di interesse storico a Vilnius, capitale della Lituania. Questa volta vi mostro i bunker costruiti nel bosco di Antakalnio dall’esercito polacco.

Risalgono al periodo tra il 1924 e il 1926, quando la Polonia occupava il territorio lituano dopo aver vinto la cosiddetta guerra polacco-lituana del 1920. Dopo il primo conflitto mondiale, infatti, la Polonia non accettò l’indipendenza della vicina Lituania e la occupò militarmente.

Questi bunker non fungevano solo da sistema di difesa ma anche da magazzino per le munizioni. Nonostante la Polonia avesse costruito diversi bunker per fortificare la città (nella sola regione di Antakalnio ce ne sono 5 con 10 ingressi), non svolsero mai a pieno il loro ruolo di difesa. Non respinsero i tedeschi che occuparono la città dall’altro lato. Durante e dopo la seconda guerra mondiale furono utilizzati come nascondigli e magazzini.

Uno dei bunker è a due piani. I sotterranei sono disseminati di tunnel e condotti di areazione. C’erano anche binari per il trasporto di merci e munizioni.

L’ingresso è sbarrato perché i bunker ospitano colonie di specie protette di pipistrelli. Per preservare queste specie (ne sono state individuate ben 6), in alcuni periodi dell’anno, è vietato visitare i bunker.

Una visita al museo letterario Alexander Pushkin di Vilnius

Se vi trovate a Vilnius ed amate la storia non potete perdervi il museo letterario Alexander Pushkin. Immerso nel verde del parco di Markučiai, conserva cimeli ed opere del grande poeta e drammaturgo russo.

La sua peculiarità è che si tratta di una casa-museo. Qui infatti vissero i coniugi Varvara e Grigorij Pushkin, figlio di Alexander. Durante la sua vita, Girgorij portò in salvo e conservò diversi oggetti appartenenti al padre. Dei 34 libri pubblicati quando Alexander Pushkin era in vita, ben 21 sono conservati all’interno del museo. Come da testamento, la casa dei coniugi Pushkin divenne un museo a partire dal 1935. Salvo alcune modifiche, è rimasta immutata fino ai giorni nostri.

Adiacente al museo c’è anche la cappella di famiglia e il piccolo cimitero che ospita i corpi dei coniugi Pushkin e della loro governante.

Il museo ha un biglietto di ingresso di 1.20 euro. Le descrizioni degli oggetti esposti sono purtroppo solo in lituano e russo.   

Qui sotto trovate un breve video del museo.

Ep. 20 / Bessie Coleman: la donna che volò più in alto dei pregiudizi

Il pubblico è immobile con lo sguardo all’insù. Adulti, bambini, uomini, donne, tutti sono stregati dalle acrobazie di quell’aereo. È domenica. Siamo a Long Islands a New York. È il 3 settembre 1922, ed uno spettacolo così non si era mai visto; un pilota così non si era mai visto. Perché a pilotare quell’aereo, un Curtiss JN-4D Jenny, c’è lei: “Brave Bessie”, “Bessie la coraggiosa”, la prima donna pilota afroamericana e la prima di origine nativa americana. Questa è la storia di Bessie Coleman, la donna che volò più in alto dei pregiudizi.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Se uno sceneggiatore avesse bisogno di una storia perfetta da portare al cinema, sceglierebbe di sicuro quella di Bessie Coleman. Una donna, nera, emarginata, che fa a pugni con la società retrograda del suo tempo. Una donna determinata e coraggiosa che è disposta a tutto per inseguire il suo sogno. E che sogno. Volare. Essere la prima donna afroamericana a pilotare un aereo. Per apprezzare ancora di più la sua impresa, dobbiamo tornare indietro di molti anni, alla fine del XIX secolo, ad Atlanta, una piccola cittadina del Texas.

È il 26 gennaio 1892 quando Susan Coleman mette al mondo Bessie. Siamo in Texas e da neanche 30 anni, gli Stati Uniti d’America hanno ufficialmente abolito la schiavitù. Almeno sulla carta, perché nel mondo reale sono sempre gli afroamericani a svolgere i lavori più duri. E nonostante il tredicesimo emendamento, la disparità tra bianchi e neri resta e si radica, specialmente in uno stato conservatore come il Texas. La famiglia di Bessie, come accadeva spesso in quegli anni, è numerosa. I coniugi Coleman hanno ben 13 figli. George è un mezzadro di origine mista nativa americana e afroamericana; Susan è una cameriera afroamericana. Tempi difficili, soprattutto se sei di colore e vivi in uno stato che fa della segregazione razziale uno dei suoi cardini. Ed è così che papà George, stanco dei soprusi e delle violenze, nel 1901 decide di andare in Oklahoma. La moglie Susan però non lo segue. Bessie resta con sua madre in Texas.

Per vivere, sopravvivere meglio, Bessie raccoglie il cotone e nel tempo libero lava il bucato per guadagnare qualche soldo extra. Sente un istinto irrefrenabile di elevarsi. Sa che il primo passo è l’istruzione. Mette così da parte un po’ di soldi e quando compie 18 anni si iscrive alla “Colored Agricultural and Normal University” a Langston, in Oklahoma. Il college però costa troppo e dopo un semestre è a corto di soldi e costretta a lasciare. Decide allora di spostarsi a Chicago dove vivono i suoi fratelli. Frequenta la Burnham School of Beauty Culture e nel 1915 inizia a lavorare presso un barbiere del posto facendo la manicure.

I suoi fratelli nel frattempo sono stati chiamati alle armi. La prima guerra mondiale dilaga e i fratelli di Bessie vengono mandati in Francia. Lei non lo sa, ma quell’evento cambierà per sempre la sua vita. Infatti, una volta tornati in patria, i suoi fratelli hanno mille storie da raccontare. È il 1919 quando un bel giorno suo fratello John, un po’ alterato dall’alcool, inizia a prenderla in giro. Le dice che in Francia le donne sono libere, talmente libere che possono perfino pilotare un aereo. Ma soprattutto le dice che una donna afroamericana non potrà mai pilotare un aereo.

Ho immaginato la scena come quella del film “Ritorno al futuro”, dove Marty McFly dice: “Nessuno può chiamarmi fifone”. Bessie la prende come un sfida. Nessuno può dirle che una donna afroamericana non diventerà mai un pilota. Suo fratello John su una cosa ha ragione però: negli Stati Uniti, lei, una donna, nera, non verrà mai accettata in nessuna scuola di aviazione.

Bessie lo scopre sulla sua pelle dopo aver ricevuto una sfilza di no dalle scuole statunitensi. Ma una sfida è una sfida e non ci si può arrendere al primo ostacolo. Ecco che in suo aiuto arriva Robert Abbott. Robert è un uomo di colore. Occorre precisarlo perché siamo sempre negli anni Venti e il colore della pelle, purtroppo, può segnare il tuo destino. Fa l’avvocato ma è noto in tutto il paese perché nel 1905 ha fondato con appena 25 cents il “The Chicago defender”, un giornale che di lì a breve diviene il primo quotidiano per numero di tiratura nel paese posseduto da gente di colore. Abbott, insieme al banchiere Jesse Binga, l’aiutano sul piano economico. Bessie nel frattempo cambia lavoro per racimolare più soldi possibili e nel tempo libero studia il francese. Il 20 novembre 1920 arriva il gran giorno. A bordo del SS Imperator salpa in direzione Europa. È stata accettata, infatti, dalla scuola di aviazione francese “Caudron Brothers School of Aviation” di Le Crotoy.

In Francia, segue questo corso di sette mesi per imparare a pilotare un Nieuport Type 82: un biplano lungo 8 metri con un’apertura alare di 12. Aveva una cabina di pilotaggio per l’istruttore e una per lo studente. Seppur all’avanguardia per quei tempi, era pur sempre un aereo rudimentale con molti limiti. Senza freni e cloche, non era facile pilotarlo. Pensiamo che le lezioni non prevedevano solo imparare a volare, ma anche effettuare acrobazie e manovre rischiose in aria. La stessa Bessie assiste alla morte di un suo compagno di corso durante una lezione. Per fortuna, riesce incolume a concludere il corso e il 15 giugno 1921 riceve la licenza di pilota internazionale dalla Fédération Aéronautique Internationale. La sua specializzazione è volo acrobatico e paracadutismo. È la prima donna americana ad ottenere questa licenza.

Una volta tornata negli States inizia la seconda parte della sfida. Sì, perché il suo sogno non era ottenere solo la licenza. Lei vuole volare, vuole un aereo tutto suo ed aprire una scuola di volo. Ma siamo negli anni Venti, la segregazione razziale è troppo radicata, e Bessie deve tornare con i piedi per terra. Il sesso e il colore della pelle le impediscono di ottenere una licenza commerciale. L’unica possibilità è il volo acrobatico. Le sue peripezie in volo in Francia sono note in tutta Europa e anche negli Stati Uniti. Giornali e cinegiornali hanno immortalato le sue acrobazie. Per poter comprare un aereo ha bisogno di soldi. Tanti soldi. Decide di tenere corsi ed eventi in giro per il paese dove mostra le sue abilità e i suoi trucchi. Non fa mancare il suo impegno nella lotta contro la segregazione razziale. È categorica nella scelta della città dove esibirsi: se la città è stata teatro di episodi di razzismo, lei non ci metterà piede. Ad ogni incontro sprona la comunità afroamericana ad interessarsi al mondo dell’aviazione. Raccoglie perfino fondi per fondare una scuola dove addestrare piloti di colore.

