Ep. 26 / 2 dicembre 1943. Il disastro navale di cui nessuno doveva sapere

2 dicembre 1943. Porto di Bari. Ore 19.30. È una bella serata e il cielo è limpido. Non si dovrebbe lavorare con il buio, ma gli Alleati non vogliono perdere tempo. Nel porto ci sono almeno 40 navi, cariche di carburante e bombe. Alla luce delle fotoelettriche si lavora senza sosta per scaricarle. Improvvisamente si sente il rumore di un aereo e poi un’esplosione. Una pioggia di bombe che dura appena venti minuti. Un fragore immenso fa da preludio all’inferno. Le fiamme inghiottiscono tutto e tutti. Anche il mare brucia. Nessuno immagina che questo passerà alla storia come il più grande disastro navale americano dopo Pearl Harbor.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

La storia che vi racconto in questo episodio contiene diversi elementi: segreti, negligenze, censura, tragedie e misteri. Per capire cosa accadde quella sera occorre analizzare ognuno di questi elementi. Di solito lo faccio alla fine di ogni episodio, ma questa volta voglio dirvi in anticipo quali fonti ho utilizzato per ricostruire quanto avvenuto. Due libri: “Veleni di Stato” di Gianluca Di Feo edito da Rizzoli e “Inferno su Bari. Bombe e contaminazione chimica. 1943-1945” di Vito Antonio Leuzzi edito da Edizioni Dal Sud. E poi un documentario che trovate su Rai storia di Fabio Toncelli dal titolo “2 Dicembre 1943. Inferno sulla città”. Strumenti alla mano siamo pronti per ricostruire la vicenda.

Siamo agli inizi di dicembre del 1943. Gli Alleati stanno lentamente liberando l’Italia. La Puglia è un punto strategico. È qui che stanno ammassando infatti numerosi velivoli e bombe per sferrare da sud l’attacco decisivo alla Germania nazista e distruggerne il sistema industriale. La 15ma Air Force con oltre mille tra quadrimotori e caccia prende forma. Ma per attaccare servono due cose fondamentali: carburante e bombe. Non possono essere trasportate per via aerea, sarebbe troppo pericoloso. Il porto di Bari diviene così lo scalo perfetto per scaricare queste merci che arrivano spesso direttamente dagli Stati Uniti d’America. Il porto di Bari, a differenza di quello Napoli, non ha subito ingenti danni durante i bombardamenti alleati e insieme a quello di Taranto sono gli unici approdi in grado di gestire grandi movimenti di merci.

È per questo motivo che nel porto, quel 2 dicembre 1943, ci sono così tante navi. Immaginate decine di migliaia di tonnellate di tritolo e petrolio concentrate in uno spazio circoscritto. È qui che entra in scena il primo elemento: la negligenza. 

Potrebbe sembrare assurdo, ma nonostante la presenza massiccia di ordigni e carburante, nonché il numero considerevole di navi, c’è qualcuno che ha trascurato volontariamente l’aspetto difensivo del porto. Presi dalla fretta di sconfiggere Hitler, gli Alleati ignorano diverse precauzioni. I mezzi della contraerea sono contenuti. I radar presenti, pochi, non sono neanche in grado di localizzare in tempo una eventuale minaccia aerea. Nessuno si sarebbe mai aspettato un attacco tedesco sul porto. La Luftwaffe, a detta degli Alleati, era stata sconfitta. Arthur Coningham, comandante della prima forza tattica della Raf, aveva detto: “Lo prenderei come un affronto personale se le squadriglie tedesche dovessero riuscire a realizzare un attacco”.

A questo aggiungiamo anche la decisione scellerata di lavorare di notte. Il porto è, infatti, illuminato a giorno dalle fotoelettriche. A terra, infiltrati tra i marinai e gli ufficiali, ci sono le spie tedesche che hanno fatto rapporto da tempo sugli strani movimenti al porto.

La Luftwaffe non era stata annientata come tutti credevano. Un mese prima, il 6 novembre, l’aviazione tedesca aveva attaccato le città pugliesi di Canosa e Molfetta. Diversi morti tra i civili ma si era trattato di un bombardamento strategico per testare la reazione difensiva degli Alleati.

L’occasione ora è troppo ghiotta per farsela scappare. Immaginate la scena: migliaia di tonnellate di munizioni e carburante ammassate e quasi incustodite, perché i mezzi della contraerea come abbiamo detto sono quelli che sono. Per giunta, a facilitare il tutto, le navi sono concentrate in uno spazio ristretto ed illuminate in modo perfetto. Il maresciallo tedesco Albert Kesserling sa che non deve perdere questa occasione. È una disattenzione che non ricapita spesso.

Quella sera un aereo ricognitore tedesco sorvola il porto indisturbato. Secondo il suo rapporto ci sono 40 navi. Kesserling dà l’ordine di attaccare. Alle 19.30 105 Junker Ju 88 raggiungono il porto. Prima di sganciare il carico di bombe, rilasciano le Düppel, delle strisce di materiale radar-riflettente in grado appunto di confondere i radar. Il cielo è limpido e per alcuni testimoni, quelle striscioline che cadono sembrano tante stelle cadenti. Non sanno che è solo l’inizio di un incubo. In venti minuti i 105 bombardieri tedeschi scaricano le bombe sul porto. L’inferno ha inizio.

In un effetto domino i mercantili esplodono uno dopo l’altro. Le navi cariche di tritolo e idrocarburi saltano in aria sparpagliando ovunque rottami incandescenti, barili, camion, cannoni e uomini. Alcune testimonianze di chi vide con i propri occhi quell’inferno. Roxanne Pitt, agente dell’Intelligence inglese racconta: “E d’un tratto un fragore spaventoso simile allo scoppio simultaneo di mille tuoni, squarciò l’aria, seguito da una serie di esplosioni minori”. Un altro testimone, Gennaro Dammacco: “Con grande stupore vidi il mare in fiamme. Non capivo, ero meravigliato, non mi rendevo conto che il mare potesse bruciare”. Durante il bombardamento, infatti, le condotte per succhiare il carburante dalle cisterne erano saltate riversando petrolio e nafta nella rada. Anche l’acqua prende fuoco. Per i naufraghi non c’è scampo. Brucia tutto, la terra, il mare, le persone.

Alcuni mercantili rompono gli ormeggi e vanno alla deriva. Almeno 17 navi colano a picco: due polacche, tre italiane, tre norvegesi, quattro inglesi e cinque liberty da carico degli Stati Uniti. 8 vengono semidistrutte. L’esplosione è così potente che alcune navi pesanti centinaia di tonnellate sono state sbalzate in aria ad una altezza di venti metri. L’esplosione ha investito anche la città vecchia scoperchiando le case e incendiando le abitazioni. L’onda d’urto ha frantumato i vetri nel giro di 12 chilometri. In un mare melmoso a causa del petrolio galleggiano rottami e pezzi di cadavere. Una scena apocalittica che dura giorni. La nuvola di fumo è così enorme da oscurare il sole. L’unica nota positiva è che il vento cambia direzione in quei giorni spingendo la nube tossica al largo. 

Pompieri e soccorritori in modo eroico tentano di salvare quante più vite possibili, ma c’è qualcosa di strano. Nell’aria e sui corpi dei superstiti. In molti avvertono un odore di aglio. Sembra strano, perché mai avrebbero dovuto portare una nave carica di aglio nel porto? Ci sono poi degli strani segni sui corpi delle vittime e dei superstiti. Inizialmente si crede siano dovuti alle ustioni provocate dall’esplosione, ma con il passare del tempo la situazione degenera.

Ci troviamo così a parlare del secondo elemento: il mistero. I soccorritori e i superstiti hanno difficoltà respiratorie e riescono a tenere a malapena gli occhi aperti. Lacrimano incessantemente. I corpi, poi, iniziano a ricoprirsi di vesciche. Se al porto la situazione è fuori controllo, negli ospedali dove sono arrivati i primi feriti non è che vada meglio. Anzi. Nelle corsie dell’ospedale alcuni feriti in buone condizioni muoiono improvvisamente. C’è qualcosa che non quadra. I sospetti si fanno sempre più concreti. C’è qualcuno che si domanda se quella puzza di aglio sia connessa con quelle morti.

Alle navi superstiti viene dato l’ordine di allontanarsi dal molo. Il cacciatorpediniere Bistera che fa rotta verso Taranto salva 30 naufraghi. Durante il tragitto molti marinai incominciano ad accusare strani effetti collaterali. Ancora una volta occhi che bruciano e difficoltà respiratorie. In poco tempo nessuno sulla nave è in grado di vedere. Sono costretti a lanciare l’SOS e una motovedetta deve arrivare in soccorso.

Trattandosi di navi cariche di bombe, c’è qualcuno, come il dottor Denfeld, che domanda se ci fossero su quelle navi anche testate all’iprite o comunque gas tossici. La risposta del comando generale britannico è laconica: no, nessun gas tossico.

