Ep. 21 / Gaspare Tagliacozzi, il padre della chirurgia plastica

Immaginate di dovervi sottoporre ad un intervento di rinoplastica. Il chirurgo vi illustra il metodo che utilizzerà. Taglierà un lembo di pelle dal braccio sinistro, lasciando un lato ancora attaccato, vi chiederà poi di avvicinare il braccio alla faccia così da poter applicare il lembo tagliato sul vostro naso. Infine, affinché attecchisca bene, vi chiederà di rimanere in quella posizione per un po’ di tempo. Diciamo per settimane. Forse anche mesi.

Ecco se dovesse succedere, scappate. Perché il metodo appena descritto sembra più una tortura eseguita da un chirurgo sadico che un intervento di chirurgia plastica. Eppure questo metodo, passato alla storia con il nome di “metodo italiano”, è realmente esistito. Colui che affinò questa tecnica rendendola famosa in tutto il mondo è considerato ancora oggi uno dei padri della moderna chirurgia estetica. Questa è la storia di Gaspare Tagliacozzi.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Se visitate l’Archiginnasio di Bologna, un tempo sede dell’antica Università ed ora della Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, noterete una statua un po’ particolare all’interno della sala di anatomia. Non è tanto il personaggio ritratto a colpire, quanto l’oggetto che stringe tra le dita della mano sinistra: un naso. Sì, quella è la statua di Gaspare Tagliacozzi e non è un caso che si trovi proprio lì, perché la sua fama di chirurgo nacque tra le mura di quella università.

La sua data di nascita è stata a lungo dibattuta. Molto probabilmente nacque a Bologna tra il febbraio e il marzo del 1545. I Tagliacozzi non hanno un’origine nobiliare ma sono abbastanza benestanti e vantano una buona posizione all’interno del ceto degli artigiani. Nel 1565 inizia i suoi studi di medicina presso l’università di Bologna, una delle più antiche e prestigiose. Ha ottimi insegnanti tra cui Girolamo Cardano, Ulisse Aldrovandi e Giulio Cesare Aranzi, quest’ultimo sarà colui che gli insegnerà le tecniche della chirurgia facciale.

La teoria da sola non serve, soprattutto quando parliamo di chirurgia. Le tecniche si imparano sul campo e Tagliacozzi fa pratica come assistente presso l’ospedale di S. Maria della morte, che deve il suo nome all’assistenza offerta ai carcerati e ai condannati a morte. Ed è lì che tra diagnosi, visite, farmaci, piccole operazioni chirurgiche e dissezioni, impara tutto quello che serve. Nel 1570 si laurea e nel giro di dieci anni la sua fama di medico cresce sempre di più. Diventa famoso negli ambienti nobiliari, soprattutto dopo aver curato una ferita al braccio del conte Paolo Emilio Boschetti. Da Bologna a Firenze, passando per Modena e Ferrara, Tagliacozzi è noto per essere un esperto di ricostruzioni facciali.

Per fare un paragone con l’attualità era una specie di chirurgo delle star. Nel 1583 una cortigiana viene sfigurata da un amante. L’aspetto estetico, allora come oggi, era importante. E chi meglio di Tagliacozzi per ricostruire il suo volto? L’anno dopo a Modena deve occuparsi di un altro sfregio. 

Le sue tecniche, specialmente quelle di chirurgia facciale, sono ben descritte in una lettera che il chirurgo invia a Girolamo Mercuriale, allora professore di medicina a Padova ed esperto di malattie della pelle e rapporti tra bellezza e medicina. In questa lettera Tagliacozzi spiega per la prima volta come ricostruire le parti mutilate del volto, soprattutto i nasi.

Ma sono gli anni Novanta a far sì che il suo nome rimarrà per sempre impresso nella storia della medicina e della chirurgia in particolare. Nel 1594 viene invitato a Vienna da Ferdinando I de’ Medici per curare Virginio Orsini, nipote del granduca, ferito durante la guerra contro l’impero ottomano. Un altro paziente illustre è Vincenzo Gonzaga, duca di Mantova. Interpellato nel 1596 per un consulto, Tagliacozzi rimarrà presso la sua corte per molto tempo. Il duca, infatti, gli affida il compito di occuparsi dei suoi aspetti medico-cosmetici. Non sappiamo se il duca soffrisse di sifilide, o di qualche altra malattia della pelle, ma la sua malformazione al naso non poteva essere nascosta facilmente. Guardando i ritratti del tempo, ovviamente non notiamo questa malformazione, ma sappiamo che proprio Tagliacozzi, ormai diventato suo medico personale, avesse preparato un unguento speciale per nasconderla.

Sull’onda del successo presso le corti italiane, Tagliacozzi decide finalmente di dare alle stampe la sua opera più importante. Nel 1597, dieci anni dopo la lettera a Mercuriale, pubblica a Venezia presso Gaspare Bindoni la sua monografia in due volumi sulla chirurgia ricostruttiva del volto dal titolo: De curtorum chirurgia per insitionem.

Diversi addetti ai lavori lo considerano come il libro fondatore della chirurgia plastica. Dedicato al duca Vincenzo Gonzaga, il libro, arricchito da splendide illustrazioni, spiega perfettamente la sua tecnica per ricostruire un volto mutilato. La tecnica è quella descritta all’inizio dell’episodio. Tagliava un lembo di pelle dal braccio sinistro perché riteneva che qui ci fossero meno peli. Dopo aver avvicinato il braccio del paziente al volto, lo applicava sulla parte mutilata o scarnificata così da farlo ‘attecchire’. Una volta che l’innesto aveva preso, tagliava l’ultima parte di pelle legata al braccio per finire il suo lavoro. È grazie alle illustrazioni presenti nel libro, che trovate sul sito di In cerca di storie o sulla pagina Instagram del podcast (clicca qui), che abbiamo un’idea di come funzionasse. Vediamo quest’uomo praticamente incollato al suo bicipite. Non può ovviamente allontanare il braccio perché rischierebbe di strappare il lembo di pelle che dal suo arto va al naso. E pensare che il paziente doveva restare in questa posizione per tantissimo tempo.

Il libro diventa un best seller. In poco tempo la sua fama e il suo metodo travalicano i confini nazionali. Nel 1597 il libro viene persino pubblicato senza autorizzazione dall’editore e stampatore padovano Roberto Meietti. L’edizione di Meietti resta oggi rara e introvabile. In Germania l’opera di Tagliacozzi viene citata spesso nei trattati di chirurgia e troviamo un’edizione del libro stampata anche a Francoforte.

Cosa rese questo libro così di successo? Il suo merito è quello di aver riunito tutte le informazioni allora disponibili in un trattato medico erudito. Tagliacozzi non è infatti l’inventore di questo metodo. I primi casi di pazienti operati con queste tecniche, almeno in Europa, risalgono al XV secolo. In Italia, a Catania, Gustavo Branca e suo figlio Antonio utilizzavano questo metodo già nel 1400. A Tropea i fratelli Vianeo erano soliti utilizzarlo durante il Cinquecento. La fortuna di Tagliacozzi fu quella di cavalcare la moda del tempo. Il connubio medicina e bellezza era sempre più forte e l’aspetto esteriore era qualcosa da preservare e perché no migliorare. L’alta nobiltà, a causa di guerre, duelli e malattie, aveva bisogno della chirurgia estetica per difendere un certo status sociale. Va ricordato che la mutilazione del naso nell’antichità era un segno distintivo dei criminali condannati. Qualsiasi piccola imperfezione poteva creare un certo discredito nei confronti del ceto di appartenenza.

Ma perché si chiamava “metodo italiano”? Il nome fu coniato per distinguerlo dal “metodo indiano” inventato da Sushruta, un medico che visse tra il IX e l’VIII secolo a.C. in India. Rispetto al metodo italiano, utilizzava la pelle della fronte.

Due anni dopo la pubblicazione del De Curtorum, Tagliacozzi muore a Bologna all’età di 54 anni. Rispettando le sue ultime volontà, viene sepolto nella chiesa di S. Giovanni Battista (oggi non più esistente). Durante i funerali il suo collega Muzio Piacentini, per onorare la sua figura, utilizzò le stesse parole scritte da Pietro Bembo per l’epitaffio del pittore Raffaello Sanzio: “da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire”.

La fama del chirurgo più famoso d’Europa rischiò però di essere infangata. Dopo la sua morte, iniziarono a circolare voci che lo accusavano di pratiche magiche ed eresia. La sua non era semplice medicina. I suoi metodi così miracolosi nascondevano qualcosa di soprannaturale. Nonostante la sua fama, si decise comunque di aprire un processo postumo e di spostare la sua salma dalla chiesa di S. Giovanni Battista in un terreno fuori le mura sconsacrato.

Quelle che circolavano si rivelarono alla fine solo delle voci. Maligne, messe in giro da invidiosi per screditare Tagliacozzi, come confermato dalla sentenza finale del processo. Fu questo evento, peraltro poco documentato nelle fonti, a creare la leggenda che Tagliacozzi fosse stato condannato dall’Inquisizione per eresia. In realtà i rapporti tra il chirurgo e la Chiesa erano ottimi. Non a caso lo stesso De Curtorum non sarebbe stato pubblicato senza l’avvallo della Chiesa che esaminava in modo meticoloso tutte le opere da inserire eventualmente nell’indice dei libri proibiti.

Siamo giunti al termine della nostra storia. Vi ringrazio per l’ascolto. Come sempre, sul sito http://www.incercadistorie.com, oltre alla trascrizione dell’episodio, vi lascio le fonti consultate. Se siete appassionati all’argomento vi consiglio il programma “Storia della medicina”, in onda su Rai storia. C’è un episodio dal titolo “La fabbrica del corpo. L’arte difficile della chirurgia” e tra i protagonisti c’è proprio Tagliacozzi. 

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Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Fonti per questo podcast

  • “Gaspare Tagliacozzi” – Enciclopedia Treccani
  • Tomba P, Viganò A, Ruggieri P, Gasbarrini A. Gaspare Tagliacozzi, pioneer of plastic surgery and the spread of his technique throughout Europe in “De Curtorum Chirurgia per Insitionem”. Eur Rev Med Pharmacol Sci. 2014;18(4):445-50. PMID: 24610608.
  • Mukherjee, Nayana Sharma, Susmita Basu Majudar, and Susmita Basu Majumdar. “A NOSE LOST AND HONOUR REGAINED: THE INDIAN METHOD OF RHINOPLASTY REVISITED.” Proceedings of the Indian History Congress 72 (2011): 968–77. http://www.jstor.org/stable/44146788.

Vittorio Staccione: il mediano antifascista che morì per la libertà

Scorrendo i tabellini delle partite salta all’occhio una X nella lista dei titolari. No, non è un errore di stampa. È proprio così. Quella X è lì per un motivo. Perché il calciatore in questione, per via della sua fede politica, non può (e non deve) essere nominato. “Ci spiace, per ragioni particolari che riguardano l’interessato, dover tacere nell’elogio che rivolgiamo a tutta la squadra il nome del giuocatore che formò il trio mediano” scriveva il giornale Cremona Nuova il 9 dicembre 1924 riguardo la vittoria della Cremonese sul Legnano per 3-0.

Dietro quella X si nasconde Vittorio Staccione, calciatore e antifascista. Nel giorno delle celebrazioni per la Liberazione dal nazifascismo, la storia di un uomo che pagò con la vita la sua opposizione al regime.

Staccione nasce a Torino il 9 aprile 1904. Giovanissimo viene notato da Heinrich Bachmann, una delle stelle del Torino dei primi del Novecento. È proprio Bachmann che, colpito dalle qualità del ragazzo, lo fa entrare nelle giovanili granata. Il suo esordio in prima squadra avviene il 3 febbraio 1924. Deve ancora compiere 20 anni e il Torino pareggia 1-1 con l’Hellas Verona. Nella stagione 1923/24 disputa solo due partite. La stagione seguente passa in prestito alla Cremonese. Tracciare le sue prestazioni con la maglia grigiorossa è impossibile perché appunto il suo nome viene spesso sostituito da un X nei tabellini. Staccione, infatti, non è noto solo per le sue qualità in campo. La sua vita fuori dal rettangolo verde pesa come un macigno. È la sua fede politica a creargli non pochi problemi. Viene da una famiglia proletaria e si dichiara apertamente socialista. Nonostante il clima difficile, non mette mai da parte il suo impegno antifascista. Roberto Farinacci, il ras fascista di Cremona, lo ha segnalato come pericoloso sovversivo. Da lì l’ordine di oscurare il suo nome con una X. Ma il regime non si limita solo a censurarne il nome. Staccione è vittima di minacce e pestaggi.