Il 3 settembre 1922 è un’altra data storica. Come raccontato all’inizio dell’episodio, Bessie a bordo di un Curtiss JN-4D diviene la prima donna afroamericana ad organizzare un volo pubblico negli Stati Uniti. La sua popolarità esplode. Non è solo “Bessie la coraggiosa”, come ormai tutti la chiamano, ma anche “Bessie the queen”, la regina dei cieli. I suoi voli acrobatici lasciano tutti senza fiato. Con l’aereo è in grado di compiere il giro della morte, di disegnare il numero 8 nel cielo e quando si stanca lasciare il comando al co-pilota e perché no farsi una passeggiata sulle ali prima di lanciarsi con il paracadute. Bessie, la ragazza nera che raccoglieva il cotone per sopravvivere, ha finalmente realizzato il suo sogno e lasciato il suo nome impresso nella storia.

L’industria cinematografica la nota subito. In fondo, la sua storia come detto è perfetta per una sceneggiatura. Le viene proposto un film sulla sua vita. Sarà lei a interpretare se stessa. Tutto bello, anzi no. Bessie viene a sapere come è stato ideato l’inizio del film. C’è una bambina nera vestita di stracci. Lei non ci sta. Rifiuta la parte e alla rivista Billboard dichiara: “Niente roba da zio Tom per me”.

Personalità e impegno civile. Bessie continua i suoi show in giro per il paese e finalmente mette da parte i soldi necessari per comprare un aereo. Un altro Curtiss JN-4D, meglio conosciuto con il nome di “Jenny”, con un motore OX-5. Un aereo costruito originariamente per gli addestramenti. Sul sito del National Air and Space Museum trovate le foto di questo aereo (clicca qui). A vederle un po’ mettono i brividi. Perché abituati alle cabine di comando moderne computerizzate e piene di comandi e pulsanti, si resta senza parole nel vederne una cabina così rudimentale: completamente in legno, risaltano una leva, un altimetro e una bussola. E pensare che questo bastava per pilotare un aereo durante uno spettacolo o in situazioni più pericolose come i duelli aerei in guerra.

Ma torniamo alla nostra storia. Bessie deve andare a ritirarlo a Santa Monica in California. È il febbraio del 1923 e mentre si trova in California per ritirare il suo aereo, decide di esibirsi in uno spettacolo non lontano da Los Angeles. Mentre è in volo verso la fiera il motore del suo aereo smette improvvisamente di funzionare. In picchiata, Bessie si lancia da circa 90 metri. Per fortuna non muore ma quell’incidente le costa una frattura alla gamba, qualche costola e l’aereo completamente distrutto. Nonostante lo spavento, non si perde d’animo e chiede al dottore intervenuto sul posto di curarla il più velocemente possibile per poter tornare a volare. Trova il tempo di inviare un telegramma ai suoi fan rassicurandoli che presto sarebbe tornata. In realtà il suo ottimismo deve fare i conti con la gravità dell’incidente. Impiega mesi per tornare a camminare e circa due anni per rivederla in cabina di pilotaggio.

Il suo impegno civile continua più forte che mai. Si racconta che quando le fu chiesto di partecipare ad una esibizione nella sua città natale in Texas, abbia espresso chiaramente il suo rifiuto alla decisione dei manager di creare due ingressi separati allo stadio per bianchi e neri. Bessie ottenne dai manager che ci fosse un solo ingresso per tutti. Anche se all’interno dello stadio gli spettatori dovevano sedersi in posti separati a seconda del colore della pelle, era comunque un successo.

Nell’aprile del 1926 ha raccolto abbastanza soldi per comprare un altro aereo. Stesso modello di quello distrutto in California. Ha uno spettacolo in programma per il 1 maggio. Il 30 aprile a Jacksonville, in Florida, decide con il meccanico William Wills di fare un giro di prova. Wills in cabina di regia e Bessie sul sedile del passeggero. È una mattinata tranquilla. Il tempo è buono e i due colgono l’occasione al volo per vedere fino a che punto può arrivare quell’aereo. Wills fa volare l’aereo per circa 5 minuti a 2000 piedi. Poi sale a 3500. Poi… Poi qualcosa va storto. L’aereo perde quota improvvisamente e si capovolge. Bessie non indossa la cintura e l’aereo non ha alcun tetto o protezione. Viene sbalzata fuori ad una altezza di 500 piedi, circa 150 metri. Questa volta non c’è nulla da fare. Muore sul colpo. Wills precipita con l’aereo e muore anche lui. Un soccorritore maldestro intervenuto sulla scena per liberare il corpo di Wills incastrato sotto l’aereo si accende una sigaretta e fa scoppiare un incendio. Le fiamme avvolgono l’aereo. A causare l’incidente una chiave inglese incastrata nel motore. Bessie Coleman aveva solo 34 anni.

I pregiudizi razziali non si sciolgono neanche di fronte alla morte. La stampa nazionale dà risalto alla morte di Wills perché bianco. Coleman viene quasi ignorata. Solo i giornali vicini alla comunità afroamericana la ricordano. Alla sua cerimonia funebre a Chicago partecipano circa 10.000 persone. A guidare il corteo la giornalista e attivista afroamericana Ida Wells.

Diversi gli eventi per ricordare la sua figura. Nel 1931, la Challenger Pilots’ Association di Chicago diede inizio a una tradizione di sorvolo sulla tomba di Coleman ogni anno. Nel 1977, le donne pilota afroamericane formarono il Bessie Coleman Aviators Club. Nel 1995 fu anche realizzato un francobollo per ricordare tutti i suoi successi. Diverse strade in prossimità degli aeroporti portano il suo nome.

Nel 1992 Mae Jemison, la prima donna afroamericana ad andare nello spazio, portò con se in orbita una foto proprio di Bessie Coleman. Un tributo per non dimenticare colei che volò più in alto dei suoi sogni.

Siamo giunti al termine della nostra storia. Vi ringrazio per l’ascolto. Sul sito www.incercadistorie.com trovate la trascrizione dell’episodio e le fonti consultate. Sulla figura di Bessie Coleman c’è il libro “Queen Bess: Daredevil Aviator” di Doris Rich. Ci sono un sacco di aneddoti sulla sua vita.

Se poi siete curiosi e volete vedere com’era la licenza di pilota di Bessie o i suoi aerei, vi invito ad andare sulla pagina Instagram di In cerca di storie dove troverete nelle stories tutte le foto. 

Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Fonti per questo podcast

– “Overlooked No More: Bessie Coleman, Pioneering African-American Aviatrix” di Daniel E. Slotnik – New York Times

– “Bessie Coleman” – Britannica

– “Bessie Coleman” di Kerri Lee Alexander, NWHM Fellow – National Women’s History Museum

– “Queen Bess: Daredevil Aviator” di Doris L. Rich – Smithsonian Books

– “Celebrating the Centennial of Bessie Coleman as the First Licensed African American Woman Pilot” di Dorothy Cochrane – National Air and Space Museum

Ep. 21 / Gaspare Tagliacozzi, il padre della chirurgia plastica

Immaginate di dovervi sottoporre ad un intervento di rinoplastica. Il chirurgo vi illustra il metodo che utilizzerà. Taglierà un lembo di pelle dal braccio sinistro, lasciando un lato ancora attaccato, vi chiederà poi di avvicinare il braccio alla faccia così da poter applicare il lembo tagliato sul vostro naso. Infine, affinché attecchisca bene, vi chiederà di rimanere in quella posizione per un po’ di tempo. Diciamo per settimane. Forse anche mesi.

Ecco se dovesse succedere, scappate. Perché il metodo appena descritto sembra più una tortura eseguita da un chirurgo sadico che un intervento di chirurgia plastica. Eppure questo metodo, passato alla storia con il nome di “metodo italiano”, è realmente esistito. Colui che affinò questa tecnica rendendola famosa in tutto il mondo è considerato ancora oggi uno dei padri della moderna chirurgia estetica. Questa è la storia di Gaspare Tagliacozzi.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Se visitate l’Archiginnasio di Bologna, un tempo sede dell’antica Università ed ora della Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, noterete una statua un po’ particolare all’interno della sala di anatomia. Non è tanto il personaggio ritratto a colpire, quanto l’oggetto che stringe tra le dita della mano sinistra: un naso. Sì, quella è la statua di Gaspare Tagliacozzi e non è un caso che si trovi proprio lì, perché la sua fama di chirurgo nacque tra le mura di quella università.

La sua data di nascita è stata a lungo dibattuta. Molto probabilmente nacque a Bologna tra il febbraio e il marzo del 1545. I Tagliacozzi non hanno un’origine nobiliare ma sono abbastanza benestanti e vantano una buona posizione all’interno del ceto degli artigiani. Nel 1565 inizia i suoi studi di medicina presso l’università di Bologna, una delle più antiche e prestigiose. Ha ottimi insegnanti tra cui Girolamo Cardano, Ulisse Aldrovandi e Giulio Cesare Aranzi, quest’ultimo sarà colui che gli insegnerà le tecniche della chirurgia facciale.

La teoria da sola non serve, soprattutto quando parliamo di chirurgia. Le tecniche si imparano sul campo e Tagliacozzi fa pratica come assistente presso l’ospedale di S. Maria della morte, che deve il suo nome all’assistenza offerta ai carcerati e ai condannati a morte. Ed è lì che tra diagnosi, visite, farmaci, piccole operazioni chirurgiche e dissezioni, impara tutto quello che serve. Nel 1570 si laurea e nel giro di dieci anni la sua fama di medico cresce sempre di più. Diventa famoso negli ambienti nobiliari, soprattutto dopo aver curato una ferita al braccio del conte Paolo Emilio Boschetti. Da Bologna a Firenze, passando per Modena e Ferrara, Tagliacozzi è noto per essere un esperto di ricostruzioni facciali.