In realtà, ed è qui che passiamo al prossimo elemento, il segreto, su quelle navi c’era qualcosa di tossico ma erano davvero in pochi a saperlo. C’è una nave in particolare, la John Harvey, che cela un carico top secret. Arriva direttamente dagli Stati Uniti e prima di approdare a Bari è passata dal porto algerino di Orano e poi dalla Sicilia. Nel suo manifesto di carico si legge un codice ‘HS’ che significa solo una cosa: gas mostarda, ossia iprite. Un gas altamente tossico e mortale utilizzato già nella prima guerra mondiale dai tedeschi. Fu utilizzato per la prima volta nella città belga di Ypres, da qui il nome. Viene detto mostarda per via del suo odore. Sulla Harvey ci sono circa 100 tonnellate di iprite. Una delle tante anomalie di questa storia è che la Harvey, nonostante il suo carico altamente pericoloso, viene etichettata come “nave a bassa priorità”, questo vuol dire che può essere ormeggiata in qualsiasi zona del porto di Bari.

Sembra che anche la Lyman Abbott avesse lo stesso carico perché dopo l’attacco i marinai indossarono subito le maschere antigas e i testimoni udirono urlare la parola gas. Secondo le stime oltre mille tonnellate di iprite vengono rilasciate nel golfo di Bari.

Ecco spiegate quelle strane morti. I corpi dilaniati dalle ustioni, le vesciche, gli occhi che lacrimano e i problemi respiratori sono dovuti proprio a quel gas. Il problema però è che a terra nessuno lo sa e non lo deve sapere. Solo il comandante britannico del porto, il capitano e la scorta sono a conoscenza del carico ma deve rimanere tutto top secret. Negli ospedali i medici, non sapendo di avere a che fare con gli effetti del gas mostarda, non curano in modo appropriato i pazienti. I loro indumenti, intrisi di nafta e iprite, non vengono rimossi e i loro corpi non vengono lavati lasciando al gas tutto il tempo necessario per mangiarli lentamente ed ucciderli. Come detto in precedenza, i superstiti parlano di odore di aglio, non di mostarda. Secondo alcuni studiosi, molto probabilmente l’iprite mescolandosi alla nafta o all’arsenico aveva assunto un odore diverso. Ma c’è anche chi sostiene che quell’odore sia dovuto al fatto che l’iprite era stata mescolata con un altro composto altamente letale creato in laboratorio negli Stati Uniti: la lewisite, un composto chimico che attacca i polmoni causando avvelenamento.

L’iprite ha una caratteristica: è un gas che uccide lentamente. A distanza di giorni e perfino di anni. Le morti misteriose a Bari si susseguono fino alla metà di dicembre. Da lì in poi, tra la popolazione, aumentano in modo vertiginoso casi di cancro alla pelle, ai polmoni, alla laringe, alla vescica e alla prostata. Numerose persone anni dopo quel disastro scoprono di soffrire di malattie neurologiche, leucemie, diabeti e disturbi del sistema immunitario. L’iprite, è bene ricordarlo, è in grado di alterare la riproduzione del DNA.

Per questo motivo è impossibile avere un chiaro bilancio delle vittime di quel disastro. All’incirca tra militari e civili muoiono subito 2000 persone. Solo a Bari secondo i resoconti degli americani gli avvelenati sono 628. Il 34% degli intossicati perde la vita. Una percentuale alta giustificata dal fatto che l’iprite fosse stata combinata con la lewisite. L’equipaggio della John Harvey, la nave che trasportava il grosso di quel carico di morte, non esiste più, incenerito dall’esplosione.

Ma perché non si può parlare di iprite? Perché gli Alleati tengono nascosto questo elemento? Per capirlo occorre fare qualche passo indietro, precisamente al 1925. Il 17 giugno a Ginevra viene firmato il protocollo, entrato poi in vigore tre anni dopo, che vieta l’uso a fini bellici di gas asfissianti e/o velenosi. Gli effetti delle armi chimiche utilizzate durante la prima guerra mondiale spingono diversi paesi a firmare questo trattato. Tra questi ci sono la Germania, l’Italia, il Regno Unito e gli Stati Uniti d’America. Ma se gli Alleati firmarono questo protocollo, perché allora avevano trasportato e ammassato così tante bombe all’iprite nel porto di Bari?

Tecnicamente il protocollo vieta l’utilizzo ma non la produzione. Per gli Alleati rappresentano un deterrente nei confronti di Hitler. Nel protocollo poi c’è la cosiddetta “clausola di reciprocità”, ossia se uno stato firmatario del protocollo utilizza le armi chimiche, le altre nazioni secondo il ‘diritto di rappresaglia’ possono a loro volta utilizzarle. Il problema però è che gli Alleati temono che se la notizia di Bari e della presenza di armi chimiche venisse divulgata, Hitler potrebbe usarla come pretesto. In effetti per la propaganda, i cattivi disposti ad utilizzare armi non convenzionali sarebbero proprio i democratici Alleati liberatori e non la Germania nazista. Pensiamo anche che gli americani stanno ammassando nuove armi chimiche, infatti la lewisite proviene proprio dai loro laboratori. È per questo motivo che viene proibito categoricamente di parlare di iprite. Su ordine di Churchill, la censura si abbatte anche sulla stampa. Le cartelle cliniche dei pazienti vengono manomesse. I danni provocati al corpo sono da ricondurre ad “azione nemica”. Insomma, la colpa è solo dei tedeschi.

Ricordate il medico Denfeld? Alla fine riesce ad ottenere con tanta insistenza la testimonianza di un sergente americano che soffre degli stessi disturbi provocati dal gas il quale afferma che l’esercito sta accatastando bombe all’iprite nel sud Italia. Nel frattempo la notizia del disastro chimico è arrivata in nord Africa dove si trova il generale Dwight Eisenhower. Qui accade un’altra cosa singolare. Gli americani, infatti, vedono il disastro di Bari come un’opportunità per studiare finalmente gli effetti del gas mostarda sul corpo umano. Non c’era mai stata la possibilità di studiare con strumenti moderni gli effetti di un attacco chimico. I pochi studi risalivano alla prima guerra mondiale. Così Eisenhower ordina al tenente colonnello Stewart Alexander, specializzato nella ricerca sulle armi chimiche, di andare a Bari per salvare i feriti e realizzare un’istruttoria scientifica. Le fonti sono un po’ ambigue, perché c’è chi asserisce che Stewart non sapesse nulla dell’iprite a Bari e chi invece sostiene il contrario. Ma Stewart non ha bisogno di molto tempo per capirlo: passeggiando per le corsie del Policlinico riconosce subito l’odore tipico del gas mostarda e i segni sui corpi delle vittime sono inequivocabili.

Finalmente i pazienti possono essere curati con strumenti e medicine idonee per un attacco chimico. Le cure, purtroppo, sono destinate solo ai militari e ad alcuni cittadini privilegiati. Ai soldati, inoltre, non viene detto che quelle cure sono necessarie perché sono stati vittime di un attacco chimico. Come detto in precedenza, la censura proibisce le parole gas, attacco chimico e iprite. Ai medici britannici viene ordinato di scrivere nei referti come causa di quei segni sul corpo: “Dermatite non ancora determinata”. Quei militari erano allo stesso tempo vittime e cavie. Bastava dire la parola “Bari” per essere subito schedati e inseriti in un dossier top secret. Gli inglesi nascondono le cartelle cliniche di 85 feriti, dei quali 29 deceduti. George Southern, cannoniere sul cacciatorpediniere HMS Zetland, era tra i feriti. Solo nel 1976 gli dissero dell’iprite. I primi risarcimenti per i soldati avvengono solo negli anni Ottanta. Le prime notizie di armi chimiche a Bari trapelano negli U.S.A. solo nel 1959 quando viene desegretata parzialmente la relazione di Alexander. A metà anni Novanta i soldati ebbero degli indennizzi dal Pentagono. Il riconoscimento definitivo dei danni risale al 2005.

Se il numero delle vittime resta ancora un mistero, anche quello delle bombe presenti nel porto quella notte del 2 dicembre 1943 non è chiaro. I resoconti di quell’anno riportano 2000 bombe. Secondo i rapporti britannici del 1944 c’erano 5000 tonnellate di bombe, di cui 540 con carica a iprite e altre al fosforo bianco. In un rapporto del 1997 dell’ICRAM, oggi noto con la sigla ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) i palombari italiani recuperarono 15.116 bombe con aggressivi chimici dal fondale. Si trattava della pulizia effettuata nel 1947 dalla Marina militare italiana. Un recupero avvenuto tre anni dopo quello inglese nella primavera del 1944. Questo per dare un’idea dell’immensa quantità di ordigni presenti quel giorno nel porto.

La presenza degli ordigni sul fondale marino è un altro capitolo triste di questa storia perché ancora oggi, nonostante le varie bonifiche, i pescatori si imbattono spesso in ordigni della seconda guerra mondiale. Spesso queste bombe a causa dell’usura dell’involucro rilasciano il loro contenuto. Non è un caso che i livelli di iprite e arsenico in alcune zone marine siano più alti.