Sul campo le cose vanno un po’ meglio. L’esperienza lombarda è piuttosto positiva ma non abbastanza da consentirgli, una volta tornato al Toro, di vestire sempre la maglia da titolare. Nella sua ultima stagione con la maglia granata, quella del primo scudetto della storia (titolo poi revocato per il caso Allemandi), dà il suo contributo alla vittoria finale giocando 12 partite tra campionato e Coppa Italia. La stagione 1926/27 è l’ultima con il Torino prima di passare alla Fiorentina che militava allora nella serie cadetta. Dietro il suo addio a malincuore ai colori granata si nasconde ancora una volta il regime. Il gerarca fascista di Torino fa pressioni sulla società affinché venga allontanato. Salta la partita di inaugurazione del Filadelfia nel 1926 perché “infortunato”. In realtà durante un pestaggio gli hanno rotto due costole.

Con la maglia biancorossa (il viola diverrà il colore ufficiale solo nel 1929) centra la promozione nella massima serie giocando 13 partite su 14. Di proprietà del marchese Ridolfi, la Fiorentina non allestisce una squadra all’altezza e il campionato finisce nel peggiore dei modi: ultimo posto e retrocessione. Staccione è quello con più presenze ma non basta. Nonostante la retrocessione decide di non lasciare la Fiorentina. Nel frattempo si è sposato con Giulia Vannetti e non vuole lasciare la Toscana. Per il campionato 1930/31 la società ha finalmente rinforzato l’organico. I Viola vincono il campionato di Serie B e il nome di Staccione appare in ben 24 partite. Il 1930 però è il suo anno nero. I successi sul campo non possono colmare il grande vuoto lasciato dalla scomparsa di sua moglie Giulia e di sua figlia Maria Luisa morte entrambe durante il parto.

La dolorosa perdita e l’ostracismo del regime influiscono sugli ultimi anni della sua carriera. Dopo la Fiorentina passa al Cosenza, club di terza serie. 77 presenze e tre stagioni con i calabresi prima di passare al Savoia di Torre Annunziata (dove durante un pestaggio gli spaccano un ginocchio ). La sua carriera finisce nel 1935 a soli 31 anni. Dice basta con il calcio e trova lavoro in fabbrica come operaio tornitore alla Fiat.

La persecuzione da parte del regime non si ferma. Arresti, pestaggi, licenziamenti, Staccione non si lascia intimorire. Difende le sue idee ed entra nell’orbita dell’antifascismo piemontese. Il mondo delle fabbriche è in subbuglio. Soprattutto dopo l’armistizio in molti manifestano il proprio dissenso nei confronti del regime. Staccione prende parte attivamente agli scioperi del 1 marzo 1944. Fu la sua ultima azione da uomo libero perché il 12 marzo, insieme a suo fratello Francesco, viene arrestato dalla polizia di Madonna di Campagna che lo consegna alle SS. Non fu uno dei promotori dello sciopero ma il suo nome e il trascorso politico bastarono per condannarlo.

In caserma gli autori dell’arresto, che conoscevano bene Staccione, provano a salvarlo come testimoniato dal racconto di suo nipote Federico Molinario: “La polizia gli comunicò che sarebbe stato deportato in un campo di concentramento tedesco e lo mandò a casa da solo a prepararsi per il viaggio. Chiunque al suo posto sarebbe fuggito, ma non lui. Il giorno stesso si presentò alle carceri Le Nuove con la valigia, consegnandosi ai nazisti. Questo dice tanto della natura di mio zio, e anche della sua piemontesità”.

Il 16 marzo sale sul treno numero 34 in partenza da Porta Nuova con destinazione Mauthausen. Arriva il 20 marzo. Una volta nel campo di concentramento viene classificato come Schutzhaftling, prigioniero politico. Da quel momento in poi sarà identificato solo da un triangolo rosso e un numero di matricola: 59160.

Incontra nei lager un avversario ai tempi del Torino: Ferdinando Valletti che all’epoca indossava la maglia del Milan. I due disputano anche alcune partite all’interno del lager contro le SS. Valletti riesce a salvarsi mentre Staccione, trasferito nel campo di Gusen, muore di setticemia e cancrena il 16 marzo 1945 forse a causa dei pestaggi da parte delle guardie. Suo fratello Francesco muore 11 giorni dopo. Il campo di Mauthausen sarebbe stato liberato solo un mese e mezzo più tardi il 5 maggio 1945.

Termina così la storia di Vittorio Staccione, il mediano che pagò con la vita la sua opposizione al regime fascista. Un esempio di coraggio e determinazione. Un uomo che non abbandonò mai le sue idee, neppure di fronte alla feroce violenza del regime.   

Il 6 ottobre del 2012 il suo nome è stato inserito nella Hall of Fame della Fiorentina. Il 16 giugno del 2015, all’interno dello stadio Giovanni Zini di Cremona, gli è stata dedicata una lapide commemorativa. Sotto un’opera in bronzo che raffigura un pallone dietro un filo spinato un messaggio recita:

“Vittorio Staccione

Giocatore grigiorosso nella stagione 1924/1925

Morto a Gusen-Mauthausen il 16 marzo 1945

Simbolo dello sport come impegno sociale, civile e politico.

Lottò sui campi della vita

Per la libertà e la fratellanza degli uomini”

Fonti per questa storia:

  • “Il mediano di Mauthausen” di Francesco Veltri – Diarkos
  • “Vittorio Staccione: il mediano del Toro che ha sacrificato tutto per un’ideale” di Silvio Luciani – Toro News
  • “Cuori partigiani. La storia dei calciatori professionisti nella Resistenza italiana” di Edoardo Molinelli – Red Star Press
  • Qui abitava Vittorio Staccione – comune.torino.it

Arthur John Priest. Il fuochista inaffondabile

Tra una birra e l’altra, in quel di Southampton, Arthur racconta delle sue avventure nei mari. Tutte le sue storie hanno degli elementi in comune: una nave, un evento tragico e la sua enorme fortuna. Sì, Arthur è decisamente fortunato. In ben sei occasioni ha dato buca all’appuntamento con la morte. Quando le cose si mettono male, lui ne esce sempre sano e salvo. Ed è proprio questa sua particolarità a farlo passare alla storia come “il fuochista inaffondabile”.

Il 15 aprile si è celebrato un anniversario particolare: sono passati, infatti, 110 anni dall’affondamento del Titanic. Tra tutte le storie dei sopravvissuti quella che mi ha colpito di più è stata quella di Arthur John Priest.

Nasce a Southampton, in Inghilterra, il 31 agosto 1887. La sua famiglia è povera e i coniugi Priest devono tirar su ben dodici figli. Le difficili condizioni economiche lo spingono fin dalla tenera età a cercare un lavoro. A 24 anni, nel 1911, trova impiego come fuochista su un transatlantico. Si tratta della RMS Olympic, la nave gemella del RMS Titanic. La Olympic è un transatlantico all’avanguardia per quei tempi. Nelle sue viscere Arthur e i suoi compagni spalano ogni giorno tonnellate di carbone.

Il 20 settembre 1911, poco dopo la partenza, la Olympic viene speronata dal vecchio incrociatore HMS Hawke della Royal Navy nelle acque del Solent causando uno squarcio nella poppa. Un incidente che costa caro dove perdono la vita circa 600 persone. I fuochisti, trovandosi nelle zone sottostanti, erano spesso quelli più in pericolo in simili circostanze. Restare intrappolati e morire annegati era molto frequente. Ma Arthur è fortunato e riesce a salvarsi.

Seppur tragico questo incidente non lo scoraggia. Un anno dopo riesce a farsi assumere per il viaggio inaugurale del Titanic. Sappiamo già cosa accadde. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1912 morirono 1500 persone. La fortuna non abbandona Arthur. Nonostante le difficoltà nel salire sul ponte riesce a gettarsi in acqua e a raggiungere a nuoto, nelle acque gelide, con indosso solo la biancheria intima, la scialuppa di salvataggio numero 15. Incredibile. La maggior parte delle persone che provò a scappare dalla nave che affondava morì proprio di ipotermia.

Siamo a due disastri scampati. Anzi tre se consideriamo il piccolo incidente a bordo della Asturias nel 1908 quando il transatlantico si scontrò con un’altra imbarcazione nel suo viaggio inaugurale, ma per fortuna nessuno perse la vita.

Arthur è fortunato e tutte quelle avventure sui transatlantici lo rendono uno dei fuochisti più esperti a quel tempo. Per lui trovare lavoro su una nave non è difficile. Quattro anni dopo il Titanic, in piena prima guerra mondiale, viene arruolato sull’incrociatore mercantile armato HMS Alcantara. La guerra navale portata avanti dalla Germania non risparmia nessuno. Basti pensare all’affondamento del transatlantico RMS Lusitania il 7 maggio 1915 ad opera di un sottomarino tedesco dove perdono la vita 1152 persone. L’Alcantara il 29 febbraio 1916 si trova al largo delle Shetland quando si scontra con l’incursore mercantile tedesco Greif, camuffato per l’occasione da mercantile norvegese. La feroce battaglia vede entrambe le navi colare a picco per i danni subiti. Muoiono 70 compagni di Arthur. Lui, ancora una volta, a nuoto nelle acque gelide, riesce a scampare alla morte.

La guerra non è ancora terminata ed Arthur ritorna a bordo di una nave. Dopo la Olympic e il Titanic, sceglie l’ultima nave gemella: la HMHS Britannic. Un transatlantico più grande del Titanic convertito in nave ospedale per trasportare i feriti. Non vi meraviglierete nel sapere che il 21 novembre 1916, nelle acque del mar Egeo, la Britannic affonda. Non si sa bene se per colpa di un siluro o di una mina, ma arriva la fine anche per l’ultima delle tre sorelle. Anche se si tratta della più grande nave persa durante la prima guerra mondiale, la concomitanza di diversi fattori ridusse considerevolmente il numero dei decessi. La temperatura dell’acqua, la presenza di diverse scialuppe di salvataggio e l’assenza di nemici nelle vicinanze, limitò il numero di morti a una trentina. Arthur ovviamente non era tra quelli.

Il 17 aprile del 1917 si trova su un’altra nave ospedale, il SS Donegal, che trasporta le truppe ferite dalla Francia. Nel Canale della Manica viene silurata da un U-Boot tedesco. 40 persone muoiono. Arthur riporta solo una ferita alla testa. Forse spaventato dal trauma o temendo che la sua dose di fortuna fosse finita decide di non mettere più piede su una nave. Morirà nel suo letto a Southampton nel 1937 di polmonite. I giornali dell’epoca lo avevano sopranominato “Il fuochista inaffondabile”. È sorprendente scoprire come ogni volta si trovasse sempre nella parte più danneggiata o pericolosa delle navi ma fu sempre in grado di scappare e sopravvivere. Iceberg, siluri, mine, incidenti, Arthur ne uscì sempre indenne.

Le sue ossa riposano nel cimitero di Hollybrook a Southampton. Una sepoltura anonima che stride molto con la sua storia. Una storia di coraggio e fortuna. La storia del “fuochista inaffondabile” sopravvissuto a sei disastri navali.

Ep. 20 / Edison e l’invenzione della sedia elettrica

C’è un inventore, un imprenditore (che è anche inventore ma ha capito che il mondo degli affari è più redditizio) e un criminale. Raccontata così, sembrerebbe l’inizio di una barzelletta. Macabra. Visto che parliamo di un criminale. Ma in questa storia, purtroppo, non c’è nulla da ridere. Perché è una storia dove si intrecciano interessi personali; invenzioni; soldi; dove i protagonisti sono disposti a tutto pur di battere la concorrenza. Una spietata competizione senza esclusione di colpi.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Il primo personaggio della nostra storia è Thomas Alva Edison. Sì, quel Edison, l’inventore della lampadina, del kinetoscopio e del fonografo, solo per citare alcune delle sue invenzioni. Tra queste ce n’è una che difficilmente immagineremmo associata al suo nome: la sedia elettrica.

Siamo negli anni 80 del 1800 ed Edison riesce finalmente a commercializzare la lampadina elettrica a incandescenza. Batte sul tempo altri inventori, tra cui l’italiano Alessandro Cruto, che avevano lavorato anni per creare lo stesso prodotto. Una volta inventata la lampadina, Edison ha bisogno di una rete elettrica. Ecco che nel 1882 brevetta il primo sistema di distribuzione dell’energia elettrica. La Pearl Street Station, la prima centrale elettrica commerciale degli Stati Uniti, è in grado di illuminare un isolato di Manhattan. Siamo ancora agli albori, ma in un paese illuminato da lampade ad olio e gas, è una rivoluzione.