Per fare un paragone con l’attualità era una specie di chirurgo delle star. Nel 1583 una cortigiana viene sfigurata da un amante. L’aspetto estetico, allora come oggi, era importante. E chi meglio di Tagliacozzi per ricostruire il suo volto? L’anno dopo a Modena deve occuparsi di un altro sfregio. 

Le sue tecniche, specialmente quelle di chirurgia facciale, sono ben descritte in una lettera che il chirurgo invia a Girolamo Mercuriale, allora professore di medicina a Padova ed esperto di malattie della pelle e rapporti tra bellezza e medicina. In questa lettera Tagliacozzi spiega per la prima volta come ricostruire le parti mutilate del volto, soprattutto i nasi.

Ma sono gli anni Novanta a far sì che il suo nome rimarrà per sempre impresso nella storia della medicina e della chirurgia in particolare. Nel 1594 viene invitato a Vienna da Ferdinando I de’ Medici per curare Virginio Orsini, nipote del granduca, ferito durante la guerra contro l’impero ottomano. Un altro paziente illustre è Vincenzo Gonzaga, duca di Mantova. Interpellato nel 1596 per un consulto, Tagliacozzi rimarrà presso la sua corte per molto tempo. Il duca, infatti, gli affida il compito di occuparsi dei suoi aspetti medico-cosmetici. Non sappiamo se il duca soffrisse di sifilide, o di qualche altra malattia della pelle, ma la sua malformazione al naso non poteva essere nascosta facilmente. Guardando i ritratti del tempo, ovviamente non notiamo questa malformazione, ma sappiamo che proprio Tagliacozzi, ormai diventato suo medico personale, avesse preparato un unguento speciale per nasconderla.

Sull’onda del successo presso le corti italiane, Tagliacozzi decide finalmente di dare alle stampe la sua opera più importante. Nel 1597, dieci anni dopo la lettera a Mercuriale, pubblica a Venezia presso Gaspare Bindoni la sua monografia in due volumi sulla chirurgia ricostruttiva del volto dal titolo: De curtorum chirurgia per insitionem.

Diversi addetti ai lavori lo considerano come il libro fondatore della chirurgia plastica. Dedicato al duca Vincenzo Gonzaga, il libro, arricchito da splendide illustrazioni, spiega perfettamente la sua tecnica per ricostruire un volto mutilato. La tecnica è quella descritta all’inizio dell’episodio. Tagliava un lembo di pelle dal braccio sinistro perché riteneva che qui ci fossero meno peli. Dopo aver avvicinato il braccio del paziente al volto, lo applicava sulla parte mutilata o scarnificata così da farlo ‘attecchire’. Una volta che l’innesto aveva preso, tagliava l’ultima parte di pelle legata al braccio per finire il suo lavoro. È grazie alle illustrazioni presenti nel libro, che trovate sul sito di In cerca di storie o sulla pagina Instagram del podcast (clicca qui), che abbiamo un’idea di come funzionasse. Vediamo quest’uomo praticamente incollato al suo bicipite. Non può ovviamente allontanare il braccio perché rischierebbe di strappare il lembo di pelle che dal suo arto va al naso. E pensare che il paziente doveva restare in questa posizione per tantissimo tempo.

Il libro diventa un best seller. In poco tempo la sua fama e il suo metodo travalicano i confini nazionali. Nel 1597 il libro viene persino pubblicato senza autorizzazione dall’editore e stampatore padovano Roberto Meietti. L’edizione di Meietti resta oggi rara e introvabile. In Germania l’opera di Tagliacozzi viene citata spesso nei trattati di chirurgia e troviamo un’edizione del libro stampata anche a Francoforte.

Cosa rese questo libro così di successo? Il suo merito è quello di aver riunito tutte le informazioni allora disponibili in un trattato medico erudito. Tagliacozzi non è infatti l’inventore di questo metodo. I primi casi di pazienti operati con queste tecniche, almeno in Europa, risalgono al XV secolo. In Italia, a Catania, Gustavo Branca e suo figlio Antonio utilizzavano questo metodo già nel 1400. A Tropea i fratelli Vianeo erano soliti utilizzarlo durante il Cinquecento. La fortuna di Tagliacozzi fu quella di cavalcare la moda del tempo. Il connubio medicina e bellezza era sempre più forte e l’aspetto esteriore era qualcosa da preservare e perché no migliorare. L’alta nobiltà, a causa di guerre, duelli e malattie, aveva bisogno della chirurgia estetica per difendere un certo status sociale. Va ricordato che la mutilazione del naso nell’antichità era un segno distintivo dei criminali condannati. Qualsiasi piccola imperfezione poteva creare un certo discredito nei confronti del ceto di appartenenza.

Ma perché si chiamava “metodo italiano”? Il nome fu coniato per distinguerlo dal “metodo indiano” inventato da Sushruta, un medico che visse tra il IX e l’VIII secolo a.C. in India. Rispetto al metodo italiano, utilizzava la pelle della fronte.

Due anni dopo la pubblicazione del De Curtorum, Tagliacozzi muore a Bologna all’età di 54 anni. Rispettando le sue ultime volontà, viene sepolto nella chiesa di S. Giovanni Battista (oggi non più esistente). Durante i funerali il suo collega Muzio Piacentini, per onorare la sua figura, utilizzò le stesse parole scritte da Pietro Bembo per l’epitaffio del pittore Raffaello Sanzio: “da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire”.

La fama del chirurgo più famoso d’Europa rischiò però di essere infangata. Dopo la sua morte, iniziarono a circolare voci che lo accusavano di pratiche magiche ed eresia. La sua non era semplice medicina. I suoi metodi così miracolosi nascondevano qualcosa di soprannaturale. Nonostante la sua fama, si decise comunque di aprire un processo postumo e di spostare la sua salma dalla chiesa di S. Giovanni Battista in un terreno fuori le mura sconsacrato.

Quelle che circolavano si rivelarono alla fine solo delle voci. Maligne, messe in giro da invidiosi per screditare Tagliacozzi, come confermato dalla sentenza finale del processo. Fu questo evento, peraltro poco documentato nelle fonti, a creare la leggenda che Tagliacozzi fosse stato condannato dall’Inquisizione per eresia. In realtà i rapporti tra il chirurgo e la Chiesa erano ottimi. Non a caso lo stesso De Curtorum non sarebbe stato pubblicato senza l’avvallo della Chiesa che esaminava in modo meticoloso tutte le opere da inserire eventualmente nell’indice dei libri proibiti.

Siamo giunti al termine della nostra storia. Vi ringrazio per l’ascolto. Come sempre, sul sito http://www.incercadistorie.com, oltre alla trascrizione dell’episodio, vi lascio le fonti consultate. Se siete appassionati all’argomento vi consiglio il programma “Storia della medicina”, in onda su Rai storia. C’è un episodio dal titolo “La fabbrica del corpo. L’arte difficile della chirurgia” e tra i protagonisti c’è proprio Tagliacozzi. 

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Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Fonti per questo podcast

  • “Gaspare Tagliacozzi” – Enciclopedia Treccani
  • Tomba P, Viganò A, Ruggieri P, Gasbarrini A. Gaspare Tagliacozzi, pioneer of plastic surgery and the spread of his technique throughout Europe in “De Curtorum Chirurgia per Insitionem”. Eur Rev Med Pharmacol Sci. 2014;18(4):445-50. PMID: 24610608.
  • Mukherjee, Nayana Sharma, Susmita Basu Majudar, and Susmita Basu Majumdar. “A NOSE LOST AND HONOUR REGAINED: THE INDIAN METHOD OF RHINOPLASTY REVISITED.” Proceedings of the Indian History Congress 72 (2011): 968–77. http://www.jstor.org/stable/44146788.

Vittorio Staccione: il mediano antifascista che morì per la libertà

Scorrendo i tabellini delle partite salta all’occhio una X nella lista dei titolari. No, non è un errore di stampa. È proprio così. Quella X è lì per un motivo. Perché il calciatore in questione, per via della sua fede politica, non può (e non deve) essere nominato. “Ci spiace, per ragioni particolari che riguardano l’interessato, dover tacere nell’elogio che rivolgiamo a tutta la squadra il nome del giuocatore che formò il trio mediano” scriveva il giornale Cremona Nuova il 9 dicembre 1924 riguardo la vittoria della Cremonese sul Legnano per 3-0.

Dietro quella X si nasconde Vittorio Staccione, calciatore e antifascista. Nel giorno delle celebrazioni per la Liberazione dal nazifascismo, la storia di un uomo che pagò con la vita la sua opposizione al regime.

Staccione nasce a Torino il 9 aprile 1904. Giovanissimo viene notato da Heinrich Bachmann, una delle stelle del Torino dei primi del Novecento. È proprio Bachmann che, colpito dalle qualità del ragazzo, lo fa entrare nelle giovanili granata. Il suo esordio in prima squadra avviene il 3 febbraio 1924. Deve ancora compiere 20 anni e il Torino pareggia 1-1 con l’Hellas Verona. Nella stagione 1923/24 disputa solo due partite. La stagione seguente passa in prestito alla Cremonese. Tracciare le sue prestazioni con la maglia grigiorossa è impossibile perché appunto il suo nome viene spesso sostituito da un X nei tabellini. Staccione, infatti, non è noto solo per le sue qualità in campo. La sua vita fuori dal rettangolo verde pesa come un macigno. È la sua fede politica a creargli non pochi problemi. Viene da una famiglia proletaria e si dichiara apertamente socialista. Nonostante il clima difficile, non mette mai da parte il suo impegno antifascista. Roberto Farinacci, il ras fascista di Cremona, lo ha segnalato come pericoloso sovversivo. Da lì l’ordine di oscurare il suo nome con una X. Ma il regime non si limita solo a censurarne il nome. Staccione è vittima di minacce e pestaggi.