La combinazione di tutti questi elementi ha reso l’attacco al porto di Bari il più grande disastro della marina statunitense dopo Pearl Harbor. Il silenzio che avvolse questa tragedia è durato per anni. Per Bari, purtroppo, non fu l’ultima volta. Il 9 aprile 1945 il porto pugliese fu teatro di un altro disastro: l’esplosione della nave Henderson. Uno dei maggiori disastri della guerra nel mar Mediterraneo. 317 civili morirono. Si registrarono danni e crolli anche alla basilica e alla cattedrale.

Pochi giorni prima del disastro di Bari del 1943, il presidente americano Franklin Delano Roosevelt in un discorso pubblico aveva detto: “Proverei disgusto nel credere che qualunque nazione, anche i nostri attuali nemici, possano anche solo pensare di volere gettare sul genere umano armi così terribili e disumane. L’uso di simili armi è stato dichiarato fuorilegge dalla convinzione comune di tutti i popoli civilizzati. Questo Paese non le ha usate. E io dichiaro categoricamente che non le utilizzeremo mai, in nessuna circostanza, finché non verranno impiegate dai nostri nemici”.

Si conclude qui l’episodio di quest’oggi. Se vi è piaciuta questa storia fatemelo sapere nei commenti. Come sempre sul sito http://www.incercadistorie.com trovate le trascrizioni e le fonti. Non dimenticatevi di seguirmi su YouTube e Instagram. Per supportare il podcast condividete l’episodio. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Fonti per questo episodio:

  • “Veleni di Stato” di Gianluca Di Feo – Rizzoli
  • “Inferno su Bari. Bombe e contaminazione chimica. 1943-1945” di Vito Antonio Leuzzi – Edizioni Dal Sud
  • “2 Dicembre 1943. Inferno sulla città” documentario di Fabio Toncelli disponibile su Rai play

“Soldi per studiare e divertirsi”. Dalle lettere degli studenti all’estero nel Medioevo

Com’era studiare all’estero nel medioevo? Potrebbe sembrar strano, ma apparentemente gli studenti del tempo condividevano gli stessi problemi degli studenti moderni. Le università non erano per tutti e solo poche famiglie potevano permettersi di mandare i propri figli a studiare all’estero. Gli atenei più importanti attiravano studenti da tutta Europa. Nonostante la vita nelle università fosse particolarmente austera, non erano tenuti a rispettare le rigide regole della vita monastica. Questo significava che sì dovevano studiare, ma allo stesso tempo avevano anche modo di divertirsi (lontano dagli occhi dei genitori).

Le università svilupparono sin dall’inizio un complesso sistema postale per permettere agli studenti di inviare e ricevere lettere. Il primo caso documentato di servizio postale universitario è quello di Bologna del 1158. Altre università prestigiose come quella di Salamanca o di Parigi disponevano di corrieri che si occupavano di recapitare le lettere dei ragazzi impegnati nei corsi all’estero.

Sono proprio queste lettere a darci un’idea di come fosse davvero la loro vita. Nonostante le università sorgessero in città molto vivaci sul piano culturale e politico, riferimenti a questi due temi sono molto scarsi. Sembra piuttosto che i ragazzi avessero ben altro per la testa. Scrivevano per due motivi: fare impressione sui genitori dimostrando i loro progressi negli studi e soprattutto chiedere più soldi.

Le lettere erano scritte con uno stile formale e impostato, dettato anche dall’esigenza di dimostrare di saper padroneggiare la scrittura e le parole nell’ottica di una carriera da funzionario o impiegato. E chi era indietro negli studi e non sapeva scrivere? Nessun problema, già allora esistevano dei manuali con tanto di modelli da cui attingere per fare buona impressione sui genitori.

Tra queste lettere, leggiamo quella scritta da uno studente di Oxford nel 1220:

“Questa mia per informarvi che sto studiando a Oxford con la massima diligenza, ma la questione dei soldi si frappone seriamente ai miei progressi verso la promozione, giacché sono ormai due mesi che ho speso l’ultima delle monete che mi avevate mandato. La città è costosa e i bisogni sono tanti: devo pagare la pigione, acquistare i beni di prima necessità e rifornirmi di molte altre cose che ora non posso elencare in dettaglio. Imploro rispettosamente il vostro buon cuore paterno affinché mi assistiate ascoltando i suggerimenti della pietà divina, acciocché io possa essere in grado di portare a termine ciò che ho bene iniziato”.

Studiare all’estero, almeno secondo le parole di questo ragazzo, costava. Ecco l’implorazione ai genitori con tanto di riferimento alla “pietà divina” che non guastava mai. Chi avrebbe mai resistito alle parole del proprio figlio che muore di fame e chiede solo dei soldi per studiare?

Sempre dalle lettere del tempo scopriamo che in realtà i genitori non si facevano ingannare così facilmente. I ragazzi, allora come oggi, avevano bisogno sì di soldi, ma non sempre per studiare. Ecco cosa scriveva un esasperato genitore di Besançon al figlio, studente a Orléans:

“Ho recentemente scoperto che conduci una vita dissoluta e indolente, preferendo la licenziosità alla moderazione e il gioco allo studio, e che strimpelli una chitarra mentre gli altri si applicano ai loro studi, di conseguenza vengo informato che hai letto un solo volume di diritto laddove i tuoi compagni più industriosi ne hanno letti diversi. Ho deciso pertanto di esortarti a pentirti a fondo dei tuoi modi dissoluti e incuranti, sì che tu non possa più essere chiamato un perditempo e che la tua vergogna di oggi possa portare a una buona reputazione futura”.

È interessante notare come i genitori fossero al corrente di ciò che accadeva nel mondo universitario a prescindere dalle lettere dei propri figli. C’era un sistema postale che li informava in tempo reale, anche se considerando i tempi di consegna del tempo è un’espressione un po’ azzardata. Quello che colpisce è che in queste lettere anche gli studenti medioevali raccontano di come fosse stato difficoltoso il viaggio, della sistemazione che avevano trovato e perché no dei coinquilini, immancabilmente molto rispettabili.

L’olandese Emo di Frisia, che secondo gli storici fu il primo studente straniero a frequentare Oxford (nel 1191), aveva probabilmente molte cose in comune con gli studenti moderni.

Le lettere sono tratte dal libro edito da Einaudi “L’invenzione delle notizie: Come il mondo arrivò a conoscersi” di Andrew Pettegree e tradotto da Luigi Giacone.

Ep. 25 / Armi chimiche nella storia: il caso Dura-Europos

Sito archeologico di Dura-Europos. Siria. 1930. Gli archeologi hanno appena rinvenuto in un tunnel scavato sotto le antiche mura della città, i resti di venti legionari romani. Insieme a loro, quelli di un nobile del tempo: spada dal manico in avorio, abiti e ornamenti preziosi. Si chiedono cosa ci facciano lì, ma soprattutto chi li abbia uccisi. La domanda con il passare degli anni cambia. Non più chi li ha uccisi, ma cosa. Gli studiosi, infatti, non sanno di trovarsi di fronte a quella che fu la prima guerra chimica della storia.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Negli ultimi mesi, a causa purtroppo del conflitto in Ucraina, abbiamo sentito spesso parlare di utilizzo di armi chimiche. Di cosa si tratta? Secondo l’OPAC, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, “sono quegli strumenti bellici che causano danni o morte intenzionale attraverso agenti di carattere chimico”. Ce ne sono di diversi tipi. Quelli più comuni forse sono il gas nervino, il Sarin o quello che fu soprannominato “gas mostarda”, l’iprite, che fu utilizzato per la prima volta il 22 aprile 1915 nella città fiamminga di Ypres (da qui il nome) dalle truppe tedesche per sfondare le linee francesi.

Siamo abituati ad associare all’idea di arma chimica le immagini appunto di soldati, asini e cavalli della Grande Guerra equipaggiati con le maschere antigas. In realtà le armi chimiche non fanno parte solo della storia moderna. Fin dall’antichità il genere umano ha sempre cercato il modo più letale e rapido per sconfiggere il nemico. E la città siriana di Dura-Europos con i suoi 20 legionari e quel nobile, ne sono la prova.

Dura-Europos si trova nel deserto siriano non lontano dal fiume Eufrate e dal confine con l’Iraq. Fu fondata nel 303 a.C. dal sovrano macedone Seleuco I. In origine era un avamposto militare ma con il passare dei secoli si è trasformata in una città carovaniera divenendo una meta ambita dai diversi conquistatori.

Dura, per usare un’espressione moderna, era un melting pot di culture e religioni diverse. Romani, Greci, Semiti, per le sue strade potevi sentir parlar greco, latino, aramaico o persiano. Tra tutte le dominazioni, quella che ci interessa per la nostra storia è quella romana.