Questi anni non sono però solo anni di grandi invenzioni. Edison è infatti in prima linea a combattere una guerra particolare: la “guerra delle correnti”.

Per alimentare la sue rete elettrica, sceglie di utilizzare la corrente continua, per intenderci quella che utilizziamo ancora oggi con pile e batterie. Un tipo di corrente ritenuta molto sicura per l’uomo per via della bassa tensione, circa 110 volt. Questa sua particolarità rappresentava anche un problema. Perché inviare elettricità a lunga distanza, con una tensione così bassa, era molto costoso. Affinché la sua rete funzionasse, occorreva avere diverse centrali poste nelle vicinanze degli utenti. Il tutto nel bel mezzo della città.

Ecco che sulla scena compare il secondo personaggio della nostra storia, nonché il rivale di Edison in quella “guerra delle correnti”: George Westinghouse.

Westinghouse, chi era costui? Una volta assiste di persona ad un incidente frontale fra due treni. Si cervella per trovare un modo per evitare tali tragedie. Ci riesce inventando i freni pneumatici per i treni. Questa invenzione lo rende famoso in tutto il paese. Ma è anche conosciuto per il suo fiuto per gli affari. Ha capito che la distribuzione elettrica è un’ottima occasione per far soldi. Decide però di utilizzare non la corrente continua come Edison, bensì la corrente alternata. Un’intuizione geniale perché questo sistema si rivela molto più redditizio. Sfruttando l’invenzione del trasformatore, la sua rete è in grado di trasportare l’energia elettrica a lunghe distanze con meno dispersione e costi contenuti. Nel 1887 Edison aveva già costruito 121 centrali a corrente continua; Westinghouse ne aveva 68 a corrente alternata. A conti fatti, quest’ultima era la migliore sul piano costi/benefici.

Ed è allora, in piena guerra, che Edison si gioca tutte le carte possibili per battere il suo rivale. Una competizione senza esclusione di colpi, lo abbiamo detto. Vale tutto pur di vincere. Prova dapprima a citarlo in giudizio per avergli rubato alcuni brevetti, ma senza successo. Finché un giorno non viene contattato da un dentista di Buffalo, nello stato di New York.

Questo dentista si chiama Alfred Southwick. In quel periodo una commissione di New York sta cercando delle alternative alla fucilazione e all’impiccagione. Per caso il dottor Southwick viene a conoscenza della morte singolare di George Smith. Smith licenziato dalla compagnia per la quale lavorava, la Brush Electric Light, decide un bel giorno di sabotare una centralina elettrica per vendetta. Gli va male, muore folgorato, ma è proprio quel suo modo di morire fulminato che convince Southwick, il dentista di Buffalo, che una scarica elettrica possa essere il metodo ideale per indurre una morte rapida ed indolore ai condannati a morte.

E chi ha più esperienza in materia di elettricità se non Edison? Dopo alcuni testi sugli animali, l’8 novembre 1887 invia una lettera ad Edison chiedendogli quale sia il metodo migliore per uccidere un uomo con elettrocuzione. Edison, che aveva sempre rifiutato di offrire le sue invenzioni per scopi bellici, sostiene di essere contro la pena capitale e decide di non aiutare Southwick. Ma lui non demorde. Aspetta un po’ di tempo e invia una nuova lettera. Stessa richiesta. Qual è il metodo migliore per uccidere un uomo con elettrocuzione. Questa volta la risposta dell’inventore è diversa.

Siamo in piena “guerra delle correnti”, le centrali di Westinghouse stanno proliferando, ed Edison ha un’intuizione. Risponde dicendo che il modo migliore sarebbe utilizzare una dinamo che impiega corrente alternata. Guarda caso, negli Stati Uniti, questo tipo di dinamo viene venduto proprio da Westinghouse. Secondo l’inventore, una scarica di 1000 volt ucciderebbe un uomo senza farlo soffrire.

La risposta di Edison è tanto geniale quanto crudele. Dimostrare che la corrente alternata di Westinghouse è così pericolosa, tanto da uccidere un uomo in pochi secondi, vorrebbe dire influenzare il mercato. Tutti, infatti, spaventati sceglierebbero inevitabilmente la sua di corrente, continua, ma pur sempre innocua per l’uomo.  

Edison si ritrova così a sostenere il progetto di Southwick. L’idea è quella di sostituire l’impiccagione, molto diffusa a quel tempo, con la sedia elettrica. Non solo occorre brevettarla, ma occorrono anche dei test che dimostrino la sua reale efficacia. A farne le spese, purtroppo, sono sempre gli animali. In uno dei test, al quale partecipa anche la stampa, Edison uccide con elettrocuzione un cavallo. Un esemplare di 500 kg che crolla al suolo esanime in pochi istanti. Per la stampa non ci sono dubbi. La sedia elettrica è il metodo più umano, se così si può definire, da utilizzare per le condanne a morte.

Il 4 giugno 1888 il governatore David B. Hill firma la legge. A partire dal primo gennaio del 1889, i condannati a morte dello stato di New York saranno giustiziati con la sedia elettrica. Southwick è al settimo cielo. Dirà: “Da oggi viviamo in una civiltà più evoluta”.

È così che fa il suo esordio nella nostra storia, il terzo personaggio: William Kemmler. Il 29 marzo 1889, nel suo umile appartamento, alterato dall’alcool, William colpisce ben 25 volte la sua compagna Matilda Ziegler. A causa di questo crimine tanto efferato, nel maggio dello stesso anno viene condannato a morte per omicidio. Sarà il primo detenuto della storia ad essere giustiziato con la sedia elettrica.

La notizia della condanna crea molto scalpore. La difesa sostiene che la sedia elettrica sia un modo barbaro e crudele, perfino peggiore dell’impiccagione o della fucilazione. Westinghouse si sente chiamato in causa. Non vuole che il suo nome venga associato alla sedia elettrica. Si schiera apertamente contro l’utilizzo dell’elettrocuzione e sostiene, sembra, con 100.000 $ la difesa di Kemmler.

Il 23 maggio 1890, la Corte Suprema degli Stati Uniti respinge qualsiasi ricorso e conferma la condanna prevista per il 6 agosto ad Auburn.

Nonostante fosse stato richiesto espressamente di non fornire i dettagli alla stampa e di mantenere segreti la data e il luogo dell’esecuzione, la mattina di quel 6 agosto, ad Auburn, fuori dal penitenziario, si raduna una folla numerosa. Seppur macabro, è pur sempre un evento.

Kemmler, una volta rasatogli i capelli, viene condotto nella sala per l’esecuzione. Ad assistere ci sono venti testimoni. Leggendo i resoconti del tempo, scopriamo che Kemmler è la persona più calma in quella stanza. Riesce anche a consegnare una dichiarazione: “Signori, auguro a tutti voi buona fortuna. Credo che andrò in un posto migliore. I giornali hanno scritto un sacco di cose che in realtà non sono così. Questo è tutto quello che ho da dire”. Agli addetti che lo stanno legando dice: “Fate con calma e fatelo bene. Non ho alcuna fretta”.

Sembra una scena tratta dal film “Il miglio verde” con Tom Hanks. Anche lì i condannati sono destinati alla sedia elettrica. Ma questa è la realtà. Gli addetti gli tagliano parte della veste per posizionare meglio gli elettrodi a contatto con la pelle. Completato il tutto, alle 6.43 il direttore del penitenziario saluta per l’ultima volta il condannato con un laconico: “Arrivederci, William”. Ordina al boia di azionare il generatore. 17 secondi. Tanto basta per ucciderlo. I medici si avvicinano constatandone la morte. Anzi no. Colpo di scena. Kemmler è ancora vivo. I testimoni, inorriditi, si accorgono che il suo cuore e i suoi polmoni sono tornati a funzionare. Non è cosciente ma respira in modo affannoso. Qualcuno grida: “Great God, he is alive!” (“Santo cielo, è vivo!”). Nella sala scoppia il caos. A tutti gli effetti quella condanna sta per trasformarsi in un fiasco tremendo. Un fiasco macabro per giunta. Cosa dirà la stampa?

Si decide allora di procedere con una seconda scarica. Questa volta sembra che durò almeno 4 minuti, anche se alcuni testimoni dicono solo un minuto e mezzo. Alle 6.51, dopo che Kemmler era rimasto 8 minuti su quella sedia dalla prima scossa, viene dichiarato ufficialmente morto. Nella stanza dell’esecuzione c’è un gran silenzio e un terribile fetore di carne bruciata.

Tre ore dopo il corpo di Kemmler viene sezionato durante l’autopsia. I medici confermano che durante la seconda esecuzione, il condannato fosse incosciente. L’errore non era da imputare al metodo, bensì alla macchina utilizzata.

L’esecuzione suscita inevitabilmente delle polemiche. La sedia elettrica era stata presentata da Edison come un metodo veloce ed indolore. Ma la realtà aveva dimostrato il contrario. Westinghouse, che suo malgrado vedeva il suo nome associato a quella morte, dice: “Un evento brutale. Avrebbero fatto meglio con un’ascia”. La stampa non è da meno. Per il New York Times quella esecuzione è stata una “vergogna per la civiltà”. Per il New York Herald si trattava di “tortura”. In molti pensano che quella sarà la prima e ultima volta per la sedia elettrica. Come ben sappiamo non fu così.

Nello stato di New York le condanne alla sedia elettrica ripresero il 7 luglio 1891, questa volta nella prigione di Sing Sing.

Robert Greene Elliott è passato alla storia come il boia della sedia elettrica dello stato di New York. All’attivo 400 condanne, tra cui anche quella di Sacco e Vanzetti. Era lui ad azionare il generatore. Nel suo libro dal titolo “Agente di morte: memorie di un boia” scrive: “Credo che la pena capitale non abbia alcuno scopo utile e che sia solo una forma di vendetta. Spero che non sia lontano il giorno in cui la condanna a morte diverrà fuorilegge in tutti gli Stati Uniti”. Il libro di Elliot è del 1940. Ad oggi sappiamo che la condanna a morte è ancora in vigore negli Stati Uniti d’America. La sedia elettrica non è stata bandita da tutti gli stati.

Si conclude così la storia di un inventore, un imprenditore e un assassino. Che detta così sembrerebbe l’inizio di una barzelletta. Ma come abbiamo sentito, in questa storia, purtroppo, non c’è nulla da ridere.

Siamo giunti al termine della nostra storia. Vi ringrazio per l’ascolto. Sul sito http://www.incercadistorie.com, oltre alla trascrizione dell’episodio, vi lascio le fonti consultate. Sulla “guerra delle correnti” vi consiglio il film del 2017 “Edison — L’uomo che illuminò il mondo”, con Edison interpretato dall’impeccabile Benedict Cumberbatch, per intenderci il Dottor Strange per gli amanti Marvel o Alan Turing nel film “The imitation game”.

Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast. Non dimenticatevi di seguirmi su Instagram per novità e anticipazioni.    Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Fonti per questo episodio

  • “Death in the hot seat a century of electrocutions” di John G. Leyden – The Washington Post
  • “Un duello elettrico” di Marco Consoli – Focus storia
  • “First execution by electric chair” – History.com Editors
  • ‘Great God, he is alive!’ The first man executed by electric chair died slower than Thomas Edison expected di Michael S. Rosenwald – The Washington Post
  • “La sedia elettrica ha 125 anni Colpa di un dentista (e di Edison)” – Prima Bergamo

Ep. 19 / Anna Coleman Ladd: l’artista che ridiede un volto ai soldati

L’arte al servizio della comunità. Non è solo uno slogan, perché Anna deciso di usare davvero le sue abilità artistiche per aiutare quegli uomini sfigurati che tornavano dal fronte. Questa è la storia di Anna Coleman Ladd, la scultrice che ridiede un volto ai soldati.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Ci sono mille modi per aiutare il prossimo. Uno di questi è offrire le proprie abilità. È quello che ha pensato anche la protagonista della nostra storia.