Sul campo le cose vanno un po’ meglio. L’esperienza lombarda è piuttosto positiva ma non abbastanza da consentirgli, una volta tornato al Toro, di vestire sempre la maglia da titolare. Nella sua ultima stagione con la maglia granata, quella del primo scudetto della storia (titolo poi revocato per il caso Allemandi), dà il suo contributo alla vittoria finale giocando 12 partite tra campionato e Coppa Italia. La stagione 1926/27 è l’ultima con il Torino prima di passare alla Fiorentina che militava allora nella serie cadetta. Dietro il suo addio a malincuore ai colori granata si nasconde ancora una volta il regime. Il gerarca fascista di Torino fa pressioni sulla società affinché venga allontanato. Salta la partita di inaugurazione del Filadelfia nel 1926 perché “infortunato”. In realtà durante un pestaggio gli hanno rotto due costole.

Con la maglia biancorossa (il viola diverrà il colore ufficiale solo nel 1929) centra la promozione nella massima serie giocando 13 partite su 14. Di proprietà del marchese Ridolfi, la Fiorentina non allestisce una squadra all’altezza e il campionato finisce nel peggiore dei modi: ultimo posto e retrocessione. Staccione è quello con più presenze ma non basta. Nonostante la retrocessione decide di non lasciare la Fiorentina. Nel frattempo si è sposato con Giulia Vannetti e non vuole lasciare la Toscana. Per il campionato 1930/31 la società ha finalmente rinforzato l’organico. I Viola vincono il campionato di Serie B e il nome di Staccione appare in ben 24 partite. Il 1930 però è il suo anno nero. I successi sul campo non possono colmare il grande vuoto lasciato dalla scomparsa di sua moglie Giulia e di sua figlia Maria Luisa morte entrambe durante il parto.

La dolorosa perdita e l’ostracismo del regime influiscono sugli ultimi anni della sua carriera. Dopo la Fiorentina passa al Cosenza, club di terza serie. 77 presenze e tre stagioni con i calabresi prima di passare al Savoia di Torre Annunziata (dove durante un pestaggio gli spaccano un ginocchio ). La sua carriera finisce nel 1935 a soli 31 anni. Dice basta con il calcio e trova lavoro in fabbrica come operaio tornitore alla Fiat.

La persecuzione da parte del regime non si ferma. Arresti, pestaggi, licenziamenti, Staccione non si lascia intimorire. Difende le sue idee ed entra nell’orbita dell’antifascismo piemontese. Il mondo delle fabbriche è in subbuglio. Soprattutto dopo l’armistizio in molti manifestano il proprio dissenso nei confronti del regime. Staccione prende parte attivamente agli scioperi del 1 marzo 1944. Fu la sua ultima azione da uomo libero perché il 12 marzo, insieme a suo fratello Francesco, viene arrestato dalla polizia di Madonna di Campagna che lo consegna alle SS. Non fu uno dei promotori dello sciopero ma il suo nome e il trascorso politico bastarono per condannarlo.

In caserma gli autori dell’arresto, che conoscevano bene Staccione, provano a salvarlo come testimoniato dal racconto di suo nipote Federico Molinario: “La polizia gli comunicò che sarebbe stato deportato in un campo di concentramento tedesco e lo mandò a casa da solo a prepararsi per il viaggio. Chiunque al suo posto sarebbe fuggito, ma non lui. Il giorno stesso si presentò alle carceri Le Nuove con la valigia, consegnandosi ai nazisti. Questo dice tanto della natura di mio zio, e anche della sua piemontesità”.

Il 16 marzo sale sul treno numero 34 in partenza da Porta Nuova con destinazione Mauthausen. Arriva il 20 marzo. Una volta nel campo di concentramento viene classificato come Schutzhaftling, prigioniero politico. Da quel momento in poi sarà identificato solo da un triangolo rosso e un numero di matricola: 59160.

Incontra nei lager un avversario ai tempi del Torino: Ferdinando Valletti che all’epoca indossava la maglia del Milan. I due disputano anche alcune partite all’interno del lager contro le SS. Valletti riesce a salvarsi mentre Staccione, trasferito nel campo di Gusen, muore di setticemia e cancrena il 16 marzo 1945 forse a causa dei pestaggi da parte delle guardie. Suo fratello Francesco muore 11 giorni dopo. Il campo di Mauthausen sarebbe stato liberato solo un mese e mezzo più tardi il 5 maggio 1945.

Termina così la storia di Vittorio Staccione, il mediano che pagò con la vita la sua opposizione al regime fascista. Un esempio di coraggio e determinazione. Un uomo che non abbandonò mai le sue idee, neppure di fronte alla feroce violenza del regime.   

Il 6 ottobre del 2012 il suo nome è stato inserito nella Hall of Fame della Fiorentina. Il 16 giugno del 2015, all’interno dello stadio Giovanni Zini di Cremona, gli è stata dedicata una lapide commemorativa. Sotto un’opera in bronzo che raffigura un pallone dietro un filo spinato un messaggio recita:

“Vittorio Staccione

Giocatore grigiorosso nella stagione 1924/1925

Morto a Gusen-Mauthausen il 16 marzo 1945

Simbolo dello sport come impegno sociale, civile e politico.

Lottò sui campi della vita

Per la libertà e la fratellanza degli uomini”

Fonti per questa storia:

  • “Il mediano di Mauthausen” di Francesco Veltri – Diarkos
  • “Vittorio Staccione: il mediano del Toro che ha sacrificato tutto per un’ideale” di Silvio Luciani – Toro News
  • “Cuori partigiani. La storia dei calciatori professionisti nella Resistenza italiana” di Edoardo Molinelli – Red Star Press
  • Qui abitava Vittorio Staccione – comune.torino.it

Arthur John Priest. Il fuochista inaffondabile

Tra una birra e l’altra, in quel di Southampton, Arthur racconta delle sue avventure nei mari. Tutte le sue storie hanno degli elementi in comune: una nave, un evento tragico e la sua enorme fortuna. Sì, Arthur è decisamente fortunato. In ben sei occasioni ha dato buca all’appuntamento con la morte. Quando le cose si mettono male, lui ne esce sempre sano e salvo. Ed è proprio questa sua particolarità a farlo passare alla storia come “il fuochista inaffondabile”.

Il 15 aprile si è celebrato un anniversario particolare: sono passati, infatti, 110 anni dall’affondamento del Titanic. Tra tutte le storie dei sopravvissuti quella che mi ha colpito di più è stata quella di Arthur John Priest.

Nasce a Southampton, in Inghilterra, il 31 agosto 1887. La sua famiglia è povera e i coniugi Priest devono tirar su ben dodici figli. Le difficili condizioni economiche lo spingono fin dalla tenera età a cercare un lavoro. A 24 anni, nel 1911, trova impiego come fuochista su un transatlantico. Si tratta della RMS Olympic, la nave gemella del RMS Titanic. La Olympic è un transatlantico all’avanguardia per quei tempi. Nelle sue viscere Arthur e i suoi compagni spalano ogni giorno tonnellate di carbone.

Il 20 settembre 1911, poco dopo la partenza, la Olympic viene speronata dal vecchio incrociatore HMS Hawke della Royal Navy nelle acque del Solent causando uno squarcio nella poppa. Un incidente che costa caro dove perdono la vita circa 600 persone. I fuochisti, trovandosi nelle zone sottostanti, erano spesso quelli più in pericolo in simili circostanze. Restare intrappolati e morire annegati era molto frequente. Ma Arthur è fortunato e riesce a salvarsi.

Seppur tragico questo incidente non lo scoraggia. Un anno dopo riesce a farsi assumere per il viaggio inaugurale del Titanic. Sappiamo già cosa accadde. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1912 morirono 1500 persone. La fortuna non abbandona Arthur. Nonostante le difficoltà nel salire sul ponte riesce a gettarsi in acqua e a raggiungere a nuoto, nelle acque gelide, con indosso solo la biancheria intima, la scialuppa di salvataggio numero 15. Incredibile. La maggior parte delle persone che provò a scappare dalla nave che affondava morì proprio di ipotermia.

Siamo a due disastri scampati. Anzi tre se consideriamo il piccolo incidente a bordo della Asturias nel 1908 quando il transatlantico si scontrò con un’altra imbarcazione nel suo viaggio inaugurale, ma per fortuna nessuno perse la vita.

Arthur è fortunato e tutte quelle avventure sui transatlantici lo rendono uno dei fuochisti più esperti a quel tempo. Per lui trovare lavoro su una nave non è difficile. Quattro anni dopo il Titanic, in piena prima guerra mondiale, viene arruolato sull’incrociatore mercantile armato HMS Alcantara. La guerra navale portata avanti dalla Germania non risparmia nessuno. Basti pensare all’affondamento del transatlantico RMS Lusitania il 7 maggio 1915 ad opera di un sottomarino tedesco dove perdono la vita 1152 persone. L’Alcantara il 29 febbraio 1916 si trova al largo delle Shetland quando si scontra con l’incursore mercantile tedesco Greif, camuffato per l’occasione da mercantile norvegese. La feroce battaglia vede entrambe le navi colare a picco per i danni subiti. Muoiono 70 compagni di Arthur. Lui, ancora una volta, a nuoto nelle acque gelide, riesce a scampare alla morte.