Prima sotto Traiano e poi sotto Lucio Vero, divenne parte della provincia siriana ed ebbe un ruolo strategico a causa della sua posizione geografica. Il limes orientale dell’impero era agitato dagli scontri tra romani e sasanidi. Quest’ultimi decisero di assediare la città nel 256 d.C. e vincerne la resistenza. Ma come?

Ed è qui che torniamo al team di archeologi che ho menzionato in apertura. In città era stanziata una legione che doveva appunto difenderla dagli assedi. I Persiani provano a sfondare le mura con scale e rampe ma incontrano una strenua e valorosa resistenza. Ecco allora il colpo di genio. Invece di passare in superficie, decidono di scavare un tunnel sotto le torri. Una tecnica non nuova e che si sarebbe diffusa nei secoli. La ritroviamo spesso utilizzata durante il medioevo per assediare i castelli.

In pratica gli assedianti scavano dei tunnel che arrivano fin sotto le mura della città. Qui ammassano paglia e pece per poi dar fuoco. L’incendio fa crollare le mura della città così da permettere ai soldati in superficie di entrare facilmente. È la cosiddetta ‘mina’. Gli assediati spesso rispondevano con la ‘contromina’. Altro non era che una galleria scavata contemporaneamente all’interno della città per intercettare gli assedianti e ucciderli o spegnere l’incendio.

Anche a Dura accade lo stesso. O quasi. Perché in realtà gli assedianti fanno qualcosa di nuovo che spiazza i legionari. All’interno del tunnel non portano materiali infiammabili bensì gas. In un braciere versano un composto formato da bitume e cristalli di zolfo, una specie di catrame, che bruciando rilascia un fumo tossico. I 20 legionari che sono sbucati nella galleria per scacciare il nemico sono spacciati. Non fanno in tempo a scappare che il gas li ha ormai uccisi. I ricercatori dell’Università di Leicester sono arrivati a questa conclusione analizzando i resti dei legionari. Non ci sono infatti segni di morte violenta, quelli tipici che ci aspetteremmo durante un assedio. In questo modo i persiani furono in grado di introdursi facilmente sotto le mura nemiche per poterle distruggere. Ora vi chiederete: ma il nobile che è stato ritrovato lì con loro?

Anche lui ebbe un ruolo decisivo. Lo potremmo definire un kamikaze ante litteram che decise di immolarsi per permettere ai suoi compagni di entrare in città. Sembra che fu proprio lui ad introdurre quel composto di bitume e zolfo nel tunnel.

È così che Dura-Europos cadde. I suoi abitanti furono molto probabilmente uccisi o fatti schiavi. La città, stranamente, non fu rasa al suolo ma soltanto abbandonata. È rimasta per secoli intatta, nascosta sotto la sabbia del deserto siriano fino a che un giorno, in modo rocambolesco, un soldato inglese impegnato a scavare una trincea durante la rivolta araba non fa una scoperta eccezionale. È il 30 marzo 1920 e quel soldato non crede ai suoi occhi. Un affresco dai colori vivaci strega i soldati e il capitano Murphy. Sanno di trovarsi di fronte a qualcosa di importante. Tra gli anni Venti e Trenta si sono susseguiti diversi scavi portati avanti da team inglesi, francesi e americani. Dura è conosciuta come la “Pompei del deserto siriano” per via dei suoi grandi tesori ancora intatti dopo secoli. Tra questi, lo scudo di un legionario romano che ancora oggi è l’unico esemplare di scutum semicilindrico giunto ai giorni nostri.

Ma davvero l’episodio di Dura è il più antico utilizzo di armi chimiche della storia? In realtà dalle fonti antiche sappiamo che l’uso di gas o sostanze irritanti e tossiche risale a ben prima dell’assedio dei persiani alla città siriana. Durante la guerra tra Sparta e Atene, tra il 431 e il 404 a.C., gli Spartani utilizzarono miscele di pece, carbone e zolfo per abbattere le resistenze delle città assediate. Ne abbiamo notizia da Tucidide nell’opera “La guerra del Peloponneso”. Durante gli assedi di Platea, Belium e Delio gli spartani utilizzarono queste miscele non solo per bruciare le fortezze nemiche ma anche per intossicare gli assediati. C’è poi la testimonianza di Quinto Curzio che racconta come durante l’assedio di Tiro del 332 a.C. ad opera di Alessandro Magno, i Tiri utilizzarono bitume e zolfo nonché lanciarono sabbia rovente e calce viva sui soldati macedoni. I romani erano soliti avvelenare i pozzi delle città assediate costringendo così gli assediati alla resa. Nell’opera “Vite parallele” di Plutarco si narra un episodio particolare. Il generale romano Sertorio nella campagna di Spagna non riesce ad avere la meglio sui Garacitani. Gli ispanici si nascondevano nelle grotte ed era impossibile stanarli. Ecco il colpo di genio del generale che spinge contro di essi “con l’aiuto del vento una densa nuvola ottenuta facendo galoppare la cavalleria sopra un grande strato di cenere e di polvere”. Una nuvola definita “tossica”. Dopo tre giorni i Garacitani, ormai intrappolati nelle grotte e prossimi all’asfissia, sono costretti ad uscire e ad arrendersi.

Quest’episodio mi ha ricordato molto quello avvenuto in Etiopia nel marzo del 1938. Allora a rifugiarsi nella caverna di Zeret erano stati gli etiopi che scappavano dai massacri perpetrati dalle truppe italiane. Donne, uomini, bambini, questa volta per stanarli si utilizza l’iprite, circa duecento litri, e cento proiettili da cannone con testate ad arsine, un gas questo infiammabile ed altamente tossico. Gli etiopi resistono eroicamente 48 ore per poi soccombere. Si stima che tra gli assediati siano morte tra le 1200 e le 1500 persone. Chi era scampato all’orrore del gas venne fucilato e gettato nei burroni.

Da Dura-Europos alla caverna di Zeret, fino ai giorni nostri, notiamo che semplicemente nulla è cambiato. La ferocia dell’uomo non si ferma dinanzi a nulla.

Si conclude qui l’episodio di quest’oggi. Se vi è piaciuta questa storia fatemelo sapere nei commenti. Come sempre sul sito http://www.incercadistorie.com trovate le trascrizioni e le fonti. Non dimenticatevi di seguirmi su YouTube e Instagram.

Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!  

Fonti per questo episodio:

  • “Fritz Haber e il primo attacco chimico della storia moderna” di Fred Langer – Focus
  • “Cosa sono le armi chimiche e che cosa hanno a che fare con la guerra in Ucraina” di Antonello Guerrera – la Repubblica
  • “A Melting Pot at the Intersection of Empires for Five Centuries” di John Noble Wilford – New York Times
  • “Why Chemical Warfare Is Ancient History” di Ishaan Tharoor – Time
  • “The History of Chemical Weapons Use Goes Back to the Ancient World. From poisoned arrows to deadly gases, chemicals have been deployed in warfare since Roman times” di Erin Blakemore – http://www.history.com
  • “Vita e prodigi a Dura Europos, la Pompei del deserto siriano” di Elisa Filomena Croce – BBC History
  • “Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia 1936-1941” di Matteo Dominioni – Editori Laterza
  • ANDREA BRAMBILLA, MARCO PISANI GUERRA CHIMICA E MASCHERE ANTIGAS DALLE ORIGINI ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE Annali, Museo Storico Italiano della Guerra n. 28/2020

Sembra un castello, ma è un “comò capovolto”

Un maniero? Un castello? Nulla di tutto ciò. In realtà si tratta dell’antica torre dell’acqua di Brema. Costruita tra il 1871 e il 1873, purificava l’acqua del vicino fiume Weser per rifornire la città.

Fu abbandonata nel 1983 e servì solo come serbatoio per il vicino birrificio della Beck’s. Oggi ospita saltuariamente mostre ed eventi.

In Germania tutti la conoscono come il “comò capovolto”. La sua struttura e le quattro torrette, infatti, ricordano appunto un comò rovesciato.

La leggenda della statua di Rolando di Brema

È alta 5,5 m e risale al 1404. Da allora veglia sulla città di Brema proteggendone la sua indipendenza. Parliamo della statua di Rolando (o Orlando) che campeggia nella piazza principale del mercato (la Markplatz).

L’eroe cavalleresco della Chanson de Roland rappresenta la libertà, la giustizia, e l’indipendenza della città. Nel Medioevo era consuetudine collocare nelle città statue che raffigurassero il paladino di Carlo Magno. L’attuale statua sostituì una precedente in legno. È il monumento nel suo genere più grande e più antico in Germania. Dal 1404 ha subito diversi restauri e modifiche. La testa originale è conservata nel Focke Museum di Brema. Miracolosamente è scampata ai bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Dal 2004, insieme al vicino palazzo del municipio cittadino, è stata dichiarata patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO.