Anna Coleman Ladd nasce a Bryn Mawr, una piccola cittadina negli Stati Uniti d’America, nel 1878. Ha l’arte nel sangue e si sposta in Europa, a Parigi e Roma per la precisione, per studiare scultura. Una volta rientrata negli Stati Uniti si trasferisce a Boston dove continua i suoi studi e nel frattempo realizza alcune delle sue opere d’arte. Ritratti, busti, ninfe, diventa abbastanza nota nel campo artistico. Ma è nel 1905 che fa l’incontro che cambierà la sua vita. Si sposa con il dottor Maynard Ladd. Maynard è un medico di Boston è allo scoppio della prima guerra mondiale viene incaricato di dirigere l’ufficio della Croce Rossa americana a Toul, in Francia. È così che nel 1917 Anna si ritrova nuovamente in Francia. Questa volta non per studiare, ma per mettersi all’opera e sfruttare il suo talento di scultrice.

Decide di seguire le orme di Francis Derwent Wood, uno scultore britannico che aveva aperto nel 1916, a Londra, il “Dipartimento di Maschere per visi sfigurati”. Di cosa si trattava?

Durante il primo conflitto mondiale, tra colpi di artiglieria, esplosioni e schegge, i soldati tornavano spesso dal fronte in condizioni gravissime. I mutilati e gli sfigurati erano all’ordine del giorno. Si stima che in un solo giorno, durante la battaglia della Somme, furono circa 2000 i soldati sfigurati. Negli ospedali da campo emergevano tutti i limiti della chirurgia del tempo. Perché l’obiettivo era salvare vite, l’aspetto estetico passava in secondo piano.

Per questi soldati, resi ormai irriconoscibili, cominciava un secondo calvario. Reinserirsi nella società non era facile. Ai traumi psicologici sofferti sul campo di battaglia, si sommavano quelli causati dai danni fisici. “Quando il lavoro del chirurgo è completato, incomincia il mio. Mi sforzo, grazie alla mia abilità di scultore, di rendere il volto di un uomo il più simile possibile a come appariva prima che fosse ferito” dirà Wood spiegando il perché del suo Dipartimento. Prendendo spunto dalle foto dei soldati prima della guerra, crea maschere metalliche su misura che riproducono il volto del soldato. Le maschere, queste protesi create da Wood, nascondono i volti deturpati aiutando sul piano psicologico il paziente. I soldati si sentono più sicuri, sono in grado di guardarsi un’altra volta allo specchio senza cadere nello sconforto. La loro presenza non è più fonte di malinconia o tristezza.

A detta dei soldati, un volto sfigurato era la peggior cosa che potesse capitare. Non a caso negli ospedali, specialmente nei reparti che accoglievano pazienti con il volto deturpato, non vi erano specchi. Le maschere di Wood li aiutavano a evitare quello che chiamavano “Effetto Medusa”. Chi guardava per la prima volta i loro volti sfigurati rimaneva spesso impietrito a fissarli.

Quanto fatto da Wood convince Anna Coleman Ladd a fare lo stesso dall’altra parte della manica. Apre a Parigi lo “Studio per le maschere-ritratto”. Si tratta di un’operazione studiata fin nei minimi dettagli. Il primo elemento è l’aspetto psicologico. Situato nel quartiere latino di Parigi, lo Studio è ampio e luminoso. Alle pareti bandiere e manifesti. Le stanze sono piene di fiori. Lo Studio, infatti, non deve intimorire ma accogliere questi poveri reduci dal fronte. Il secondo elemento è ricreare nel modo più fedele possibile i volti dei soldati.

La prima fase prevede la realizzazione di un calco in gesso del viso. Una volta ottenuto, la Ladd insieme ai suoi aiutanti, può passare alla seconda fase: la creazione della maschera.

Questa era realizzata in rame zincato, era spessa come un biglietto da visita e poteva pesare tra i 100 e 250 grammi a seconda della porzione di viso che doveva coprire. Spesso sostenuta dagli occhiali, veniva modellata sul volto del soldato. Se infatti occorreva ricostruire un occhio ad esempio, la Ladd con perizia e scalpello, ricreava un occhio aperto che fosse il più possibile simile a quello intatto. Una sfida sul piano artistico era rappresentata dai colori. Compito dell’artista era anche ricreare un colore simile a quello della pelle. Un colore che non si notasse molto durante una giornata soleggiata o nuvolosa. Inizialmente la Ladd utilizza colori ad olio, ma l’effetto e la resa non convincono. Ecco allora che opta per uno smalto lavabile con un color carne. Per dare un effetto ancora più realistico, dettagli come sopracciglia, ciglia e baffi vengono fatti con capelli veri. Per realizzare una maschera occorreva all’incirca un mese.

Il risultato finale è straordinario. Per fortuna ci sono ancora foto di questi soldati e dei loro volti prima e dopo. Le foto sono spesso in bianco e nero, dunque ci risulta difficile apprezzare l’aspetto cromatico, ma restiamo a bocca aperta nel vedere come il viso di un uomo ormai irriconoscibile fosse tornato alla normalità grazie all’abilità di quest’artista.

Come nel caso di Wood, anche le maschere della Ladd ebbero un impatto notevole sul piano psicologico dei pazienti. Spesso i soldati le inviavano delle lettere per ringraziarla. In una di queste, un soldato scrive: “Grazie. Finalmente avrò una casa. La donna che amo diventerà mia moglie”. C’è anche una foto di un gruppo di soldati che festeggia il Natale del 1918 nello studio di Parigi.

Purtroppo dei soldati che utilizzarono queste protesi non si hanno molte notizie. Alla fine del 1919, lo Studio della Ladd avrebbe prodotto oltre 180 maschere. Un grande risultato, seppur esiguo confrontato con i bilanci della guerra. Secondo una stima della stessa Ladd, tra i soldati americani circa trecento uomini avrebbero avuto bisogno di queste protesi.

Poche maschere sono sopravvissute. Probabilmente furono sepolte insieme ai soldati. La durata media di una maschera oscillava tra uno e due anni, a seconda dell’utilizzo. La Ladd, in uno dei suoi diari, racconta di aver rincontrato uno dei suoi primi pazienti che ancora indossava la maschera originale nonostante fosse ormai distrutta ed orribile alla vista.

Nel 1920, lo studio di Parigi inizia ad essere smantellato. Il governo francese avvia programmi ad-hoc per assistere i reduci. Il dipartimento di Wood era stato sciolto un anno prima. Una volta firmato l’armistizio, Anna Coleman Ladd ritorna negli Stati Uniti d’America. Qui continua ad occuparsi di arte raccontando nelle innumerevoli interviste del suo Studio parigino. Nel 1932, sette anni prima della sua morte, sarà nominata Cavaliere della Legion d’Onore francese.

“Guarda sempre un uomo dritto in faccia. Ricorda che sta guardando la tua faccia per vedere come reagirai”. Queste sono le parole di una suora pronunciate alle sue infermiere in un ospedale da campo durante la prima guerra mondiale.

Siamo giunti al termine della nostra storia. Vi ringrazio per l’ascolto. Come sempre, sul sito http://www.incercadistorie.com, oltre alla trascrizione dell’episodio, vi lascio le fonti consultate dove potete trovare anche le foto di alcuni soldati. Vi lascio il link di un video dove si può ammirare la Ladd insieme ai suoi aiutanti intenti a creare le maschere. Se poi vi trovate a passeggiare per Boston, nel giardino pubblico, potete vedere una delle sue sculture. Si tratta della fontana dei Triton Babies.  

Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast. Vi ricordo di seguire la pagina su Instagram.    

A proposito di social, un ringraziamento agli iscritti su YouTube e sul profilo Instagram. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Fonti per questo episodio

– “Faces of War” di Caroline Alexander – Smithsonian Magazine

– “Anna Coleman Ladd: art helping veterans” di Diana Seave Greenwald – Gardner Museum

– “Anna Coleman Ladd” – The Smithsonian Institution

– VIDEO Anna Coleman Ladd’s Studio for Portrait Masks in Paris

Un anno di In cerca di storie

Il 12 gennaio di un anno fa pubblicavo il primo episodio di In cerca di storie. Era la storia di Nellie Bly, una storia di coraggio e determinazione. Scelsi Nellie Bly perché fui colpito fin da subito dalla sua figura. Sempre controcorrente, pronta a dimostrare a tutti il suo valore, anche quando la società e il mondo le dicevano di farsi da parte e rimanere nell’ombra dell’anonimato. Accontentarsi o sfidare la sorte? Un po’ mi rispecchio in lei. Avrei potuto tenere per me le storie che leggevo e scoprivo. E invece ho deciso di condividerle con voi. Unendo la mia passione per la Storia con quella per il giornalismo.

Così è nato In cerca di storie. Un podcast interamente autoprodotto. Non è ancora il mio lavoro. È una passione ma chissà, mai dire mai.

In questo anno ho raccontato le storie più disparate: dallo scandalo del manzo imbalsamato alle gesta di Alfonsina Strada, la prima donna al Giro d’Italia, passando per le avventure di Jane Dieulafoy.

Storie spesso dimenticate e poco conosciute, alcune non valorizzate a dovere. È questo lo scopo del podcast. Non vi racconterò di come è scoppiata la Seconda Guerra mondiale, ma di sicuro vi racconterò la storia di personaggi secondari che hanno lasciato una impronta enorme. Penso al contadino Franz Jägerstätter e il suo no ad Hitler.

Se questo podcast ha superato il primo anno e guarda con fiducia al futuro è grazie anche a voi che state leggendo. Un grazie a tutti coloro che hanno dedicato il loro tempo ad ascoltare le puntate del podcast, a seguirmi su Instagram, Twitter, WordPress e YouTube. Una piccola comunità che si allarga lentamente. Vi lascio con le parole di Richard Bach dal libro “Il gabbiano Jonathan Livingston”. Che siano parole utili per darvi la forza di mollare tutto, anche la paura di fallire, e seguire i vostri sogni. Come ho fatto io con questo podcast. Grazie.

“La vita ha una ragione! Possiamo elevarci dall’ignoranza, possiamo scoprirci creature straordinarie, intelligenti e capaci. Possiamo essere liberi! Possiamo imparare a volare!”

Il gabbiano Jonathan Livingston – Richard Bach

Ep. 18 / Ignaz Semmelweis: il “salvatore delle madri”

Il dottor Ignaz vuol capire e fermare la morte di tutte quelle madri ricoverate nel reparto di ostetricia dell’ospedale di Vienna. Non sa che di lì a poco scoprirà qualcosa in grado di cambiare per sempre la medicina e salvare milioni di vite: l’importanza di lavarsi bene le mani. Questa è la storia di Ignaz Semmelweis, il “salvatore delle madri”.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Lavarsi bene le mani. Quante volte abbiamo sentito ripetere queste parole. Tv, giornali, social, tutti a spiegarci come lavare le mani. Sembra una cosa banale eppure negli ultimi anni ne abbiamo riscoperto l’importanza. È stata forse proprio la banalità del gesto a creare qualche problema al suo scopritore.

La storia del dottor Semmelweis non è molto conosciuta. Il suo nome ai più non dirà niente. Nel marzo del 2020, in piena pandemia, Google gli dedicò un doodle, l’animazione temporanea del suo logo sulle home page per commemorare festività, eventi e personaggi storici. Si vede il dottor Semmelweis cronometrare le sei fasi del lavaggio delle mani. Ma come arrivò a questa geniale intuizione?

Di Ignaz Semmelweis sappiamo che nasce a Budapest, in Ungheria, nel 1818. Figlio di un ricco droghiere, cresce in un ambiente frequentato da mercanti di origine tedesca dove frequenta scuole cattoliche. Si iscrive all’Università di Vienna per studiare legge, ma passa a medicina dopo un anno, per fortuna diremmo, laureandosi nel 1844.

La storia della sua scoperta inizia due anni dopo. Il 1° luglio 1846, all’età di 28 anni, è nominato Primo Assistente (l’equivalente di un primario) nel reparto di Ostetricia dell’Ospedale Generale di Vienna. Il reparto è composto da due divisioni. Lui lavorerà nella prima, quella destinata ai medici e agli studenti di medicina. La seconda invece è assegnata alle ostetriche.

Gli ospedali, nel XIX secolo, erano molto spesso luoghi di morte più che di cura. Era più sicuro subire un intervento a casa che in ospedale, dove i tassi di mortalità erano da 3 a 5 volte più alti di quelli registrati tra le mura domestiche. Ma farsi curare a domicilio costava molto e non tutti potevano permetterselo. Ecco che gli ospedali, tra infezioni e negligenze, diventavano luoghi pericolosi non solo per i pazienti ma anche per dottori e studenti.