La guerra non è ancora terminata ed Arthur ritorna a bordo di una nave. Dopo la Olympic e il Titanic, sceglie l’ultima nave gemella: la HMHS Britannic. Un transatlantico più grande del Titanic convertito in nave ospedale per trasportare i feriti. Non vi meraviglierete nel sapere che il 21 novembre 1916, nelle acque del mar Egeo, la Britannic affonda. Non si sa bene se per colpa di un siluro o di una mina, ma arriva la fine anche per l’ultima delle tre sorelle. Anche se si tratta della più grande nave persa durante la prima guerra mondiale, la concomitanza di diversi fattori ridusse considerevolmente il numero dei decessi. La temperatura dell’acqua, la presenza di diverse scialuppe di salvataggio e l’assenza di nemici nelle vicinanze, limitò il numero di morti a una trentina. Arthur ovviamente non era tra quelli.

Il 17 aprile del 1917 si trova su un’altra nave ospedale, il SS Donegal, che trasporta le truppe ferite dalla Francia. Nel Canale della Manica viene silurata da un U-Boot tedesco. 40 persone muoiono. Arthur riporta solo una ferita alla testa. Forse spaventato dal trauma o temendo che la sua dose di fortuna fosse finita decide di non mettere più piede su una nave. Morirà nel suo letto a Southampton nel 1937 di polmonite. I giornali dell’epoca lo avevano sopranominato “Il fuochista inaffondabile”. È sorprendente scoprire come ogni volta si trovasse sempre nella parte più danneggiata o pericolosa delle navi ma fu sempre in grado di scappare e sopravvivere. Iceberg, siluri, mine, incidenti, Arthur ne uscì sempre indenne.

Le sue ossa riposano nel cimitero di Hollybrook a Southampton. Una sepoltura anonima che stride molto con la sua storia. Una storia di coraggio e fortuna. La storia del “fuochista inaffondabile” sopravvissuto a sei disastri navali.

Ep. 20 / Edison e l’invenzione della sedia elettrica

C’è un inventore, un imprenditore (che è anche inventore ma ha capito che il mondo degli affari è più redditizio) e un criminale. Raccontata così, sembrerebbe l’inizio di una barzelletta. Macabra. Visto che parliamo di un criminale. Ma in questa storia, purtroppo, non c’è nulla da ridere. Perché è una storia dove si intrecciano interessi personali; invenzioni; soldi; dove i protagonisti sono disposti a tutto pur di battere la concorrenza. Una spietata competizione senza esclusione di colpi.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Il primo personaggio della nostra storia è Thomas Alva Edison. Sì, quel Edison, l’inventore della lampadina, del kinetoscopio e del fonografo, solo per citare alcune delle sue invenzioni. Tra queste ce n’è una che difficilmente immagineremmo associata al suo nome: la sedia elettrica.

Siamo negli anni 80 del 1800 ed Edison riesce finalmente a commercializzare la lampadina elettrica a incandescenza. Batte sul tempo altri inventori, tra cui l’italiano Alessandro Cruto, che avevano lavorato anni per creare lo stesso prodotto. Una volta inventata la lampadina, Edison ha bisogno di una rete elettrica. Ecco che nel 1882 brevetta il primo sistema di distribuzione dell’energia elettrica. La Pearl Street Station, la prima centrale elettrica commerciale degli Stati Uniti, è in grado di illuminare un isolato di Manhattan. Siamo ancora agli albori, ma in un paese illuminato da lampade ad olio e gas, è una rivoluzione.

Questi anni non sono però solo anni di grandi invenzioni. Edison è infatti in prima linea a combattere una guerra particolare: la “guerra delle correnti”.

Per alimentare la sue rete elettrica, sceglie di utilizzare la corrente continua, per intenderci quella che utilizziamo ancora oggi con pile e batterie. Un tipo di corrente ritenuta molto sicura per l’uomo per via della bassa tensione, circa 110 volt. Questa sua particolarità rappresentava anche un problema. Perché inviare elettricità a lunga distanza, con una tensione così bassa, era molto costoso. Affinché la sua rete funzionasse, occorreva avere diverse centrali poste nelle vicinanze degli utenti. Il tutto nel bel mezzo della città.

Ecco che sulla scena compare il secondo personaggio della nostra storia, nonché il rivale di Edison in quella “guerra delle correnti”: George Westinghouse.

Westinghouse, chi era costui? Una volta assiste di persona ad un incidente frontale fra due treni. Si cervella per trovare un modo per evitare tali tragedie. Ci riesce inventando i freni pneumatici per i treni. Questa invenzione lo rende famoso in tutto il paese. Ma è anche conosciuto per il suo fiuto per gli affari. Ha capito che la distribuzione elettrica è un’ottima occasione per far soldi. Decide però di utilizzare non la corrente continua come Edison, bensì la corrente alternata. Un’intuizione geniale perché questo sistema si rivela molto più redditizio. Sfruttando l’invenzione del trasformatore, la sua rete è in grado di trasportare l’energia elettrica a lunghe distanze con meno dispersione e costi contenuti. Nel 1887 Edison aveva già costruito 121 centrali a corrente continua; Westinghouse ne aveva 68 a corrente alternata. A conti fatti, quest’ultima era la migliore sul piano costi/benefici.

Ed è allora, in piena guerra, che Edison si gioca tutte le carte possibili per battere il suo rivale. Una competizione senza esclusione di colpi, lo abbiamo detto. Vale tutto pur di vincere. Prova dapprima a citarlo in giudizio per avergli rubato alcuni brevetti, ma senza successo. Finché un giorno non viene contattato da un dentista di Buffalo, nello stato di New York.

Questo dentista si chiama Alfred Southwick. In quel periodo una commissione di New York sta cercando delle alternative alla fucilazione e all’impiccagione. Per caso il dottor Southwick viene a conoscenza della morte singolare di George Smith. Smith licenziato dalla compagnia per la quale lavorava, la Brush Electric Light, decide un bel giorno di sabotare una centralina elettrica per vendetta. Gli va male, muore folgorato, ma è proprio quel suo modo di morire fulminato che convince Southwick, il dentista di Buffalo, che una scarica elettrica possa essere il metodo ideale per indurre una morte rapida ed indolore ai condannati a morte.

E chi ha più esperienza in materia di elettricità se non Edison? Dopo alcuni testi sugli animali, l’8 novembre 1887 invia una lettera ad Edison chiedendogli quale sia il metodo migliore per uccidere un uomo con elettrocuzione. Edison, che aveva sempre rifiutato di offrire le sue invenzioni per scopi bellici, sostiene di essere contro la pena capitale e decide di non aiutare Southwick. Ma lui non demorde. Aspetta un po’ di tempo e invia una nuova lettera. Stessa richiesta. Qual è il metodo migliore per uccidere un uomo con elettrocuzione. Questa volta la risposta dell’inventore è diversa.

Siamo in piena “guerra delle correnti”, le centrali di Westinghouse stanno proliferando, ed Edison ha un’intuizione. Risponde dicendo che il modo migliore sarebbe utilizzare una dinamo che impiega corrente alternata. Guarda caso, negli Stati Uniti, questo tipo di dinamo viene venduto proprio da Westinghouse. Secondo l’inventore, una scarica di 1000 volt ucciderebbe un uomo senza farlo soffrire.

La risposta di Edison è tanto geniale quanto crudele. Dimostrare che la corrente alternata di Westinghouse è così pericolosa, tanto da uccidere un uomo in pochi secondi, vorrebbe dire influenzare il mercato. Tutti, infatti, spaventati sceglierebbero inevitabilmente la sua di corrente, continua, ma pur sempre innocua per l’uomo.  

Edison si ritrova così a sostenere il progetto di Southwick. L’idea è quella di sostituire l’impiccagione, molto diffusa a quel tempo, con la sedia elettrica. Non solo occorre brevettarla, ma occorrono anche dei test che dimostrino la sua reale efficacia. A farne le spese, purtroppo, sono sempre gli animali. In uno dei test, al quale partecipa anche la stampa, Edison uccide con elettrocuzione un cavallo. Un esemplare di 500 kg che crolla al suolo esanime in pochi istanti. Per la stampa non ci sono dubbi. La sedia elettrica è il metodo più umano, se così si può definire, da utilizzare per le condanne a morte.

Il 4 giugno 1888 il governatore David B. Hill firma la legge. A partire dal primo gennaio del 1889, i condannati a morte dello stato di New York saranno giustiziati con la sedia elettrica. Southwick è al settimo cielo. Dirà: “Da oggi viviamo in una civiltà più evoluta”.

È così che fa il suo esordio nella nostra storia, il terzo personaggio: William Kemmler. Il 29 marzo 1889, nel suo umile appartamento, alterato dall’alcool, William colpisce ben 25 volte la sua compagna Matilda Ziegler. A causa di questo crimine tanto efferato, nel maggio dello stesso anno viene condannato a morte per omicidio. Sarà il primo detenuto della storia ad essere giustiziato con la sedia elettrica.

La notizia della condanna crea molto scalpore. La difesa sostiene che la sedia elettrica sia un modo barbaro e crudele, perfino peggiore dell’impiccagione o della fucilazione. Westinghouse si sente chiamato in causa. Non vuole che il suo nome venga associato alla sedia elettrica. Si schiera apertamente contro l’utilizzo dell’elettrocuzione e sostiene, sembra, con 100.000 $ la difesa di Kemmler.