Secondo una leggenda l’indipendenza di Brema dipende da questa statua. Si racconta che nel palazzo del municipio sia custodita una seconda statua pronta ad essere collocata in piazza, nel caso la prima venisse distrutta.

Ep. 24 / Nelle carceri del KGB

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

L’episodio di quest’oggi è un po’ diverso dagli altri. Perché oggi vi racconto per la prima volta la storia di un posto. Per essere più precisi, la storia di un edificio che per anni ha ospitato il quartier generale della più importante agenzia di sicurezza dell’Unione Sovietica. Sto parlando del museo del KGB di Vilnius.

Ho visitato il museo settimana scorsa. Si trova nel centro della capitale lituana. Bianco, maestoso, con la sua architettura tipica dei primi del Novecento, stona un po’ con la sua storia. Perché da fuori è così bello che risulta difficile pensare agli orrori che ha celato per anni. Tra quelle mura si è scritta una delle pagine più buie della storia della Lituania e dell’umanità intera.

Iniziamo con un po’ di dati sulla struttura. L’edificio che ospita il “Museo dell’occupazione e delle lotte per la libertà”, questo è il suo nome anche se comunemente tutti lo chiamano “Museo del KGB” o “museo delle vittime del genocidio”, ha oltre 100 anni. La parte centrale risale al 1899. Fino al giorno dell’indipendenza Lituana, datata 11 marzo 1990, questo edificio ha ospitato il quartier generale dei diversi invasori. Qui, infatti, si sono succeduti russi, polacchi, tedeschi. Quest’ultimi, tra il 1941 e il 1944, stabilirono qui la sede della Gestapo e da qui orchestrarono lo sterminio degli oltre 200000 ebrei in Lituania. Dal 1944 al 1991 è stato il quartier generale del KGB. Gli ultimi prigionieri della polizia segreta sovietica furono liberati solo nel 1987.

Ma cosa c’era al suo interno? Sviluppato su tre piani più i sotterranei, c’erano gli uffici amministrativi, le stanze per lo spionaggio, quelle per gli interrogatori, le celle e le camere per le esecuzioni.

Durante gli anni ha subito diverse trasformazioni. Il numero delle celle, infatti, variò. All’incirca c’erano una ventina di celle. Alcune vennero adibite per altri scopi. Il museo come lo conosciamo oggi fu aperto il 14 ottobre 1992.

Ammetto che visitarlo mette un po’ i brividi. Ogni piano racconta momenti precisi dell’occupazione sovietica in Lituania. C’è la sezione dedicata alle lotte partigiane, dove si racconta la storia dei circa 30000 partigiani lituani che, nascosti nelle foreste, lottarono eroicamente per la libertà della propria nazione; poi la sezione dedicata al genocidio vero e proprio, fatto di deportazioni in massa e stermini.

Mi fermo un attimo su questa sezione per darvi alcuni numeri. Nel museo si possono apprezzare foto dell’epoca, vestiti o semplici oggetti che descrivono meglio delle parole cosa fu la deportazione in Siberia dei lituani. Il genocidio, purtroppo, non risparmiò neanche i bambini. Tra il 1941 e il 1953 circa 39000 bambini furono deportati in Russia. 5000 bambini morirono in esilio. Il primo anno di esilio, ma soprattutto il primo inverno, erano cruciali. Molti di essi morirono proprio per il gelo e le privazioni. I lavori forzati e le scarse razioni di cibo investivano tutti. Donne, uomini, anziani, attraverso lettere e foto, si possono rivivere quei tragici momenti.

La sezione dello spionaggio è forse quella più “leggera”, permettetemi quest’espressione. In mostra non solo documenti ufficiali del tempo redatti dai funzionari del KGB, ma anche gli strumenti utilizzati per captare informazioni utili. Dalle cimici alle fotocamere che potevano essere nascoste sotto la giacca. L’alta tecnologia del tempo utilizzata per spiare e controllare una nazione intera. Il numero di persone spiate nella sola Lituania durante il periodo dell’occupazione è imprecisato. Secondo alcuni documenti del KGB, nel solo  1971 circa 1231 persone furono spiate. In realtà, come possiamo intuire, i numeri erano ben maggiori. Nello stesso anno si stima ad esempio che i circa 12000 stranieri che vennero in Lituania per i più disparati motivi furono spiati. Non solo chi entrava, ma anche chi lasciava il paese come gli oltre cinquemila lituani che furono spiati all’estero. Un paese che pullulava di spiati e spie. Dove nessun luogo era sicuro. Dove tutti dovevano diffidare del prossimo. Gli agenti segreti, infatti, costituivano l’ossatura principale della polizia segreta. Nel 1977 operavano circa 5000 agenti del KGB in Lituania. Nei primi anni ’90 oltre 6000.

Visitare la sezione delle celle vuol dire fare un viaggio nel tempo. Alcune di esse sono state ricostruite, altre conservano ancora gli interni di un tempo. La prima cosa che mi ha colpito è l’atmosfera che si respira. Ho visitato il museo in estate, tra l’altro durante un’ondata di calore anomala per le estati lituane. Fuori c’erano circa 31 gradi, la sezione delle celle era fresca. Nell’aria un forte tanfo di umidità. Ho immaginato come doveva essere questo posto pieno zeppo di detenuti, ma soprattutto in inverno. Gli inverni lituani, e io che ci vivo in Lituania ve lo posso confermare, sono freddi. Magari ora con il surriscaldamento globale è un po’ diverso, ma durante l’inverno le temperature possono toccare anche i -28. Ora immaginate questi luoghi angusti, spesso senza riscaldamento, dove i prigionieri attendevano la loro sorte, che raramente era la libertà.

Ci sono celle minuscole grandi all’incirca 60 centimetri quadrati dove i nuovi detenuti dovevano aspettare non appena giunti presso gli uffici del KGB. Mentre gli ufficiali sbrigavano le pratiche, loro aspettavano fino a tre ore in piedi. Non potevano comunicare con nessuno. Dopo la morte di Stalin sembra che le condizioni per i prigionieri migliorarono un po’. Infatti si potevano sedere invece di attendere in piedi. 

Come detto ho immaginato questa struttura in funzione. Ho immaginato i detenuti passare il loro tempo in queste celle. Riesce difficile pensare a come potevano passare il tempo, ad esempio, nella cella di isolamento. Creata per coloro che infrangevano le regole della prigione, aveva una piccola finestra ed era priva di riscaldamento. Le condizioni erano proibitive. Il detenuto poteva di solito indossare solo biancheria intima e doveva restare rigorosamente scalzo. Gli veniva somministrata al giorno una razione di cibo spaventosa: 300 grammi di pane e mezzo litro di acqua tiepida. Poteva dormire solo 5 ore. Esercizi nel cortile, visite o lettere erano proibiti.

Quando vi ho parlato di un’esperienza che mette i brividi è perché alcune celle superano l’immaginazione. Ce n’è una che è nota come “cella di isolamento nell’acqua”. All’interno di essa c’è una piccola piattaforma circolare sopraelevata rispetto al pavimento. Il detenuto era costretto a rimanere in piedi su questa piattaforma minuscola mentre tutto attorno era circondato dall’acqua. Se avesse perso l’equilibrio, cosa che accadeva spesso in quanto passava ore in quella posizione, sarebbe caduto in acqua. Spesso gelida, in quanto d’inverno congelava e si trasformava in una lastra di ghiaccio. Secondo le testimonianze contenute negli archivi, questo tipo di celle fu costruito nel 1945 per poi essere trasformate in infermerie e biblioteche durante gli anni ’50.

Ce n’è poi una che è passata alla storia come “la cella imbottita”. Un nome che non farebbe pensare a nulla di drammatico e invece… Invece questa cella si chiamava così perché le pareti, nonché la porta, erano imbottiti in modo tale da renderla insonorizzata. Nessuno doveva sentire le urla e i pianti di coloro che venivano torturati al suo interno. C’è ancora una camicia di forza legata alle pareti. Serviva per tenere in piedi i detenuti stremati dalle torture. 

Quando vi ho parlato della cella di isolamento, ho menzionato gli esercizi nel cortile. Questo altro non era che uno spazio all’aperto adibito a prigione. Piccole celle circondate da mura con il tetto chiuso da una rete.

Si conclude qui la storia sul museo del KGB di Vilnius. So che un podcast non può rendere appieno l’idea di cosa dovesse essere questo luogo durante l’occupazione sovietica. Se passate da Vilnius dovete visitarlo per forza. Nel frattempo sul sito di In cerca di storie trovate le foto che ho scattato. Non dimenticatevi di seguirmi su YouTube e Instagram dove trovate anche alcuni video.