In questo ambiente si muove il dottor Semmelweis. L’ Ospedale Generale di Vienna, infatti, non è da meno. Nel reparto di Ostetricia gestito da medici e studenti di medicina, tra il 13 e il 18% delle nuove madri moriva di una misteriosa malattia nota come “febbre del parto” o “febbre puerperale”. In un’epoca dove i chirurghi consideravano il pus come un fattore naturale del processo di guarigione, questi dati non allarmavano. Le origini delle infezioni non erano ancora chiare e i medici, spesso, facevano fatica a scrollarsi di dosso le antiche credenze medievali. L’origine delle malattie infettive era spiegata ancora con la teoria degli umori e dei miasmi. Invisibili particelle velenose che si spostavano nell’aria ed attaccavano l’uomo.

Nell’Ospedale di Vienna però c’è un dato che sorprende Semmelweis. Se nel reparto gestito da medici e studenti i tassi di mortalità sono alti, in quello gestito dalle ostetriche non è così. La percentuale della prima divisione era il triplo della seconda. C’era qualcosa nel reparto delle ostetriche che bloccava l’insorgere della febbre puerperale.

Semmelweis, attraverso delle autopsie, studia in modo meticoloso i corpi delle madri decedute e gli effetti della febbre. La soluzione arriva in modo casuale.

Nel marzo 1847 è di ritorno da una vacanza a Venezia. È sconvolto dalla notizia della morte del suo amico Jakob. Il professor Jakob era un patologo forense ed era morto di sepsi dopo che un suo studente gli tagliò accidentalmente un dito durante un’autopsia. Semmelweis chiede di poter studiare anche il corpo del suo amico e scopre alcune analogie con quanto visto sui corpi delle madri morte a causa della febbre puerperale. Per lui non ci sono dubbi: c’è qualcosa che lega entrambe le morti. Decide di analizzare e studiare i due reparti. Si accorge di un piccolo ma fondamentale dettaglio. Nella prima divisione, i medici e gli studenti fanno nascere i bambini dopo aver effettuato operazioni o autopsie, mentre nel secondo le ostetriche non sono coinvolte nelle operazioni chirurgiche. Per Semmelweis sono i medici stessi che, non lavandosi le mani, portano in reparto quel qualcosa che provoca la febbre puerperale.

Le scoperte di Pasteur sono ancora lontane, ma la sua intuizione è geniale. Nel maggio 1847 ordina a medici e studenti di disinfettarsi le mani con una soluzione di cloro. Con questa procedura i tassi di mortalità nella prima divisione scendono dal 18,27% all’1,27% e nel marzo e nell’agosto del 1848 nessuna donna muore di parto nella sua divisione.

In un mondo normale e perfetto, il dottor Semmelweis diventerebbe l’eroe del momento. Medici e accademici userebbero il suo metodo trasformando radicalmente gli ospedali. Invece, come già abbiamo scoperto per altre storie raccontate in questo podcast, all’eroe non viene mai riconosciuto il giusto merito.

Il suo metodo viene definito fin da subito banale. Nonostante gli effetti siano sotto gli occhi di tutti, il mondo della medicina rimane scettico sulla sua reale efficacia. In aggiunta, considerare i medici come la causa della febbre puerperale vorrebbe dire screditare la categoria, soprattutto se messa a confronto con le ostetriche che non avevano la stessa preparazione dei medici.

Nel 1849 viene perfino licenziato. La comunità accademica fa muro e rifiuta le sue candidature per la cattedra di ostetricia. Nel 1850 trova lavoro presso l’ospedale di Pest. In sei anni applica ancora il suo metodo riducendo il tasso di mortalità allo 0,85%, mentre a Praga e Vienna il tasso oscillava tra il 10% e il 15%.

La comunità ungherese appoggia i suoi metodi mentre Vienna continua ad essergli ostile. Nel 1861 pubblica la sua opera principale sulla febbre puerperale. Neanche questo cambia la sua posizione. La comunità accademica è riluttante a credere nei suoi metodi. Medici e scienziati lo ignorano o definiscono la sua teoria puro vaneggiamento.

Inizia così un periodo difficile della sua vita dove si ritrova spesso a scontrarsi con i suoi colleghi. I toni delle sue lettere diventano polemici e minacciosi. Nel 1865 il triste epilogo: viene internato in manicomio.

Tutto quello che accade dal 1865 in poi è ancora avvolto nel mistero. Diverse teorie provano a ricostruire il prima e dopo del suo internamento. In una lettera del 29 luglio 1865 scritta dal professore di chirurgia dell’Università di Pest Janos Balassa, il dottor Semmelweis viene descritto come mentalmente instabile e non più in grado di lavorare. L’unica soluzione è l’internamento in un manicomio di Vienna. La lettera è firmata anche dal dottor Wagner e dal dottor Bokai, quest’ultimo, un pediatra, l’unico dei tre ad aver visitato personalmente Semmelweis. Non solo Wagner e Balassa non lo avevano visitato prima di firmare l’ordine per il suo internamento, ma il professor Balassa si era da sempre schierato contro il suo metodo di disinfezione. A rendere il tutto ancora più inusuale, il fatto che nessuno psichiatra o specialista visitò Semmelweis.

Ma le stranezze non finiscono qui. Semmelweis era diretto verso un centro termale nel sud della Germania per un trattamento. Il suo viaggio però viene stravolto una volta giunto alla stazione di Vienna. Qui viene condotto a sua insaputa non nel manicomio menzionato nella lettera, ma in uno pubblico. Non uno dei migliori a Vienna, soprattutto considerando la caratura del paziente. Viene ammesso senza nessuna visita. Questo alimenta altri dubbi circa la sua reale condizione di malato mentale.

Una volta dentro, Semmelweis prova a scappare ma ben sei guardie lo bloccano, gli mettono la camicia di forza e lo rinchiudono in una cella al buio.

Circa la sua permanenza in manicomio c’è un documento redatto da più persone che lavoravano all’interno della struttura. Un rapporto pieno di errori e incongruenze, dove le informazioni sono spesso distorte o ritrattate. Contiene il resoconto di soli nove giorni, e non dei quindici totali. Nessuna notizia su chi lo esaminò, accettò nella struttura o fu responsabile del suo caso. Ci sono poi inquietanti dettagli sulle sue condizioni di salute riportati con non curanza. Il 4 agosto, ad esempio, leggiamo nel rapporto di alcune piaghe sulle cosce che erano presenti già da giorni. Se scorriamo però le pagine del rapporto e leggiamo cosa accadde prima di quel 4 agosto, non c’è nessuna traccia di queste piaghe.

Viene descritto spesso in stato confusionale, delirante ed aggressivo. Sulla sua morte sappiamo che avviene la sera del 13 agosto 1865. Anche qui le notizie e le informazioni lasciano parecchi dubbi. Semmelweis era cattolico, ma secondo il rapporto nessun prete fu chiamato per dargli l’estrema unzione. Morì molto probabilmente di sepsi. Alcune teorie sostengono che ad infettarsi fu una vecchia ferita alla mano che si procurò durante un’operazione. Secondo altre, l’autopsia a cui fu sottoposto il suo corpo evidenziò diverse lesioni interne e ferite che si infettarono. Segni dei pestaggi in manicomio da parte delle guardie. Sembra uno strano scherzo del destino, dove il medico che si batte per combattere e prevenire le infezioni, muore proprio di sepsi.

Eroe o martire? La sua figura sarà rivalutata, per fortuna, anche da alcuni insigni colleghi tra cui Joseph Lister, il padre dell’antisepsi moderna, colui che cambierà per sempre il mondo della chirurgia. Semmelweis è stato un precursore. Prima ancora delle scoperte di Pasteur, aveva messo il mondo della medicina sulla buona strada. Ancora oggi viene soprannominato “il salvatore delle madri”. Grazie alla sua intuizione abbiamo imparato che un gesto semplice e banale come lavarsi le mani può salvare delle vite. Allora come oggi.

Siamo giunti al termine di quest’episodio, vi ringrazio per l’ascolto. Sulla storia di Ignaz Semmelweis ci sono diversi libri. Sul sito incercadistorie.com, oltre alla trascrizione dell’episodio, trovate anche le fonti consultate.

Se siete interessati al tema della chirurgia nel XIX vi consiglio il libro dal titolo “L’arte del macello. Come Joseph Lister cambiò il mondo raccapricciante della medicina vittoriana” scritto da Lindsey Fitzharris. Nel libro si parla ovviamente anche di Semmelweis e della sua fondamentale scoperta.

Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast nonché su Instagram e Twitter. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Libri e fonti per questo podcast

  • “L’arte del macello. Come Joseph Lister cambiò il mondo raccapricciante della medicina vittoriana” di Lindsey Fitzharris e tradotto da Roberto Serrai – Bompiani
  • “Chi era Ignaz Semmelweis” – Focus
  • “The man who discovered that unwashed hands could kill — and was ridiculed for it” di Meagan Flynn – The Washington Post
  • “Ignaz Semmelweis” di Imre Zoltán – Encyclopaedia Britannica
  • “Ignaz Semmelweis and the birth of infection control” di M Best e D Neuhauser – BMJ Journals
  • Kadar N, Romero R, Papp Z. Ignaz Semmelweis: the “Savior of Mothers”: On the 200th anniversary of his birth. Am J Obstet Gynecol. 2018;219(6):519-522. doi:10.1016/j.ajog.2018.10.036
  • CARTER, K. C., ABBOTT, S., & SIEBACH, J. L. (1995). Five Documents Relating to the Final Illness and Death of Ignaz Semmelweis. Bulletin of the History of Medicine, 69(2), 255–270. http://www.jstor.org/stable/44444549

La lettera di Natale dimenticata

Un modo originale per augurarvi buone feste è riportarvi e raccontarvi la storia di una lettera.

Una lettera speciale scritta da Vincenzo Fugalli, sottotenente degli Alpini, la notte di Natale del 1942. Enzo, come si firma nella lettera, impegnato sul fronte russo, decide di mandare gli auguri alla sua famiglia in Italia. Quella lettera, così come tante altre scritte dal fronte, non arriverà mai. È stata trovata per caso nel febbraio 2021, 79 anni dopo, da Olga mentre metteva a posto i libri sulla guerra lasciati dal padre che, per tutta la vita, ha cercato testimonianze e corpi di italiani che combatterono sul fronte russo. Grazie a ricerche, tv e social, Olga è riuscita a consegnare finalmente la lettera alla famiglia del sottotenente Fugalli. Per l’esattezza a sua nipote Serena.

Nato a Barletta il 1° settembre del 1919, Enzo Fugalli morirà a 23 anni, soltanto un mese dopo quella lettera, il 26 gennaio del 1943, giorno della battaglia di Nikolaevka. Il suo corpo non è stato mai ritrovato.

A quasi 80 anni di distanza, le parole di Enzo Fugalli colpiscono ancora. Perché nonostante siano state scritte durante l’orrore della guerra, in quella campagna di Russia da cui oltre 90000 italiani non fecero ritorno, sono parole di speranza, vitalità e fiducia nel futuro. “Qui si diventa buoni. Buon Natale, pace tanta, Enzo”.