Il 23 maggio 1890, la Corte Suprema degli Stati Uniti respinge qualsiasi ricorso e conferma la condanna prevista per il 6 agosto ad Auburn.

Nonostante fosse stato richiesto espressamente di non fornire i dettagli alla stampa e di mantenere segreti la data e il luogo dell’esecuzione, la mattina di quel 6 agosto, ad Auburn, fuori dal penitenziario, si raduna una folla numerosa. Seppur macabro, è pur sempre un evento.

Kemmler, una volta rasatogli i capelli, viene condotto nella sala per l’esecuzione. Ad assistere ci sono venti testimoni. Leggendo i resoconti del tempo, scopriamo che Kemmler è la persona più calma in quella stanza. Riesce anche a consegnare una dichiarazione: “Signori, auguro a tutti voi buona fortuna. Credo che andrò in un posto migliore. I giornali hanno scritto un sacco di cose che in realtà non sono così. Questo è tutto quello che ho da dire”. Agli addetti che lo stanno legando dice: “Fate con calma e fatelo bene. Non ho alcuna fretta”.

Sembra una scena tratta dal film “Il miglio verde” con Tom Hanks. Anche lì i condannati sono destinati alla sedia elettrica. Ma questa è la realtà. Gli addetti gli tagliano parte della veste per posizionare meglio gli elettrodi a contatto con la pelle. Completato il tutto, alle 6.43 il direttore del penitenziario saluta per l’ultima volta il condannato con un laconico: “Arrivederci, William”. Ordina al boia di azionare il generatore. 17 secondi. Tanto basta per ucciderlo. I medici si avvicinano constatandone la morte. Anzi no. Colpo di scena. Kemmler è ancora vivo. I testimoni, inorriditi, si accorgono che il suo cuore e i suoi polmoni sono tornati a funzionare. Non è cosciente ma respira in modo affannoso. Qualcuno grida: “Great God, he is alive!” (“Santo cielo, è vivo!”). Nella sala scoppia il caos. A tutti gli effetti quella condanna sta per trasformarsi in un fiasco tremendo. Un fiasco macabro per giunta. Cosa dirà la stampa?

Si decide allora di procedere con una seconda scarica. Questa volta sembra che durò almeno 4 minuti, anche se alcuni testimoni dicono solo un minuto e mezzo. Alle 6.51, dopo che Kemmler era rimasto 8 minuti su quella sedia dalla prima scossa, viene dichiarato ufficialmente morto. Nella stanza dell’esecuzione c’è un gran silenzio e un terribile fetore di carne bruciata.

Tre ore dopo il corpo di Kemmler viene sezionato durante l’autopsia. I medici confermano che durante la seconda esecuzione, il condannato fosse incosciente. L’errore non era da imputare al metodo, bensì alla macchina utilizzata.

L’esecuzione suscita inevitabilmente delle polemiche. La sedia elettrica era stata presentata da Edison come un metodo veloce ed indolore. Ma la realtà aveva dimostrato il contrario. Westinghouse, che suo malgrado vedeva il suo nome associato a quella morte, dice: “Un evento brutale. Avrebbero fatto meglio con un’ascia”. La stampa non è da meno. Per il New York Times quella esecuzione è stata una “vergogna per la civiltà”. Per il New York Herald si trattava di “tortura”. In molti pensano che quella sarà la prima e ultima volta per la sedia elettrica. Come ben sappiamo non fu così.

Nello stato di New York le condanne alla sedia elettrica ripresero il 7 luglio 1891, questa volta nella prigione di Sing Sing.

Robert Greene Elliott è passato alla storia come il boia della sedia elettrica dello stato di New York. All’attivo 400 condanne, tra cui anche quella di Sacco e Vanzetti. Era lui ad azionare il generatore. Nel suo libro dal titolo “Agente di morte: memorie di un boia” scrive: “Credo che la pena capitale non abbia alcuno scopo utile e che sia solo una forma di vendetta. Spero che non sia lontano il giorno in cui la condanna a morte diverrà fuorilegge in tutti gli Stati Uniti”. Il libro di Elliot è del 1940. Ad oggi sappiamo che la condanna a morte è ancora in vigore negli Stati Uniti d’America. La sedia elettrica non è stata bandita da tutti gli stati.

Si conclude così la storia di un inventore, un imprenditore e un assassino. Che detta così sembrerebbe l’inizio di una barzelletta. Ma come abbiamo sentito, in questa storia, purtroppo, non c’è nulla da ridere.

Siamo giunti al termine della nostra storia. Vi ringrazio per l’ascolto. Sul sito http://www.incercadistorie.com, oltre alla trascrizione dell’episodio, vi lascio le fonti consultate. Sulla “guerra delle correnti” vi consiglio il film del 2017 “Edison — L’uomo che illuminò il mondo”, con Edison interpretato dall’impeccabile Benedict Cumberbatch, per intenderci il Dottor Strange per gli amanti Marvel o Alan Turing nel film “The imitation game”.

Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast. Non dimenticatevi di seguirmi su Instagram per novità e anticipazioni.    Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Fonti per questo episodio

  • “Death in the hot seat a century of electrocutions” di John G. Leyden – The Washington Post
  • “Un duello elettrico” di Marco Consoli – Focus storia
  • “First execution by electric chair” – History.com Editors
  • ‘Great God, he is alive!’ The first man executed by electric chair died slower than Thomas Edison expected di Michael S. Rosenwald – The Washington Post
  • “La sedia elettrica ha 125 anni Colpa di un dentista (e di Edison)” – Prima Bergamo

Ep. 19 / Anna Coleman Ladd: l’artista che ridiede un volto ai soldati

L’arte al servizio della comunità. Non è solo uno slogan, perché Anna deciso di usare davvero le sue abilità artistiche per aiutare quegli uomini sfigurati che tornavano dal fronte. Questa è la storia di Anna Coleman Ladd, la scultrice che ridiede un volto ai soldati.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Ci sono mille modi per aiutare il prossimo. Uno di questi è offrire le proprie abilità. È quello che ha pensato anche la protagonista della nostra storia.

Anna Coleman Ladd nasce a Bryn Mawr, una piccola cittadina negli Stati Uniti d’America, nel 1878. Ha l’arte nel sangue e si sposta in Europa, a Parigi e Roma per la precisione, per studiare scultura. Una volta rientrata negli Stati Uniti si trasferisce a Boston dove continua i suoi studi e nel frattempo realizza alcune delle sue opere d’arte. Ritratti, busti, ninfe, diventa abbastanza nota nel campo artistico. Ma è nel 1905 che fa l’incontro che cambierà la sua vita. Si sposa con il dottor Maynard Ladd. Maynard è un medico di Boston è allo scoppio della prima guerra mondiale viene incaricato di dirigere l’ufficio della Croce Rossa americana a Toul, in Francia. È così che nel 1917 Anna si ritrova nuovamente in Francia. Questa volta non per studiare, ma per mettersi all’opera e sfruttare il suo talento di scultrice.

Decide di seguire le orme di Francis Derwent Wood, uno scultore britannico che aveva aperto nel 1916, a Londra, il “Dipartimento di Maschere per visi sfigurati”. Di cosa si trattava?

Durante il primo conflitto mondiale, tra colpi di artiglieria, esplosioni e schegge, i soldati tornavano spesso dal fronte in condizioni gravissime. I mutilati e gli sfigurati erano all’ordine del giorno. Si stima che in un solo giorno, durante la battaglia della Somme, furono circa 2000 i soldati sfigurati. Negli ospedali da campo emergevano tutti i limiti della chirurgia del tempo. Perché l’obiettivo era salvare vite, l’aspetto estetico passava in secondo piano.

Per questi soldati, resi ormai irriconoscibili, cominciava un secondo calvario. Reinserirsi nella società non era facile. Ai traumi psicologici sofferti sul campo di battaglia, si sommavano quelli causati dai danni fisici. “Quando il lavoro del chirurgo è completato, incomincia il mio. Mi sforzo, grazie alla mia abilità di scultore, di rendere il volto di un uomo il più simile possibile a come appariva prima che fosse ferito” dirà Wood spiegando il perché del suo Dipartimento. Prendendo spunto dalle foto dei soldati prima della guerra, crea maschere metalliche su misura che riproducono il volto del soldato. Le maschere, queste protesi create da Wood, nascondono i volti deturpati aiutando sul piano psicologico il paziente. I soldati si sentono più sicuri, sono in grado di guardarsi un’altra volta allo specchio senza cadere nello sconforto. La loro presenza non è più fonte di malinconia o tristezza.

A detta dei soldati, un volto sfigurato era la peggior cosa che potesse capitare. Non a caso negli ospedali, specialmente nei reparti che accoglievano pazienti con il volto deturpato, non vi erano specchi. Le maschere di Wood li aiutavano a evitare quello che chiamavano “Effetto Medusa”. Chi guardava per la prima volta i loro volti sfigurati rimaneva spesso impietrito a fissarli.

Quanto fatto da Wood convince Anna Coleman Ladd a fare lo stesso dall’altra parte della manica. Apre a Parigi lo “Studio per le maschere-ritratto”. Si tratta di un’operazione studiata fin nei minimi dettagli. Il primo elemento è l’aspetto psicologico. Situato nel quartiere latino di Parigi, lo Studio è ampio e luminoso. Alle pareti bandiere e manifesti. Le stanze sono piene di fiori. Lo Studio, infatti, non deve intimorire ma accogliere questi poveri reduci dal fronte. Il secondo elemento è ricreare nel modo più fedele possibile i volti dei soldati.