Se vi è piaciuta questa storia fatemelo sapere nei commenti. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Se volete conoscere di più sulla sua storia vi rimando al sito ufficiale: http://www.genocid.lt/muziejus/en/ziejus/en/

I due video di In cerca di storie dedicati al Museo del KGB di Vilnius:

Ep. 23 / Rose Montmasson: l’unica donna nella Spedizione dei Mille

È il 5 maggio 1860. Una data che si rivelerà storica per le sorti dell’Italia. A Quarto, infatti, è tutto pronto per quella che passerà alla storia come la spedizione dei Mille. Giuseppe Garibaldi è stato categorico: le mogli o le fidanzate dei soldati non possono seguire i propri compagni. Ma c’è una donna che non ne vuole sapere di restare a terra. È fiera e determinata, a tal punto che perfino Garibaldi deve cedere. L’eroe dei due mondi la mette in guardia con queste parole: “Venite dunque se così vi piace, ma ricordatevi che vi esponete a grave rischio e pericolo e che io non posso rispondere di nulla”. Questa è la storia di Rose Montmasson, l’unica donna a partecipare alla spedizione dei Mille.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Personaggi dimenticati. Rose Montmasson rientra, ahimè, tra questi. L’eroina della spedizione dei Mille finì nel dimenticatoio già quando era in vita. Cerchiamo di ricostruire la sua storia per capirne l’importanza che ebbe per il nostro paese.

Rose Montmasson nasce il 12 gennaio 1823 a Saint-Jorioz, villaggio dell’Alta Savoia, allora parte del Regno di Sardegna ed oggi situato a non più di cento chilometri dall’attuale confine con l’Italia. La sua è una famiglia di umili condizioni. Figlia di contadini è la quarta di cinque figli. Riceve un’istruzione di base che le permette di imparare a scrivere, leggere e fare i conti. Lascia presto la sua famiglia e si trasferisce a Marsiglia e poi a Torino. Lavora come stiratrice e guardarobiera. La tesi più accreditata è che proprio nella città francese conobbe colui che cambiò per sempre la sua vita: Francesco Crispi, futuro presidente del consiglio dei ministri.

L’incontro avvenne nel giugno del 1849. Crispi a quel tempo si trovava in esilio a causa del suo ruolo di primo piano nella rivoluzione siciliana del ‘48/’49. Affascinata dalla sua figura e dagli ideali risorgimentali, Rose si innamora di Crispi. I due si spostano a Malta, dove intanto il futuro presidente del consiglio si era rifugiato. Nell’isola entrano in contatto con i circoli di esuli italiani. Nel clima caldo di quegli anni, fatto di moti e insurrezioni, organizzazioni segrete e spie, Crispi porta avanti i suoi ideali rivoluzionari. I suoi editoriali al veleno sul giornale politico «La Staffetta» gli valgono un decreto d’espulsione. Prima di lasciare l’isola e andare a Londra dove raggiungerà Giuseppe Mazzini, il 27 dicembre del 1854 sposa Rose.

Il matrimonio merita un discorso a parte. Celebrato in gran fretta, viene officiato da padre Luigi Marchetti. Un “sacerdote romano” come viene descritto nelle fonti antiche, “venuto in Malta a curarsi dal mal di tisi”. In realtà quel prete non potrebbe celebrare il matrimonio per un semplice fatto: è stato sospeso a divinis. Secondo il diritto canonico della Chiesa cattolica, non può amministrare i sacramenti. Non un dettaglio da poco che tornerà a stravolgere la storia della nostra protagonista.

Lasciamo da parte il prete sospeso e continuiamo con la nostra storia. Rose si trova a Londra con il marito. Insieme a Giuseppe Mazzini continuano la loro battaglia politica. Lei non resta in disparte e fa di tutto per avere un ruolo attivo nell’organizzazione dei vari comitati insurrezionali.

Quando viene a sapere della spedizione dei Mille non ci pensa due volte: vuole essere anche lei insieme al marito sul “Piemonte”, una delle due navi che porterà i garibaldini in Sicilia. Come detto in apertura, Garibaldi non vuole donne a bordo. Ma in questo caso né lui né il marito Crispi riescono a dissuaderla. Travestita da soldato si imbarca con entrambi. In realtà su quella nave ci sarebbe dovuta essere un’altra donna: la duchessa Felicita Bevilacqua La Masa che si distinse nei moti del ’48. Nonostante il lasciapassare di Garibaldi, il marito Giuseppe riuscì a convincerla a non partire.

Una volta sbarcati a Marsala, Rose non fa mancare il suo impegno neanche sul campo di battaglia. Il suo aiuto alle forze combattenti è determinante, soprattutto quando si tratta di curare i feriti o imbracciare il fucile per difenderli. Si mette in mostra nella battaglia di Calatafimi del 15 maggio 1860 tanto da meritarsi l’appellativo di “Angelo di Calatafimi”. Tutti ormai la chiamano Rosalia e le sue gesta sono note in tutto il paese.

La spedizione siciliana rappresenta il punto più alto nella sua vita. Terminati i moti rivoluzionari, la sua figura passa sempre di più in secondo piano. L’ascesa politica del marito, infatti, coincide con il suo declino. Rose segue il marito prima a Firenze, allora capitale del neonato Stato unitario, e poi a Roma. In Toscana vive una vita tranquilla. Ricchezze e agi non mancano. È pur sempre la moglie del deputato Francesco Crispi, ma quello che la rende una vera star è proprio la sua partecipazione alla spedizione dei Mille. Alcuni dei reduci di quella impresa le regalano una croce di diamanti e una medaglia per commemorare quell’impresa. Come dirà lei stessa: “è mia perché io ero con loro”. Ma la vita spensierata di Firenze è destinata a finire.

Rose e il marito si trasferiscono nella nuova capitale a Roma. Qui il loro matrimonio va in crisi. Lei prova in tutti i modi a salvarlo, ricorrendo anche ad alcuni eccessi come riempire la casa di animali. Sembra che i due avessero in casa cani, gatti, pappagalli, scoiattoli, pavoni e tassi. Ma questo non serve. Crispi si è invaghito di una vedova trentenne, Filomena (detta Lina) Barbagallo. I dissidi in famiglia diventano così intensi che alla fine Rose decide, in cambio di un assegno annuale, di lasciare la sua casa. Nel 1878 Crispi sposa la sua nuova compagna dalla quale aveva avuto un bambino. È il matrimonio della discordia. I due, specialmente Lina Barbagallo, sono al centro delle cronache del tempo. Gli aggettivi negativi per Lina si sprecano. Viene definita “maligna, corrotta, sospettosa”, per alcuni è la “nuova messalina” per via della sua dubbia moralità. Il matrimonio stesso costa a Crispi un accusa di bigamia. Vi ricordate infatti il matrimonio contratto a Malta? Ecco, in teoria, Crispi non potrebbe risposarsi. In teoria, perché in pratica trova un escamotage. Ripudia Rose definendo il matrimonio maltese non ufficiale. Per lui quel matrimonio non ha valore legale e nemmeno affettivo. Lo ha fatto solo per accontentare Rose. Quel prete poi era anche sospeso dalla Chiesa cattolica. Come potrebbe valere qualcosa? La sua difesa funziona e Crispi viene assolto. Può vivere tranquillo la sua vita con la sua nuova sposa. E Rose?

Rose scompare nell’ombra. Abbandona progressivamente la scena pubblica e decide di non commentare la decisione del suo ex marito. Ormai dimenticata da tutti, muore in povertà il 10 novembre 1904. Tra le sue ultime volontà, quella di essere sepolta con la camicia rossa e di ricevere una cerimonia laica. Alle esequie non partecipa nessuna autorità dello Stato, fatta eccezione per il senatore Francesco Cucchi. Queste le sue parole durante l’orazione funebre: “Ebbi la fortuna di conoscere Rosalia Montmasson il 5 maggio 1860, mentre col marito Francesco Crispi, saliva a bordo della nave, in cui si trovava Giuseppe Garibaldi, la nave che conduceva i Mille a Marsala. Da Quarto a Marsala, Rosalia Montmasson non si occupò che di tutto quello che poteva servire ai garibaldini. A Calatafimi assistette i feriti con fede, con diligenza ed amore. Non mi dilungherò sulla vita della valorosa donna che cooperò grandemente alla indipendenza d’Italia e fu una delle grandi amiche del nostro Paese. Le porgo l’ultimo saluto”. Al funerale partecipò anche Maria Crispi Caratozzolo, sorella maggiore di Francesco che era scomparso tre anni prima.  

Al momento della sua morte è talmente povera che il Comune di Roma le dona gratuitamente un loculo nel cimitero monumentale del Verano. Sulla sua lapide si legge: “Prima moglie di Francesco Crispi con lui cospirò per l’unità della patria. Con lui prese parte alla leggendaria spedizione dei mille. Unica donna nella legione immortale, ne divenne l’eroina”.

Siamo giunti al termine della nostra storia. Vi ringrazio per l’ascolto. Prima di chiudere alcune precisazioni. Durante tutto l’episodio ho utilizzato il nome Rose, ma come ho già detto, il suo nome venne spesso italianizzato come Rosa o Rosalia. L’altra precisazione è che in Sicilia, non fu l’unica donna al seguito delle truppe garibaldine. Secondo le testimonianze anche altre donne presero parte all’impresa come Antonia Masanello, la romana “Marzia”, la palermitana “Lia” e l’anglo-italiana Jessie White-Mario.