Il testo integrale della lettera:

Carissimi, perdonate il ritardo inevitabile di questa mia: dovevo scrivere ancora da una settimana fa, quando un colpo improvviso ci ha fatto levare le tende e mettere in cammino per altri lidi. Cammina, cammina e la lettera deve ancora partire. Finalmente arriviamo a destinazione: nuove responsabilità, nuovi pensieri, nuovi compiti, nuove sistemazioni; finché quando si può tirare il fiato, si tira fuori anche la lettera e si scrive… Così come ho fatto adesso. Vi dicevo che questa vita mi piace affatto perché è piena di imprevisti e di sorprese. Oggi siamo qui, domani siamo là, con uno spirito di adattamento così assoluto da farci invidiare dagli stessi nomadi di professione. Siamo giovani e il nuovo, con qualunque aspetto ci si presenti, ci sembra bello e desiderabile. Tutto questo per dirvi che sono contento di aver cambiato, anche se ora la vita è meno comoda di quella di prima, anche se il senso di responsabilità si fa più serio e più accorto; qui per la prima volta mi sento uomo responsabile del benessere di altri uomini.. E non mi sono mai sentito più orgoglioso e più fiero e più tranquillo di adesso. Sarei felice se sapessi che tra di voi ci fosse soltanto un poco della mia tranquillità. Siate sereni: ho la convinzione assoluta che non mi potrà mai capitare niente anche se camminiamo in mezzo alle mine e se andassi a cento assalti. È proprio così: io sento che mi andrà tutto bene, qualunque cosa capiti, e voi sapete che questi intimi, profondi presentimenti non sbagliano mai… Non crediate per questo che io sia imprudente e non accorto: la testa l’ho sempre ben piantata sulle spalle e mi serve per pensare prima quello che devo fare dopo. Qui per ora è tutto calmo, si aspetta, si sta all’erta, ci si fortifica, e si desidera che qualche russo venga a ficcare il naso ogni tanto nel reticolato: purtroppo questo non è ancora accaduto ma continuiamo a sperare. La soddisfazione che provo ad essere il capo, il confidente, l’amico di questi ragazzi magnifici sarà certamente la più bella di tutta la mia vita. Meno mangiano e più lavorano, meno dormono e più sono svegli, quando il sacrificio è maggiore, maggiore è la loro allegria. Non si potrà mai parlare abbastanza bene di questi affetti. Ormai mi vogliono bene, cominciano a stimarmi, hanno fiducia di me: è perché sentono il mio affetto, la mia stima, la mia fiducia. Vorrei raccontarvi di ognuno di loro perché uno è migliore dell’altro. Ho ragazzini di appena vent’anni e reduci dell’Africa, dell’Albania, della Francia, del Montenegro, molti hanno già famiglia, molti raccontano dei figli lontani ma nel dovere, nel servizio gravoso, nell’obbedienza, nella compassione reciproca. Sono tutti uguali, sono tutti alpini. Questa è la notte di Natale, sto scrivendo intanto nel ricovero che è attiguo al mio, stanno intonando la Pastorella e si dimenticano persino del rancio che tarda ad arrivare. Fuori nevica forte, si vede che il Bambino deve nascere anche qui, l’ambiente è quanto più propizio e suggestivo. Le vedette hanno un po’ freddo e molta nostalgia, vado fuori… È un chi va là continuo che si ripete lungo tutta la trincea, rispondo sempre con le stessa parola, la sola che lasci il passaggio: “Bruto Guadagnini, in gamba” “Sei tu Careggio? Tira gli occhi” “Paco Leali, stai attento che questo è un posto delicato”. Poi rientro al mio ricovero e sul tavolo ben stesa c’è una busta bianca: “S.t. Fugalli signor Enzo” – apro e sono gli auguri della mia squadra e sono tanto contento. Domani quando sarà giorno e potremo finalmente provare un po’ a dormire pur con le eterne scarpone ai piedi, sognando il Bambino e il nostro sogno sarà roseo e innocente come quello dell’infanzia. Qui si diventa buoni. Buon Natale, pace tanta, Enzo

Ep. 17 / Il sogno di Vavilov: sconfiggere la fame nel mondo

Leningrado. Russia. Gennaio 1944. Dopo novecento giorni di assedio da parte delle truppe naziste la città è allo stremo. Cibo e acqua sono introvabili. Eppure in quella città ormai sull’orlo del tracollo, tra bombe e disperazione, c’è un vero e proprio tesoro. Una scorta di centinaia di migliaia di semi e tonnellate di patate, riso e cereali, nascosta e custodita gelosamente. Sorvegliata da scienziati che hanno promesso di difendere a tutti i costi il frutto del loro lavoro. Sono così devoti alla causa del loro capo da lasciarsi morire di fame piuttosto che toccare quel tesoro. Il loro capo non è Stalin, bensì un botanico noto in tutto il mondo e sparito negli abissi della dittatura sovietica. Questa è la storia di Nikolaj Vavilov, l’uomo che voleva sconfiggere la fame nel mondo.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

La storia di Nikolaj Vavilov si lega a doppio filo a quella del suo Paese d’origine: la Russia. Un Paese immenso dalle mille contraddizioni. Dove la politica allunga i suoi tentacoli in ogni ramo della società. Anche la scienza non è immune. Soprattutto se lo scienziato ha in mente un progetto grandioso che potrebbe avere effetti sconvolgenti sul mondo intero.

Il suo progetto è alquanto ambizioso: sconfiggere la fame nel mondo. Per farlo pensa di sfruttare le recenti scoperte scientifiche nel campo della genetica applicata alle piante. Cercare e selezionare tipi di piante in grado di crescere e resistere in luoghi dove mai sarebbero sopravvissute. Un intento nobile. Ma, come detto, la scienza in Russia deve fare i conti con la politica. Deve fare i conti, soprattutto, con il suo padre padrone Josif Stalin. Tra i due ci sono visioni differenti. Vavilov sostiene di aver bisogno di almeno dieci anni per ottenere finalmente piante in grado di sopravvivere in qualsiasi habitat; Stalin gliene dà 4. Ma Vavilov non si arrende. La sua passione lo porta a sfidare apertamente il dittatore sovietico.

Riavvolgiamo il nastro e lasciamo da parte per un attimo lo scontro tra lo scienziato e il dittatore. Come si è arrivati a quello scontro? Da dove nasce quella sua ardente passione per le piante e la scienza tanto da mettere a repentaglio la sua vita? Per scoprirlo occorre ripercorrere la sua storia. Partendo dalla sua infanzia in una Russia ben diversa da quella sovietica.

Nasce a Mosca il 25 novembre 1887. Sulla carta la sua è una famiglia numerosa. Sulla carta, perché in realtà dei sette figli di Alexandra e Ivan ne sopravvivono solo tre: Nikolaj, Sergei e Alexandra. Durante la sua infanzia un evento tragico sconvolge il Paese: la carestia. Tra l’ottobre del 1891 e l’estate del 1892 muoiono circa mezzo milione di persone. L’inverno, con temperature oltre i -31 gradi, non fa altro che peggiorare la situazione. L’epidemia di Colera dà il colpo di grazia.

La carestia del 1891 non resterà un evento isolato. In Russia la carestia si ripresenta a più riprese. Che ci siano gli zar o il regime sovietico poco cambia. La popolazione, specie i contadini più poveri, si trovano spesso a fare i conti con la fame. Per Nikolaj si tratta di eventi traumatici ma allo stesso tempo fanno da stimolo alla sua passione.   

Ivan ha in mente per i due maschi una carriera nel mondo del commercio e degli affari, ma i due hanno ben altro per la testa. Sono affascinati fin da piccoli dalla scienza. Vavilov nel tempo libero si diletta in alcuni esperimenti. Suo fratello Sergei gli fa spesso da aiutante. C’è un esperimento che avrà conseguenze sulla sua vita. A scuola ha imparato come produrre l’ozono. Decide di riprodurre lo stesso esperimento a casa. Ruba dal laboratorio gli ingredienti necessari e una volta in camera sua prova a rifarlo. Qualcosa però non va nel verso giusto. Il composto esplode ferendolo all’occhio sinistro. Il dottore, intervenuto sul posto, non può far molto. Nikolaj avrà per tutta la vita un leggero disturbo visivo e non sarà mai in grado di mettere a fuoco dall’occhio sinistro. Questo incidente non lo scoraggia. La sua passione per la scienza è forte e dice al padre di voler diventare un biologo. Suo fratello Sergei invece un fisico.

È così che Vavilov frequenta l’Accademia Agricola di Mosca, allora conosciuta con il suo vecchio nome di Petrovka. Si mette in mostra fin da subito. È un allievo instancabile. Passa ore in laboratorio e sul campo. Conduce esperimenti e spedizioni per studiare le malattie che colpiscono l’avena, il grano e l’orzo. Nonché capire il sistema immunitario delle piante.

Diplomatosi nel 1911, decide di allargare i confini della sua ricerca. Un buon scienziato che si rispetti deve confrontarsi con i suoi colleghi. Meglio ancora se all’estero. Nel 1913 lascia la Russia per viaggiare in Francia, Germania e Inghilterra. Qui, Vavilov ha l’onore di mettere piede nella biblioteca di Charles Darwin ospitata nell’Istituto Botanico di Cambridge. La teoria dell’evoluzione delle specie animali e vegetali per selezione naturale affascina Vavilov al punto da ritenerla uno dei pilastri della sua ricerca scientifica. Un altro incontro, sempre in Inghilterra, influirà sulla sua carriera. Conosce il famoso genetista William Bateson il quale lo avvicina allo studio delle teorie di Mendel. È proprio il professor Bateson ad incoraggiarlo nel suo ambizioso progetto: condurre spedizioni in tutto il mondo per raccogliere le varietà di semi e studiarne le proprietà.

Il suo soggiorno in Europa non può continuare a lungo. Nell’agosto del 1914 è costretto a tornare in patria a causa dello scoppio della prima guerra mondiale. Vavilov spedisce in patria via nave libri, semi e campioni raccolti durante il suo soggiorno europeo. La nave però viene affondata dai tedeschi. Anche la scienza non è immune alla guerra.

Ricordate l’esperimento di Vavilov con l’ozono? In quell’agosto del 1914 proprio quell’esperimento andato male gli salva la vita. Il problema all’occhio sinistro lo esenta dal servizio militare. Vavilov coglie l’occasione per continuare i suoi studi riuscendo a scoprire un tipo di grano in grado di resistere ai funghi.

Nell’estate del 1916 Vavilov viene arruolato. Non per combattere, in fondo quel problema all’occhio non glielo permetterebbe, ma per offrire la sua esperienza e conoscenza come botanico. È uno dei più giovani e talentuosi scienziati in circolazione e lo zar ha bisogno di lui per risolvere un mistero.

Le truppe russe stanziate sul fronte persiano non sono in grado di combattere. I soldati si ammalano spesso, sono storditi e soffrono di vertigini. La causa sembra il pane locale. C’è qualcosa in quel pane e nella sua farina che sta pian piano indebolendo l’esercito.

Vavilov rassicura i suoi cari. Non starà via molto tempo. In fondo lui non andrà a sparare ai turchi o ai tedeschi. Deve risolvere quel mistero e perché no continuare a raccogliere semi e piante per la sua collezione.

Il mistero viene risolto anzitempo. Perché Vavilov arriva in Persia con la soluzione in tasca. Durante i suoi anni alla Petrovka aveva già studiato la pericolosità di una pianta infestante nota con il nome di Lolium temulentum (o Zizzania) che colpiva le messi. L’alto potere intossicante, da qui il termine temulentum (ubriacante), era conosciuto fin dall’antichità. Ingerire farine contaminate dal fungo che infestava queste piante provocava emicranie, vertigini, vomito ed oscuramento della vista.

Risolto il mistero può dedicarsi alle sue spedizioni. Non tutto fila liscio. Nonostante le grandi scoperte sul campo, come un tipo di riso di eccellente qualità, i suoi movimenti sono spesso ostacolati dai cosacchi. La guerra non è ancora terminata e uno scienziato che va in giro con appunti e libri in tedesco e inglese desta più che un sospetto. Viene detenuto tre giorni e rilasciato solo dopo aver ricevuto la conferma da Pietrogrado che non si tratta di una spia. Finalmente le sue spedizioni possono continuare.

Il 1916 resta un anno di grandi scoperte. I suoi viaggi in Asia, in Iran, Turkmenistan e Tagikistan, spesso avventurosi e pericolosi, gli permettono di scoprire nuove varietà di frumento, alcune delle quali in grado di crescere ad altitudini impensabili. Nell’autunno di quello stesso anno ritorna a Mosca. La prima guerra mondiale è solo il preludio ad un altro grande cambiamento in Russia. Il 1917, infatti, è l’anno della rivoluzione d’ottobre. Da quel momento in poi la Russia non sarà più la stessa.

Nell’estate del 1917 Vavilov accetta l’offerta dell’Università di Saratov, una città nel sud della Russia. Arriva un mese prima dello scoppio della rivoluzione e trova una città nel caos. I beni di prima necessità scarseggiano e Saratov pullula di disperati e soldati ubriachi. Le epidemie di tifo e colera rendono il tutto ancora più drammatico.  

L’università sembra un luogo immacolato, ancora intatto nonostante i grandi avvenimenti che stanno sconvolgendo il paese. Vavilov prova in tutti modi a tenere la politica fuori dalle aule. La comunità botanica non deve immischiarsi in affari che non la riguardano. Ma la scienza come abbiamo detto non è immune alla politica. E la rivoluzione travolge tutti.

Il padre di Vavilov è costretto all’esilio in Bulgaria. Le confische e nazionalizzazioni di beni e terreni acuiscono la grave crisi che era nata durante gli anni della guerra. Vavilov è costretto a spostare i suoi studi sulle messi dalla facoltà di agronomia ad una fattoria molto lontana dall’università.

In questo periodo complicato, riesce sempre a trovare del tempo da dedicare alla sua formazione. In una città devastata dalla rivoluzione e dalla fame, convince un professore ad impartirgli lezioni di latino. Non possedendo denaro, lo paga con le verdure e i cereali presi dalla fattoria dell’Università.