La prima fase prevede la realizzazione di un calco in gesso del viso. Una volta ottenuto, la Ladd insieme ai suoi aiutanti, può passare alla seconda fase: la creazione della maschera.

Questa era realizzata in rame zincato, era spessa come un biglietto da visita e poteva pesare tra i 100 e 250 grammi a seconda della porzione di viso che doveva coprire. Spesso sostenuta dagli occhiali, veniva modellata sul volto del soldato. Se infatti occorreva ricostruire un occhio ad esempio, la Ladd con perizia e scalpello, ricreava un occhio aperto che fosse il più possibile simile a quello intatto. Una sfida sul piano artistico era rappresentata dai colori. Compito dell’artista era anche ricreare un colore simile a quello della pelle. Un colore che non si notasse molto durante una giornata soleggiata o nuvolosa. Inizialmente la Ladd utilizza colori ad olio, ma l’effetto e la resa non convincono. Ecco allora che opta per uno smalto lavabile con un color carne. Per dare un effetto ancora più realistico, dettagli come sopracciglia, ciglia e baffi vengono fatti con capelli veri. Per realizzare una maschera occorreva all’incirca un mese.

Il risultato finale è straordinario. Per fortuna ci sono ancora foto di questi soldati e dei loro volti prima e dopo. Le foto sono spesso in bianco e nero, dunque ci risulta difficile apprezzare l’aspetto cromatico, ma restiamo a bocca aperta nel vedere come il viso di un uomo ormai irriconoscibile fosse tornato alla normalità grazie all’abilità di quest’artista.

Come nel caso di Wood, anche le maschere della Ladd ebbero un impatto notevole sul piano psicologico dei pazienti. Spesso i soldati le inviavano delle lettere per ringraziarla. In una di queste, un soldato scrive: “Grazie. Finalmente avrò una casa. La donna che amo diventerà mia moglie”. C’è anche una foto di un gruppo di soldati che festeggia il Natale del 1918 nello studio di Parigi.

Purtroppo dei soldati che utilizzarono queste protesi non si hanno molte notizie. Alla fine del 1919, lo Studio della Ladd avrebbe prodotto oltre 180 maschere. Un grande risultato, seppur esiguo confrontato con i bilanci della guerra. Secondo una stima della stessa Ladd, tra i soldati americani circa trecento uomini avrebbero avuto bisogno di queste protesi.

Poche maschere sono sopravvissute. Probabilmente furono sepolte insieme ai soldati. La durata media di una maschera oscillava tra uno e due anni, a seconda dell’utilizzo. La Ladd, in uno dei suoi diari, racconta di aver rincontrato uno dei suoi primi pazienti che ancora indossava la maschera originale nonostante fosse ormai distrutta ed orribile alla vista.

Nel 1920, lo studio di Parigi inizia ad essere smantellato. Il governo francese avvia programmi ad-hoc per assistere i reduci. Il dipartimento di Wood era stato sciolto un anno prima. Una volta firmato l’armistizio, Anna Coleman Ladd ritorna negli Stati Uniti d’America. Qui continua ad occuparsi di arte raccontando nelle innumerevoli interviste del suo Studio parigino. Nel 1932, sette anni prima della sua morte, sarà nominata Cavaliere della Legion d’Onore francese.

“Guarda sempre un uomo dritto in faccia. Ricorda che sta guardando la tua faccia per vedere come reagirai”. Queste sono le parole di una suora pronunciate alle sue infermiere in un ospedale da campo durante la prima guerra mondiale.

Siamo giunti al termine della nostra storia. Vi ringrazio per l’ascolto. Come sempre, sul sito http://www.incercadistorie.com, oltre alla trascrizione dell’episodio, vi lascio le fonti consultate dove potete trovare anche le foto di alcuni soldati. Vi lascio il link di un video dove si può ammirare la Ladd insieme ai suoi aiutanti intenti a creare le maschere. Se poi vi trovate a passeggiare per Boston, nel giardino pubblico, potete vedere una delle sue sculture. Si tratta della fontana dei Triton Babies.  

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A proposito di social, un ringraziamento agli iscritti su YouTube e sul profilo Instagram. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Fonti per questo episodio

– “Faces of War” di Caroline Alexander – Smithsonian Magazine

– “Anna Coleman Ladd: art helping veterans” di Diana Seave Greenwald – Gardner Museum

– “Anna Coleman Ladd” – The Smithsonian Institution

– VIDEO Anna Coleman Ladd’s Studio for Portrait Masks in Paris

Un anno di In cerca di storie

Il 12 gennaio di un anno fa pubblicavo il primo episodio di In cerca di storie. Era la storia di Nellie Bly, una storia di coraggio e determinazione. Scelsi Nellie Bly perché fui colpito fin da subito dalla sua figura. Sempre controcorrente, pronta a dimostrare a tutti il suo valore, anche quando la società e il mondo le dicevano di farsi da parte e rimanere nell’ombra dell’anonimato. Accontentarsi o sfidare la sorte? Un po’ mi rispecchio in lei. Avrei potuto tenere per me le storie che leggevo e scoprivo. E invece ho deciso di condividerle con voi. Unendo la mia passione per la Storia con quella per il giornalismo.

Così è nato In cerca di storie. Un podcast interamente autoprodotto. Non è ancora il mio lavoro. È una passione ma chissà, mai dire mai.

In questo anno ho raccontato le storie più disparate: dallo scandalo del manzo imbalsamato alle gesta di Alfonsina Strada, la prima donna al Giro d’Italia, passando per le avventure di Jane Dieulafoy.

Storie spesso dimenticate e poco conosciute, alcune non valorizzate a dovere. È questo lo scopo del podcast. Non vi racconterò di come è scoppiata la Seconda Guerra mondiale, ma di sicuro vi racconterò la storia di personaggi secondari che hanno lasciato una impronta enorme. Penso al contadino Franz Jägerstätter e il suo no ad Hitler.

Se questo podcast ha superato il primo anno e guarda con fiducia al futuro è grazie anche a voi che state leggendo. Un grazie a tutti coloro che hanno dedicato il loro tempo ad ascoltare le puntate del podcast, a seguirmi su Instagram, Twitter, WordPress e YouTube. Una piccola comunità che si allarga lentamente. Vi lascio con le parole di Richard Bach dal libro “Il gabbiano Jonathan Livingston”. Che siano parole utili per darvi la forza di mollare tutto, anche la paura di fallire, e seguire i vostri sogni. Come ho fatto io con questo podcast. Grazie.

“La vita ha una ragione! Possiamo elevarci dall’ignoranza, possiamo scoprirci creature straordinarie, intelligenti e capaci. Possiamo essere liberi! Possiamo imparare a volare!”

Il gabbiano Jonathan Livingston – Richard Bach

Ep. 18 / Ignaz Semmelweis: il “salvatore delle madri”

Il dottor Ignaz vuol capire e fermare la morte di tutte quelle madri ricoverate nel reparto di ostetricia dell’ospedale di Vienna. Non sa che di lì a poco scoprirà qualcosa in grado di cambiare per sempre la medicina e salvare milioni di vite: l’importanza di lavarsi bene le mani. Questa è la storia di Ignaz Semmelweis, il “salvatore delle madri”.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Lavarsi bene le mani. Quante volte abbiamo sentito ripetere queste parole. Tv, giornali, social, tutti a spiegarci come lavare le mani. Sembra una cosa banale eppure negli ultimi anni ne abbiamo riscoperto l’importanza. È stata forse proprio la banalità del gesto a creare qualche problema al suo scopritore.

La storia del dottor Semmelweis non è molto conosciuta. Il suo nome ai più non dirà niente. Nel marzo del 2020, in piena pandemia, Google gli dedicò un doodle, l’animazione temporanea del suo logo sulle home page per commemorare festività, eventi e personaggi storici. Si vede il dottor Semmelweis cronometrare le sei fasi del lavaggio delle mani. Ma come arrivò a questa geniale intuizione?

Di Ignaz Semmelweis sappiamo che nasce a Budapest, in Ungheria, nel 1818. Figlio di un ricco droghiere, cresce in un ambiente frequentato da mercanti di origine tedesca dove frequenta scuole cattoliche. Si iscrive all’Università di Vienna per studiare legge, ma passa a medicina dopo un anno, per fortuna diremmo, laureandosi nel 1844.

La storia della sua scoperta inizia due anni dopo. Il 1° luglio 1846, all’età di 28 anni, è nominato Primo Assistente (l’equivalente di un primario) nel reparto di Ostetricia dell’Ospedale Generale di Vienna. Il reparto è composto da due divisioni. Lui lavorerà nella prima, quella destinata ai medici e agli studenti di medicina. La seconda invece è assegnata alle ostetriche.

Gli ospedali, nel XIX secolo, erano molto spesso luoghi di morte più che di cura. Era più sicuro subire un intervento a casa che in ospedale, dove i tassi di mortalità erano da 3 a 5 volte più alti di quelli registrati tra le mura domestiche. Ma farsi curare a domicilio costava molto e non tutti potevano permetterselo. Ecco che gli ospedali, tra infezioni e negligenze, diventavano luoghi pericolosi non solo per i pazienti ma anche per dottori e studenti.