Come sempre, sul sito di In cerca di storie, trovate le fonti per questo episodio, tra cui il libro “La ragazza di Marsiglia” scritto da Maria Attanasio ed edito da Sellerio.

Se vi è piaciuta la storia, iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. Per supportarmi vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Vi ricordo di seguire la pagina su Instagram dove trovate anteprime e materiale extra.  

Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Fonti per questo podcast

– “Tomba di Rosalia Montmasson Crispi” – Sovrintendenza Capitolina ai beni culturali https://sovraintendenzaroma.it/content/tomba-di-rosalia-montmasson-crispi

– “Rose Montmasson, una patriota che combatté per l’Unità d’Italia” – Ministero della Difesa https://www.difesa.it/Area_Storica_HTML/pilloledistoria/Pagine/Rose_Montmasson.aspx

– “La ragazza di Marsiglia” di Maria Attanasio – Sellerio editore Palermo

– “Il ministro e le sue mogli: Francesco Crispi tra magistrati, domande della stampa, impunità” di Enzo Ciconte e Nicola Ciconte – Rubbettino

I bunker di Vilnius: un tempo sistema di difesa; oggi “casa” per i pipistrelli

Continua la mia ricerca di luoghi di interesse storico a Vilnius, capitale della Lituania. Questa volta vi mostro i bunker costruiti nel bosco di Antakalnio dall’esercito polacco.

Risalgono al periodo tra il 1924 e il 1926, quando la Polonia occupava il territorio lituano dopo aver vinto la cosiddetta guerra polacco-lituana del 1920. Dopo il primo conflitto mondiale, infatti, la Polonia non accettò l’indipendenza della vicina Lituania e la occupò militarmente.

Questi bunker non fungevano solo da sistema di difesa ma anche da magazzino per le munizioni. Nonostante la Polonia avesse costruito diversi bunker per fortificare la città (nella sola regione di Antakalnio ce ne sono 5 con 10 ingressi), non svolsero mai a pieno il loro ruolo di difesa. Non respinsero i tedeschi che occuparono la città dall’altro lato. Durante e dopo la seconda guerra mondiale furono utilizzati come nascondigli e magazzini.

Uno dei bunker è a due piani. I sotterranei sono disseminati di tunnel e condotti di areazione. C’erano anche binari per il trasporto di merci e munizioni.

L’ingresso è sbarrato perché i bunker ospitano colonie di specie protette di pipistrelli. Per preservare queste specie (ne sono state individuate ben 6), in alcuni periodi dell’anno, è vietato visitare i bunker.

Una visita al museo letterario Alexander Pushkin di Vilnius

Se vi trovate a Vilnius ed amate la storia non potete perdervi il museo letterario Alexander Pushkin. Immerso nel verde del parco di Markučiai, conserva cimeli ed opere del grande poeta e drammaturgo russo.

La sua peculiarità è che si tratta di una casa-museo. Qui infatti vissero i coniugi Varvara e Grigorij Pushkin, figlio di Alexander. Durante la sua vita, Girgorij portò in salvo e conservò diversi oggetti appartenenti al padre. Dei 34 libri pubblicati quando Alexander Pushkin era in vita, ben 21 sono conservati all’interno del museo. Come da testamento, la casa dei coniugi Pushkin divenne un museo a partire dal 1935. Salvo alcune modifiche, è rimasta immutata fino ai giorni nostri.

Adiacente al museo c’è anche la cappella di famiglia e il piccolo cimitero che ospita i corpi dei coniugi Pushkin e della loro governante.

Il museo ha un biglietto di ingresso di 1.20 euro. Le descrizioni degli oggetti esposti sono purtroppo solo in lituano e russo.   

Qui sotto trovate un breve video del museo.

Ep. 22 / Bessie Coleman: la donna che volò più in alto dei pregiudizi

Il pubblico è immobile con lo sguardo all’insù. Adulti, bambini, uomini, donne, tutti sono stregati dalle acrobazie di quell’aereo. È domenica. Siamo a Long Islands a New York. È il 3 settembre 1922, ed uno spettacolo così non si era mai visto; un pilota così non si era mai visto. Perché a pilotare quell’aereo, un Curtiss JN-4D Jenny, c’è lei: “Brave Bessie”, “Bessie la coraggiosa”, la prima donna pilota afroamericana e la prima di origine nativa americana. Questa è la storia di Bessie Coleman, la donna che volò più in alto dei pregiudizi.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Se uno sceneggiatore avesse bisogno di una storia perfetta da portare al cinema, sceglierebbe di sicuro quella di Bessie Coleman. Una donna, nera, emarginata, che fa a pugni con la società retrograda del suo tempo. Una donna determinata e coraggiosa che è disposta a tutto per inseguire il suo sogno. E che sogno. Volare. Essere la prima donna afroamericana a pilotare un aereo. Per apprezzare ancora di più la sua impresa, dobbiamo tornare indietro di molti anni, alla fine del XIX secolo, ad Atlanta, una piccola cittadina del Texas.

È il 26 gennaio 1892 quando Susan Coleman mette al mondo Bessie. Siamo in Texas e da neanche 30 anni, gli Stati Uniti d’America hanno ufficialmente abolito la schiavitù. Almeno sulla carta, perché nel mondo reale sono sempre gli afroamericani a svolgere i lavori più duri. E nonostante il tredicesimo emendamento, la disparità tra bianchi e neri resta e si radica, specialmente in uno stato conservatore come il Texas. La famiglia di Bessie, come accadeva spesso in quegli anni, è numerosa. I coniugi Coleman hanno ben 13 figli. George è un mezzadro di origine mista nativa americana e afroamericana; Susan è una cameriera afroamericana. Tempi difficili, soprattutto se sei di colore e vivi in uno stato che fa della segregazione razziale uno dei suoi cardini. Ed è così che papà George, stanco dei soprusi e delle violenze, nel 1901 decide di andare in Oklahoma. La moglie Susan però non lo segue. Bessie resta con sua madre in Texas.

Per vivere, sopravvivere meglio, Bessie raccoglie il cotone e nel tempo libero lava il bucato per guadagnare qualche soldo extra. Sente un istinto irrefrenabile di elevarsi. Sa che il primo passo è l’istruzione. Mette così da parte un po’ di soldi e quando compie 18 anni si iscrive alla “Colored Agricultural and Normal University” a Langston, in Oklahoma. Il college però costa troppo e dopo un semestre è a corto di soldi e costretta a lasciare. Decide allora di spostarsi a Chicago dove vivono i suoi fratelli. Frequenta la Burnham School of Beauty Culture e nel 1915 inizia a lavorare presso un barbiere del posto facendo la manicure.

I suoi fratelli nel frattempo sono stati chiamati alle armi. La prima guerra mondiale dilaga e i fratelli di Bessie vengono mandati in Francia. Lei non lo sa, ma quell’evento cambierà per sempre la sua vita. Infatti, una volta tornati in patria, i suoi fratelli hanno mille storie da raccontare. È il 1919 quando un bel giorno suo fratello John, un po’ alterato dall’alcool, inizia a prenderla in giro. Le dice che in Francia le donne sono libere, talmente libere che possono perfino pilotare un aereo. Ma soprattutto le dice che una donna afroamericana non potrà mai pilotare un aereo.

Ho immaginato la scena come quella del film “Ritorno al futuro”, dove Marty McFly dice: “Nessuno può chiamarmi fifone”. Bessie la prende come un sfida. Nessuno può dirle che una donna afroamericana non diventerà mai un pilota. Suo fratello John su una cosa ha ragione però: negli Stati Uniti, lei, una donna, nera, non verrà mai accettata in nessuna scuola di aviazione.

Bessie lo scopre sulla sua pelle dopo aver ricevuto una sfilza di no dalle scuole statunitensi. Ma una sfida è una sfida e non ci si può arrendere al primo ostacolo. Ecco che in suo aiuto arriva Robert Abbott. Robert è un uomo di colore. Occorre precisarlo perché siamo sempre negli anni Venti e il colore della pelle, purtroppo, può segnare il tuo destino. Fa l’avvocato ma è noto in tutto il paese perché nel 1905 ha fondato con appena 25 cents il “The Chicago defender”, un giornale che di lì a breve diviene il primo quotidiano per numero di tiratura nel paese posseduto da gente di colore. Abbott, insieme al banchiere Jesse Binga, l’aiutano sul piano economico. Bessie nel frattempo cambia lavoro per racimolare più soldi possibili e nel tempo libero studia il francese. Il 20 novembre 1920 arriva il gran giorno. A bordo del SS Imperator salpa in direzione Europa. È stata accettata, infatti, dalla scuola di aviazione francese “Caudron Brothers School of Aviation” di Le Crotoy.