Circa un anno dopo riceve un incarico importante: occuparsi dell’Agenzia di Botanica applicata a Pietrogrado, oggi San Pietroburgo. Anche qui la crisi morde. Il primo impatto con gli uffici dell’Agenzia è traumatico. Le stanze sono fredde, l’impianto di riscaldamento è rotto e i tecnici, stremati dalla fame, hanno divorato le scorte custodite nel magazzino. Per Vavilov la situazione è peggiore di quella trovata a Saratov. A complicare il tutto, l’esodo in massa degli scienziati più talentuosi verso l’Europa e gli Stati Uniti d’America. Le menti più brillanti, spaventate dagli esiti incerti della rivoluzione, cercano riparo all’estero. Ci sono però anche buone notizie. Lenin infatti sostiene il progetto di Vavilov. Vengono finanziate spedizioni all’estero per raccogliere i semi da portare poi in Russia dove saranno analizzati.

Nel 1921 Vavilov va negli Stati Uniti. A New York incontra il genetista e biologo Thomas Hunt Morgan, futuro premio Nobel per la Medicina, che sta portando avanti i suoi studi sulla teoria cromosomica dell’ereditarietà. Allarga le sue conoscenze ma allo stesso tempo fa incetta di semi. In un mese riesce a comprarne oltre seimila pacchi da 26 diverse aziende. Ottiene da una riserva di indiani del mais che cresce solo nel Wisconsin. Una volta ritornato in patria, viene accolto con gli onori dal governo sovietico. Le 61 scatole di semi sono un bottino prezioso. Nel suo viaggio di ritorno fa tappa anche in Inghilterra per incontrare i suoi amici di Cambridge. Lì raccoglie anche alcuni campioni di grano provenienti da Spagna, Portogallo e Afghanistan.

Tre anni dopo, nel giugno del 1924, Vavilov va proprio in Afghanistan. Qui si trova una delle più grandi varietà al mondo di grano. Il soggiorno non è facile. I viaggi a cavallo da una città all’altra devono essere sempre scortati dai militari. Tra sentieri impervi, bande di criminali e incidenti diplomatici, rischia spesso la vita per accrescere la sua collezione. Come per l’esperienza in America anche questa viene celebrata, una volta rientrato, dal governo sovietico. Riceve per l’occasione il premio Lenin per i servizi prestati all’Unione Sovietica. Dopo gli Stati Uniti e l’Asia per Vavilov è il momento di spostarsi verso l’Africa.

Queste nuove spedizioni, però, si rivelano più complicate sul piano diplomatico. Deve infatti spostarsi tra colonie possedute da diverse potenze europee, principalmente Inghilterra e Francia. E non è sempre facile ottenere il visto. Perché lui viene dall’Unione Sovietica e specialmente in Europa la “minaccia rossa” getta molti sospetti sui movimenti di questo scienziato. In diversi dispacci dell’epoca Vavilov viene accusato di essere una spia al soldo dei sovietici o addirittura un fomentatore di rivolte. Temono che quel professore in cerca di semi in realtà voglia diffondere nei paesi che visita le teorie bolsceviche. Nei suoi diari riporta tutta la sua frustrazione. Rimpiange addirittura i tempi di Marco Polo. Perché ai suoi tempi, dice, gli uomini potevano attraversare oceani e continenti ed essere accolti sempre come ospiti.

Solo grazie ai suoi agganci nelle comunità accademiche, ottiene i permessi per andare in Libano, Siria, Tunisia, Algeria, Marocco, Palestina e Cipro. Nelle colonie francesi conosce Louis Trabut, un noto botanico del tempo. Vavilov è stregato dalle sue coltivazioni. Perché è riuscito a piantare in Europa o Africa specie provenienti dal Sud America, dall’Australia e dall’Asia confermando ancora una volta le sue teoria sulla possibilità di introdurre in Russia specie esotiche in grado di adattarsi ai diversi climi. Durante il suo soggiorno in Africa, ottiene il permesso dalle autorità italiane per visitare anche l’Eritrea e l’Abissinia. Il governo italiano coglie l’occasione per invitarlo a Roma ad una conferenza internazionale sul grano. Lì riceve anche una medaglia per il suo contributo. Vavilov sceglie l’Italia come luogo per la sua luna di miele con l’amante Yelena.

Le spedizioni all’estero non fanno che accrescere la sua fama. Nel 1929, all’età di 42 anni, diviene uno dei membri più giovani dell’Accademia di Scienze dell’URSS. Sembra andare tutto per il meglio. Le spedizioni non si fermano: visita Cina Giappone e Corea. Le stazioni scientifiche dell’Agenzia botanica proliferano sul territorio dell’URSS. Per Vavilov è un successo dopo l’altro.

La sua ascesa, però, ha attirato le attenzioni di molti. I suoi viaggi all’estero non interessavano solo le diplomazie e i servizi segreti stranieri. Vavilov, già dalla rivoluzione del 1917, è controllato dal governo sovietico.

006854. Si tratta del fascicolo riguardante Nikolaj Ivanovich Vavilov redatto dal Direttorato politico dello Stato, più noto con l’acronimo GPU o Lubjanka, insomma la polizia segreta del regime sovietico ha schedato Vavilov e segue ogni suo spostamento. Durante il suo viaggio negli Stati Uniti l’agente segreto che lo pedina annota: “Vavilov mette al primo posto il suo interesse personale a discapito di quello dell’Unione Sovietica. Vuole accrescere la sua gloria a spese degli altri”.

La polizia nutre dei sospetti anche sugli incontri avuti a Belgrado e Praga con esiliati russi, tra cui suo padre. In Abissinia avrebbe incontrato perfino un ex generale dell’esercito zarista. Il dossier Vavilov, anno dopo anno, si arricchisce di accuse. La più grave è che all’interno dell’Istituto di San Pietroburgo ci sia una cellula antigovernativa. È in atto un controrivoluzione e lui ne è il capo. Le sue spedizioni, i suoi studi, altro non sono che un modo subdolo per annientare il sistema agricolo sovietico già prostrato dalle ripetute carestie. Dopo quella del 1891/92 raccontata in precedenza, la Russia aveva affrontato la carestia del 1921/23 che costò oltre due milioni di morti e si preparava a quella ancora più drammatica del 1932/33, dove milioni di persone, soprattutto ucraini, moriranno di fame.

La polizia segreta raccoglie sempre più prove della sua colpevolezza. Queste prove sono spesso ottenute sotto tortura. Accademici e collaboratori di Vavilov vengono avvicinati dalla polizia. O diventano informatori o vengono torturati finché non ammettono, o spesso inventano, le colpe del loro capo.

Nel 1930 la polizia, secondo i giornali, aveva smascherato una organizzazione antigovernativa nota con l’acronimo di TKP. I suoi membri erano stati processati e giustiziati. Tra di loro c’erano anche agronomi, scienziati ed esperti.

Secondo il fascicolo numero 006854 sono ben 4 gli informatori segreti che gravitano attorno a Vavilov. Lui, ovviamente, ne è all’oscuro. Si fida ciecamente dei suoi collaboratori. E in fondo, quello che sta facendo, è proprio trovare un modo per aiutare il suo paese a sconfiggere la fame. Come potrebbero accusarlo?

Il governo, che segretamente raccoglie informazioni sul suo scienziato, lo lascia proseguire con le sue spedizioni. Agli inizi degli anni Trenta Vavilov ritorna negli Stati Uniti e visita anche il Messico. Un viaggio come un altro, se non fosse che alla richiesta da parte del Partito Comunista di recarsi a Washington e Londra per un pranzo di stato, avrebbe risposto picche dicendo che la sua spedizione in cerca di semi era molto più importante. Una scelta lodevole sul piano scientifico, ma alquanto azzardata sul piano politico. Stalin infatti non la prende bene.

Intanto in Russia, a San Pietroburgo, tra delatori e poliziotti, l’Agenzia di Botanica versa in condizioni drammatiche. I fondi scarseggiano e gli scienziati sono spesso costretti a lavorare al freddo ricevendo salari da fame. In queste condizioni, il progetto di Vavilov non può realizzarsi. Non ci sono né le risorse né il personale adeguato. In aggiunta, Stalin avanza anche delle pretese. Nel 1931 decide che il progetto della durata di 12 anni presentato da Vavilov non è accettabile. La carestia sta massacrando la popolazione e Stalin ne abbassa la durata a 4. Lo scienziato contro il dittatore. Vavilov prova a spiegare che per ottenere le nuove varietà di specie adatte per sopravvivere ci vuole più tempo. Ma il governo è irremovibile.

Fino ad ora sulla scena ci sono solo lo scienziato e il dittatore. Ma c’è un terzo personaggio che si fa strada e che approfitta proprio delle divergenze tra i primi due. Si chiama Trofim Denisovič Lysenko. Un agronomo ucraino spregiudicato pronto a tutto pur di far carriera. E durante la dittatura staliniana il modo migliore per far carriera è dire al dittatore quello che vuole sentire. Stalin dà solo 4 anni di tempo per migliorare la resa dei raccolti? Non c’è problema. Lui ha la soluzione che fa al caso. Sostiene infatti di aver sviluppato una tecnica di vernalizzazione che permette, cambiando temperatura e umidità, di aumentare la resa di cereali e grano. Lo ha fatto in Azerbaigian e i raccolti, a suo dire, sono aumentati del 40%.

Un impostore? O c’è del vero nelle sue teorie? La comunità scientifica internazionale nutre fin da subito parecchi dubbi circa l’efficacia dei suoi metodi. Soprattutto, mettono in discussione le sue teorie. Le tecniche di vernalizzazione pensate da Lysenko sono influenzate dalle teorie Lamarckiane. Semplificando: gli organismi si trasformano in base alle condizioni ambientali.

Si crea una vera e propria spaccatura all’interno della comunità scientifica dell’URSS. C’è chi segue le teorie di Darwin e Mendel e chi quelle neo-lamarckiane. Il problema vero è che Stalin fa il tifo per Lysenko. I darwinisti così si ritrovano perseguitati, deportati, internati o fucilati. Una teoria secondo la quale l’eredità dei caratteri sarebbe influenzata da fattori ambientali è più congeniale all’ideologia del regime.

Per Vavilov questa è la fine. Perché Lysenko, almeno a parole, soddisfa le richieste del dittatore. La pressione su Vavilov cresce di anno in anno. I fondi destinati all’Accademia da lui presieduta vengono tagliati. Anche le spedizioni all’estero non sono più ammesse. Prova a dimettersi ma le sue richieste vengono rifiutate. Il piano di Stalin per l’ascesa di Lysenko si sta realizzando. Nel 1938 diviene presidente dell’Accademia Lenin delle scienze agrarie. Ora è lui il capo di Vavilov. Quest’ultimo è ancora direttore dell’Istituto di Leningrado e dell’Istituto di genetica di Mosca. Ancora per poco però.

Il suo arresto è nell’aria. La polizia segreta ha completato il suo fascicolo. Si cerca solo il modo migliore per arrestarlo e farlo sparire senza clamore. Vavilov, infatti, è uno scienziato noto in tutto il mondo e la sua scomparsa attirerebbe le attenzioni non solo della comunità scientifica internazionale ma anche delle potenze straniere.

L’occasione propizia arriva con lo scoppio della seconda guerra mondiale. Le nazioni hanno ben altro a cui pensare e la polizia segreta sa che quella è un’occasione imperdibile. Distratti da Hitler e dall’orrore della guerra, nessuno si accorgerà della scomparsa di Vavilov. Ma il suo arresto non può avvenire a Mosca o a San Pietroburgo, allora Leningrado. Si decide di spedirlo, nel maggio del 1940, nell’Ucraina occidentale, appena passata sotto l’influenza sovietica dopo il patto Molotov-Ribbentrop.

È il 6 agosto e Vavilov con i suoi collaboratori si prepara per andare a caccia di piante e semi. Non sa che quello sarà il suo ultimo giorno di libertà. Il Commissariato del popolo per gli affari interni ha infatti inviato alcuni suoi agenti per prelevare Vavilov e riportarlo a Mosca. All’insaputa dei suoi collaboratori, gli agenti confiscano i suoi beni tra cui appunti, libri, ricerche ed articoli. Coperto anche dal silenzio della stampa, l’arresto di uno degli scienziati più talentuosi dell’epoca passa inosservato. Il suo staff saprà del suo arresto solo una settimana dopo.