In questo ambiente si muove il dottor Semmelweis. L’ Ospedale Generale di Vienna, infatti, non è da meno. Nel reparto di Ostetricia gestito da medici e studenti di medicina, tra il 13 e il 18% delle nuove madri moriva di una misteriosa malattia nota come “febbre del parto” o “febbre puerperale”. In un’epoca dove i chirurghi consideravano il pus come un fattore naturale del processo di guarigione, questi dati non allarmavano. Le origini delle infezioni non erano ancora chiare e i medici, spesso, facevano fatica a scrollarsi di dosso le antiche credenze medievali. L’origine delle malattie infettive era spiegata ancora con la teoria degli umori e dei miasmi. Invisibili particelle velenose che si spostavano nell’aria ed attaccavano l’uomo.

Nell’Ospedale di Vienna però c’è un dato che sorprende Semmelweis. Se nel reparto gestito da medici e studenti i tassi di mortalità sono alti, in quello gestito dalle ostetriche non è così. La percentuale della prima divisione era il triplo della seconda. C’era qualcosa nel reparto delle ostetriche che bloccava l’insorgere della febbre puerperale.

Semmelweis, attraverso delle autopsie, studia in modo meticoloso i corpi delle madri decedute e gli effetti della febbre. La soluzione arriva in modo casuale.

Nel marzo 1847 è di ritorno da una vacanza a Venezia. È sconvolto dalla notizia della morte del suo amico Jakob. Il professor Jakob era un patologo forense ed era morto di sepsi dopo che un suo studente gli tagliò accidentalmente un dito durante un’autopsia. Semmelweis chiede di poter studiare anche il corpo del suo amico e scopre alcune analogie con quanto visto sui corpi delle madri morte a causa della febbre puerperale. Per lui non ci sono dubbi: c’è qualcosa che lega entrambe le morti. Decide di analizzare e studiare i due reparti. Si accorge di un piccolo ma fondamentale dettaglio. Nella prima divisione, i medici e gli studenti fanno nascere i bambini dopo aver effettuato operazioni o autopsie, mentre nel secondo le ostetriche non sono coinvolte nelle operazioni chirurgiche. Per Semmelweis sono i medici stessi che, non lavandosi le mani, portano in reparto quel qualcosa che provoca la febbre puerperale.

Le scoperte di Pasteur sono ancora lontane, ma la sua intuizione è geniale. Nel maggio 1847 ordina a medici e studenti di disinfettarsi le mani con una soluzione di cloro. Con questa procedura i tassi di mortalità nella prima divisione scendono dal 18,27% all’1,27% e nel marzo e nell’agosto del 1848 nessuna donna muore di parto nella sua divisione.

In un mondo normale e perfetto, il dottor Semmelweis diventerebbe l’eroe del momento. Medici e accademici userebbero il suo metodo trasformando radicalmente gli ospedali. Invece, come già abbiamo scoperto per altre storie raccontate in questo podcast, all’eroe non viene mai riconosciuto il giusto merito.

Il suo metodo viene definito fin da subito banale. Nonostante gli effetti siano sotto gli occhi di tutti, il mondo della medicina rimane scettico sulla sua reale efficacia. In aggiunta, considerare i medici come la causa della febbre puerperale vorrebbe dire screditare la categoria, soprattutto se messa a confronto con le ostetriche che non avevano la stessa preparazione dei medici.

Nel 1849 viene perfino licenziato. La comunità accademica fa muro e rifiuta le sue candidature per la cattedra di ostetricia. Nel 1850 trova lavoro presso l’ospedale di Pest. In sei anni applica ancora il suo metodo riducendo il tasso di mortalità allo 0,85%, mentre a Praga e Vienna il tasso oscillava tra il 10% e il 15%.

La comunità ungherese appoggia i suoi metodi mentre Vienna continua ad essergli ostile. Nel 1861 pubblica la sua opera principale sulla febbre puerperale. Neanche questo cambia la sua posizione. La comunità accademica è riluttante a credere nei suoi metodi. Medici e scienziati lo ignorano o definiscono la sua teoria puro vaneggiamento.

Inizia così un periodo difficile della sua vita dove si ritrova spesso a scontrarsi con i suoi colleghi. I toni delle sue lettere diventano polemici e minacciosi. Nel 1865 il triste epilogo: viene internato in manicomio.

Tutto quello che accade dal 1865 in poi è ancora avvolto nel mistero. Diverse teorie provano a ricostruire il prima e dopo del suo internamento. In una lettera del 29 luglio 1865 scritta dal professore di chirurgia dell’Università di Pest Janos Balassa, il dottor Semmelweis viene descritto come mentalmente instabile e non più in grado di lavorare. L’unica soluzione è l’internamento in un manicomio di Vienna. La lettera è firmata anche dal dottor Wagner e dal dottor Bokai, quest’ultimo, un pediatra, l’unico dei tre ad aver visitato personalmente Semmelweis. Non solo Wagner e Balassa non lo avevano visitato prima di firmare l’ordine per il suo internamento, ma il professor Balassa si era da sempre schierato contro il suo metodo di disinfezione. A rendere il tutto ancora più inusuale, il fatto che nessuno psichiatra o specialista visitò Semmelweis.

Ma le stranezze non finiscono qui. Semmelweis era diretto verso un centro termale nel sud della Germania per un trattamento. Il suo viaggio però viene stravolto una volta giunto alla stazione di Vienna. Qui viene condotto a sua insaputa non nel manicomio menzionato nella lettera, ma in uno pubblico. Non uno dei migliori a Vienna, soprattutto considerando la caratura del paziente. Viene ammesso senza nessuna visita. Questo alimenta altri dubbi circa la sua reale condizione di malato mentale.

Una volta dentro, Semmelweis prova a scappare ma ben sei guardie lo bloccano, gli mettono la camicia di forza e lo rinchiudono in una cella al buio.

Circa la sua permanenza in manicomio c’è un documento redatto da più persone che lavoravano all’interno della struttura. Un rapporto pieno di errori e incongruenze, dove le informazioni sono spesso distorte o ritrattate. Contiene il resoconto di soli nove giorni, e non dei quindici totali. Nessuna notizia su chi lo esaminò, accettò nella struttura o fu responsabile del suo caso. Ci sono poi inquietanti dettagli sulle sue condizioni di salute riportati con non curanza. Il 4 agosto, ad esempio, leggiamo nel rapporto di alcune piaghe sulle cosce che erano presenti già da giorni. Se scorriamo però le pagine del rapporto e leggiamo cosa accadde prima di quel 4 agosto, non c’è nessuna traccia di queste piaghe.

Viene descritto spesso in stato confusionale, delirante ed aggressivo. Sulla sua morte sappiamo che avviene la sera del 13 agosto 1865. Anche qui le notizie e le informazioni lasciano parecchi dubbi. Semmelweis era cattolico, ma secondo il rapporto nessun prete fu chiamato per dargli l’estrema unzione. Morì molto probabilmente di sepsi. Alcune teorie sostengono che ad infettarsi fu una vecchia ferita alla mano che si procurò durante un’operazione. Secondo altre, l’autopsia a cui fu sottoposto il suo corpo evidenziò diverse lesioni interne e ferite che si infettarono. Segni dei pestaggi in manicomio da parte delle guardie. Sembra uno strano scherzo del destino, dove il medico che si batte per combattere e prevenire le infezioni, muore proprio di sepsi.

Eroe o martire? La sua figura sarà rivalutata, per fortuna, anche da alcuni insigni colleghi tra cui Joseph Lister, il padre dell’antisepsi moderna, colui che cambierà per sempre il mondo della chirurgia. Semmelweis è stato un precursore. Prima ancora delle scoperte di Pasteur, aveva messo il mondo della medicina sulla buona strada. Ancora oggi viene soprannominato “il salvatore delle madri”. Grazie alla sua intuizione abbiamo imparato che un gesto semplice e banale come lavarsi le mani può salvare delle vite. Allora come oggi.

Siamo giunti al termine di quest’episodio, vi ringrazio per l’ascolto. Sulla storia di Ignaz Semmelweis ci sono diversi libri. Sul sito incercadistorie.com, oltre alla trascrizione dell’episodio, trovate anche le fonti consultate.

Se siete interessati al tema della chirurgia nel XIX vi consiglio il libro dal titolo “L’arte del macello. Come Joseph Lister cambiò il mondo raccapricciante della medicina vittoriana” scritto da Lindsey Fitzharris. Nel libro si parla ovviamente anche di Semmelweis e della sua fondamentale scoperta.

Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast nonché su Instagram e Twitter. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Libri e fonti per questo podcast

  • “L’arte del macello. Come Joseph Lister cambiò il mondo raccapricciante della medicina vittoriana” di Lindsey Fitzharris e tradotto da Roberto Serrai – Bompiani
  • “Chi era Ignaz Semmelweis” – Focus
  • “The man who discovered that unwashed hands could kill — and was ridiculed for it” di Meagan Flynn – The Washington Post
  • “Ignaz Semmelweis” di Imre Zoltán – Encyclopaedia Britannica
  • “Ignaz Semmelweis and the birth of infection control” di M Best e D Neuhauser – BMJ Journals
  • Kadar N, Romero R, Papp Z. Ignaz Semmelweis: the “Savior of Mothers”: On the 200th anniversary of his birth. Am J Obstet Gynecol. 2018;219(6):519-522. doi:10.1016/j.ajog.2018.10.036
  • CARTER, K. C., ABBOTT, S., & SIEBACH, J. L. (1995). Five Documents Relating to the Final Illness and Death of Ignaz Semmelweis. Bulletin of the History of Medicine, 69(2), 255–270. http://www.jstor.org/stable/44444549