In Francia, segue questo corso di sette mesi per imparare a pilotare un Nieuport Type 82: un biplano lungo 8 metri con un’apertura alare di 12. Aveva una cabina di pilotaggio per l’istruttore e una per lo studente. Seppur all’avanguardia per quei tempi, era pur sempre un aereo rudimentale con molti limiti. Senza freni e cloche, non era facile pilotarlo. Pensiamo che le lezioni non prevedevano solo imparare a volare, ma anche effettuare acrobazie e manovre rischiose in aria. La stessa Bessie assiste alla morte di un suo compagno di corso durante una lezione. Per fortuna, riesce incolume a concludere il corso e il 15 giugno 1921 riceve la licenza di pilota internazionale dalla Fédération Aéronautique Internationale. La sua specializzazione è volo acrobatico e paracadutismo. È la prima donna americana ad ottenere questa licenza.

Una volta tornata negli States inizia la seconda parte della sfida. Sì, perché il suo sogno non era ottenere solo la licenza. Lei vuole volare, vuole un aereo tutto suo ed aprire una scuola di volo. Ma siamo negli anni Venti, la segregazione razziale è troppo radicata, e Bessie deve tornare con i piedi per terra. Il sesso e il colore della pelle le impediscono di ottenere una licenza commerciale. L’unica possibilità è il volo acrobatico. Le sue peripezie in volo in Francia sono note in tutta Europa e anche negli Stati Uniti. Giornali e cinegiornali hanno immortalato le sue acrobazie. Per poter comprare un aereo ha bisogno di soldi. Tanti soldi. Decide di tenere corsi ed eventi in giro per il paese dove mostra le sue abilità e i suoi trucchi. Non fa mancare il suo impegno nella lotta contro la segregazione razziale. È categorica nella scelta della città dove esibirsi: se la città è stata teatro di episodi di razzismo, lei non ci metterà piede. Ad ogni incontro sprona la comunità afroamericana ad interessarsi al mondo dell’aviazione. Raccoglie perfino fondi per fondare una scuola dove addestrare piloti di colore.

Il 3 settembre 1922 è un’altra data storica. Come raccontato all’inizio dell’episodio, Bessie a bordo di un Curtiss JN-4D diviene la prima donna afroamericana ad organizzare un volo pubblico negli Stati Uniti. La sua popolarità esplode. Non è solo “Bessie la coraggiosa”, come ormai tutti la chiamano, ma anche “Bessie the queen”, la regina dei cieli. I suoi voli acrobatici lasciano tutti senza fiato. Con l’aereo è in grado di compiere il giro della morte, di disegnare il numero 8 nel cielo e quando si stanca lasciare il comando al co-pilota e perché no farsi una passeggiata sulle ali prima di lanciarsi con il paracadute. Bessie, la ragazza nera che raccoglieva il cotone per sopravvivere, ha finalmente realizzato il suo sogno e lasciato il suo nome impresso nella storia.

L’industria cinematografica la nota subito. In fondo, la sua storia come detto è perfetta per una sceneggiatura. Le viene proposto un film sulla sua vita. Sarà lei a interpretare se stessa. Tutto bello, anzi no. Bessie viene a sapere come è stato ideato l’inizio del film. C’è una bambina nera vestita di stracci. Lei non ci sta. Rifiuta la parte e alla rivista Billboard dichiara: “Niente roba da zio Tom per me”.

Personalità e impegno civile. Bessie continua i suoi show in giro per il paese e finalmente mette da parte i soldi necessari per comprare un aereo. Un altro Curtiss JN-4D, meglio conosciuto con il nome di “Jenny”, con un motore OX-5. Un aereo costruito originariamente per gli addestramenti. Sul sito del National Air and Space Museum trovate le foto di questo aereo (clicca qui). A vederle un po’ mettono i brividi. Perché abituati alle cabine di comando moderne computerizzate e piene di comandi e pulsanti, si resta senza parole nel vederne una cabina così rudimentale: completamente in legno, risaltano una leva, un altimetro e una bussola. E pensare che questo bastava per pilotare un aereo durante uno spettacolo o in situazioni più pericolose come i duelli aerei in guerra.

Ma torniamo alla nostra storia. Bessie deve andare a ritirarlo a Santa Monica in California. È il febbraio del 1923 e mentre si trova in California per ritirare il suo aereo, decide di esibirsi in uno spettacolo non lontano da Los Angeles. Mentre è in volo verso la fiera il motore del suo aereo smette improvvisamente di funzionare. In picchiata, Bessie si lancia da circa 90 metri. Per fortuna non muore ma quell’incidente le costa una frattura alla gamba, qualche costola e l’aereo completamente distrutto. Nonostante lo spavento, non si perde d’animo e chiede al dottore intervenuto sul posto di curarla il più velocemente possibile per poter tornare a volare. Trova il tempo di inviare un telegramma ai suoi fan rassicurandoli che presto sarebbe tornata. In realtà il suo ottimismo deve fare i conti con la gravità dell’incidente. Impiega mesi per tornare a camminare e circa due anni per rivederla in cabina di pilotaggio.

Il suo impegno civile continua più forte che mai. Si racconta che quando le fu chiesto di partecipare ad una esibizione nella sua città natale in Texas, abbia espresso chiaramente il suo rifiuto alla decisione dei manager di creare due ingressi separati allo stadio per bianchi e neri. Bessie ottenne dai manager che ci fosse un solo ingresso per tutti. Anche se all’interno dello stadio gli spettatori dovevano sedersi in posti separati a seconda del colore della pelle, era comunque un successo.

Nell’aprile del 1926 ha raccolto abbastanza soldi per comprare un altro aereo. Stesso modello di quello distrutto in California. Ha uno spettacolo in programma per il 1 maggio. Il 30 aprile a Jacksonville, in Florida, decide con il meccanico William Wills di fare un giro di prova. Wills in cabina di regia e Bessie sul sedile del passeggero. È una mattinata tranquilla. Il tempo è buono e i due colgono l’occasione al volo per vedere fino a che punto può arrivare quell’aereo. Wills fa volare l’aereo per circa 5 minuti a 2000 piedi. Poi sale a 3500. Poi… Poi qualcosa va storto. L’aereo perde quota improvvisamente e si capovolge. Bessie non indossa la cintura e l’aereo non ha alcun tetto o protezione. Viene sbalzata fuori ad una altezza di 500 piedi, circa 150 metri. Questa volta non c’è nulla da fare. Muore sul colpo. Wills precipita con l’aereo e muore anche lui. Un soccorritore maldestro intervenuto sulla scena per liberare il corpo di Wills incastrato sotto l’aereo si accende una sigaretta e fa scoppiare un incendio. Le fiamme avvolgono l’aereo. A causare l’incidente una chiave inglese incastrata nel motore. Bessie Coleman aveva solo 34 anni.

I pregiudizi razziali non si sciolgono neanche di fronte alla morte. La stampa nazionale dà risalto alla morte di Wills perché bianco. Coleman viene quasi ignorata. Solo i giornali vicini alla comunità afroamericana la ricordano. Alla sua cerimonia funebre a Chicago partecipano circa 10.000 persone. A guidare il corteo la giornalista e attivista afroamericana Ida Wells.

Diversi gli eventi per ricordare la sua figura. Nel 1931, la Challenger Pilots’ Association di Chicago diede inizio a una tradizione di sorvolo sulla tomba di Coleman ogni anno. Nel 1977, le donne pilota afroamericane formarono il Bessie Coleman Aviators Club. Nel 1995 fu anche realizzato un francobollo per ricordare tutti i suoi successi. Diverse strade in prossimità degli aeroporti portano il suo nome.

Nel 1992 Mae Jemison, la prima donna afroamericana ad andare nello spazio, portò con se in orbita una foto proprio di Bessie Coleman. Un tributo per non dimenticare colei che volò più in alto dei suoi sogni.

Siamo giunti al termine della nostra storia. Vi ringrazio per l’ascolto. Sul sito www.incercadistorie.com trovate la trascrizione dell’episodio e le fonti consultate. Sulla figura di Bessie Coleman c’è il libro “Queen Bess: Daredevil Aviator” di Doris Rich. Ci sono un sacco di aneddoti sulla sua vita.

Se poi siete curiosi e volete vedere com’era la licenza di pilota di Bessie o i suoi aerei, vi invito ad andare sulla pagina Instagram di In cerca di storie dove troverete nelle stories tutte le foto. 

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Fonti per questo podcast

– “Overlooked No More: Bessie Coleman, Pioneering African-American Aviatrix” di Daniel E. Slotnik – New York Times

– “Bessie Coleman” – Britannica

– “Bessie Coleman” di Kerri Lee Alexander, NWHM Fellow – National Women’s History Museum

– “Queen Bess: Daredevil Aviator” di Doris L. Rich – Smithsonian Books

– “Celebrating the Centennial of Bessie Coleman as the First Licensed African American Woman Pilot” di Dorothy Cochrane – National Air and Space Museum