Per Vavilov si aprono le porte dell’inferno. In 11 mesi sarà interrogato circa 400 volte per un totale di 1700 ore. Alcuni interrogatori dureranno anche 13 ore. La maggior parte di essi saranno condotti di notte privando lo scienziato del sonno. Viene accusato di spionaggio, di voler sabotare il regime sovietico, di fare gli interessi delle potenze straniere e sostenere gli esiliati anticomunisti. Vavilov si dichiara sempre innocente. Dichiara di aver sempre agito nell’interesse dell’URSS. Eppure, la notte tra il 24 e il 25 agosto, è lui stesso ad ammettere di far parte di una organizzazione di destra all’interno del Commissariato dell’Agricoltura.

Questa confessione è alquanto strana. Forse stremato dagli interrogatori e dalle torture, avrà pensato che una confessione del genere gli avrebbe almeno evitato la fucilazione. In seguito ammetterà di far parte anche di movimenti filo-rivoluzionari. È interessante notare come Vavilov non rinunci mai alle sue idee e teorie. Fino all’ultimo non ritratta e continua a sostenere il suo credo nella genetica e nelle teorie di Mendel.  

La sua posizione peggiora giorno dopo giorno. I delatori non sono solo all’esterno. Anche i suoi compagni di cella, pur di vedere scontata la propria pena, sono disposti a tutto, anche a raccontare che Vavilov, durante gli interrogatori si dichiara innocente, ma una volta tornato in cella esterna tutta la sua rabbia contro il regime sovietico.

Il 22 giugno 1941 prende il via l’operazione Barbarossa e il governo sovietico ordina di chiudere e completare tutti i casi in corso. Il 9 luglio tre generali del Collegio Militare impiegano meno di 5 minuti per dare il loro responso e annunciare la colpevolezza di Vavilov per tutti i capi d’accusa. Senza avvocati né testimoni, viene condannato a morte e i suoi beni confiscati. Viene trasferito in una prigione di Mosca in attesa della pena di morte. La guerra, però, ancora una volta cambia i piani del governo sovietico che si vede costretto a trasferire i prigionieri. I tedeschi sono alle porte di Mosca ed è rischioso lasciarli lì. Hitler è a conoscenza della banca di semi e piante di Vavilov e non vede l’ora di impossessarsene.

Ironia della sorte, Vavilov viene trasferito a Saratov. Proprio lì dove nel 1917 era arrivato come scienziato ambizioso e pronto a cambiare il mondo della botanica e dell’agricoltura. Rinchiuso nella cella n.1 della prigione di Saratov, chiamata dalla gente del luogo “Titanic” perché lunga e stretta con le finestrelle del sesto piano che ricordavano gli oblò della nave, Vavilov prova fino all’ultimo a non perdere la speranza e tenersi occupato. Dà lezioni di botanica e storia ai suoi compagni di cella. Racconta dei suoi viaggi in giro per il mondo. Riesce anche a scrivere un libro dal titolo “La storia dell’agricoltura mondiale” che però fu distrutto insieme ai suoi articoli e ricerche.

Il governo sovietico, seppur impegnato a respingere i tedeschi, è riuscito nel suo intento di far scomparire Vavilov nel silenzio. Il piano sembrava aver funzionato alla perfezione. Sembrava, perché il 23 aprile Vavilov viene eletto membro della Royal Society, l’Accademia di scienze più prestigiosa del Regno Unito. Sua maestà manda a Mosca una delegazione diplomatica per ottenere la sua firma sul documento che ne attesta l’ingresso nella Royal Society. Ma dov’è Vavilov? E come spiegarlo che si trova a Saratov in attesa di essere fucilato? Il governo deve evitare l’incidente diplomatico e chiede a suo fratello, Sergei, di firmare il documento. Anche se contrario non ha alternative. Firma ma i diplomatici inglesi non ci cascano. L’ambasciata invia una lettera a Mosca lamentandosi: “Volevamo la firma di Nikolaj, non quella di suo fratello”. La questione rimane irrisolta.

Nel frattempo Vavilov riceve una buona notizia. Il 4 luglio 1942 la sua pena viene commutata in 20 anni da scontare in un campo di prigionia. Viene anche trasferito in una cella diversa dove, seppur tra le privazioni che si possono sperimentare in una prigione sovietica, riceve un diverso trattamento.

Passano sei mesi e tra scarse razioni di cibo e lavori forzati, le condizioni di salute di Vavilov peggiorano sempre di più. Ormai emaciato e impossibilitato a muoversi, viene trasferito nell’ospedale della prigione. Il 26 gennaio 1943 il suo cuore smette di battere. La causa di morte ufficiale è polmonite. In realtà, Nikolaj Vavilov, l’uomo che voleva sconfiggerà la fame nel mondo è morto proprio di inedia.

La notizia della sua morte viene diffusa solo nel giugno del 1943. Sergei è convocato a Mosca per firmare i fogli che confermano la morte di suo fratello. Su quei fogli però non c’è alcun accenno alle cause della sua morte. Come era morto? Era stato fucilato? Dov’era stato sepolto? Nessuna risposta.

A guerra finita, nel 1945, diversi colleghi della comunità scientifica internazionale si interrogano sulla fine di Vavilov. La Royal Society invia diverse richieste all’Accademia delle scienze ma vengono tutte ignorate. Oleg, il primogenito di Nikolai, si impegna con l’aiuto dello zio Sergei a far luce sulla morte del padre. La dittatura staliniana è ancora forte e il regime non permette a nessuno di mettere il naso negli affari di stato. E la morte di uno dei più importanti scienziati del tempo lo è eccome.

Nel 1946, Oleg si trova sulle montagne del Caucaso per un’escursione. Finalmente una vacanza premio dopo gli anni del dottorato. Il 10 febbraio sua moglie Lidia viene informata che Oleg è rimasto vittima di una slavina e nessuno ha ritrovato il suo corpo. Lidia non ci può credere. Qualcuno le dice di aver visto Oleg scappare in Turchia. Ma lei non si dà pace. Sa che deve essere accaduto qualcosa a suo marito. Nel giugno dello stesso anno si reca su quelle montagne con una spedizione pagata dallo zio Sergei. Il corpo di Oleg viene ritrovato. Nel referto della polizia locale si legge che all’altezza della tempia destra, Oleg presentava una ferita causata molto probabilmente da un piccone. La famiglia Vavilov non ha dubbi. Oleg sapeva troppo sulla morte di suo padre ed è per questo che è stato ucciso.

Come altri politici, intellettuali o scienziati scomparsi durante la dittatura staliniana, anche per Vavilov passò molto tempo prima che il suo nome ritornasse finalmente ad essere pronunciato. La sua figura e il suo impegno nel campo delle scienze fu riscoperto solo nella metà degli anni Settanta. Gran parte delle sue ricerche, compresi articoli, libri e semplici appunti, andarono persi per sempre. Nel 1987 fu celebrato il centenario della sua nascita.

La sua banca internazionale di semi e piante resta ancora uno dei progetti scientifici più all’avanguardia. Vavilov riusciva a coniugare archeologia, geografia, tassonomia e botanica. Il suo progetto di creare specie resistenti alle più disparate condizioni ambientali è quantomai attuale.

Della lunga storia di Vavilov c’è un ultimo aneddoto che voglio raccontarvi. Una volta incontrò personalmente Stalin. Fu un incontro casuale. Stalin camminava per i corridoi del Cremlino quando si imbatté in Vavilov. Lo scienziato, come sempre, anche quel giorno portava con sé una grossa valigia. Dentro c’erano fogli e ricerche. I suoi attrezzi del mestiere. Ma Stalin non ci credeva. Il dittatore era sicuro: in quella valigia, Vavilov custodiva una bomba.

Siamo giunti al termine di quest’episodio, vi ringrazio per l’ascolto. Se volete approfondire la storia di Vavilov purtroppo non ci sono molti libri in circolazione. Forse proprio per quella sorta di condanna all’oblio a cui fu destinato sotto il regime sovietico. Il libro che vi consiglio, e che ho utilizzato per realizzare questo episodio, è di Peter Pringle e si intitola “The murder of Nikolai Vavilov”. È in inglese e ricostruisce in modo minuzioso la vita di Vavilov. Per scriverlo Pringle ha parlato con Yuri Vavilov, il secondogenito di Nikolai. Grazie a lettere inedite e documenti dell’epoca, potete immergervi nelle vicende di questo scienziato sovietico. 

Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast nonché su Instagram e Twitter. Inoltre sul sito incercadistorie.com trovate le trascrizioni di tutti gli episodi. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Libri per questo episodio

– “The Murder of Nikolai Vavilov” di Peter Pringle – Simon & Schuster

Ep. 16 / Il Milite Ignoto

Ci sono persone che lasciano una impronta nella storia, eppure di loro non sappiamo praticamente nulla. Non si tratta semplicemente di persone cadute nel dimenticatoio. Ma bensì gente che non ha un nome, che ha dato il bene più prezioso che possedevano, la propria vita, per la patria. Per ricordare queste persone fu scelto lui. Un soldato caduto al fronte senza nome e cognome. Questa è la storia del Milite Ignoto.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Lo scorso 4 novembre, l’Italia ha celebrato i 100 anni della tumulazione all’Altare della Patria, a Roma, del Milite Ignoto. Per ricostruire la storia del soldato che rappresenta tutti i caduti in guerra senza un nome occorre tornare indietro a poco più di 100 anni fa. Durante gli anni della Prima guerra mondiale.

I soldati morti in guerra rimasti senza un’identità ci sono sempre stati. Ma è durante il primo conflitto mondiale, specialmente tra gli alleati Regno Unito e Francia, che nasce l’idea di commemorare quanti sono caduti al fronte e di cui non si sa nulla.

Nel 1916 il reverendo David Railton ha appena 32 anni. Si trova in Francia come cappellano al seguito delle truppe britanniche. Ed è proprio sul fronte occidentale che nota una lapide che lo colpisce subito. C’è solo una croce rossa e alcune parole: “Un soldato britannico sconosciuto”. È lì che Railton ha l’illuminazione. Creare un monumento commemorativo per tutti i caduti in guerra senza nome.

Nonostante qualche attrito iniziale, la sua idea si fa strada e finalmente nel 1920 anche il primo ministro britannico David Lloyd George e il re Giorgio V si convincono. Il corpo di un soldato britannico morto al fronte e senza identità sarà rimpatriato e sepolto con funerali solenni. Simultaneamente Francia e Regno Unito decidono di tumulare i rispettivi soldati l’11 novembre 1920. La scelta del giorno non è casuale. È infatti l’anniversario dell’armistizio firmato due anni prima, in un vagone ferroviario a Compiègne, tra l’impero tedesco e le forze alleate. Un evento che coincise con la fine della Prima guerra mondiale. La Gran Bretagna scelse l’abbazia di Westminster a Londra per ospitare il corpo del Milite Ignoto; mentre la Francia decise di tumularlo ai piedi dell’Arco di Trionfo a Parigi.

Questo monumento commemorativo si diffonde a macchia d’olio. Diversi paesi in tutto il mondo imitano quanto fatto da Gran Bretagna e Francia. E l’Italia?

Anche l’Italia segue le orme degli altri paesi. La proposta, ad opera del colonnello Giulio Douhet e dell’onorevole Cesare De Vecchi, di introdurre la figura del Milite Ignoto diviene legge il 4 agosto 1921. Il posto scelto per la tumulazione sarebbe stato l’Altare della Patria a Roma. Come scegliere la salma? Il Ministero della Guerra creò una commissione ad hoc che scelse 11 salme di soldati morti in diversi luoghi del fronte della Grande Guerra.

Le bare, uguali per forma e dimensioni, furono radunate il 28 ottobre dello stesso anno ad Aquileia, in Friuli-Venezia Giulia. Il compito di scegliere la salma fu affidato alla signora Maria Maddalena Blasizza in Bergamas. Suo figlio Antonio nel 1914 disertò dall’esercito austroungarico e passò in Italia dove si arruolò volontario sotto falso nome. Cadde il 18 giugno 1916. Il suo corpo non fu mai ritrovato.

La signora Maria posò dei fiori su una bara e così venne scelte la salma. La bara fu inserita poi in una cassa in legno di quercia e collocata su un affusto di cannone. Caricata su un treno aperto, partì il 29 ottobre verso Roma. Le altre dieci salme rimasero ad Aquileia per essere sepolte solennemente il 4 novembre.

Il viaggio della bara ebbe un ruolo simbolico. Il treno doveva viaggiare lentamente e rispettare 13 fermate. In questo modo, durante il tragitto, il popolo avrebbe potuto salutare il passaggio della bara. Il 2 novembre il convoglio arrivò nella Capitale. Il 4 novembre, terzo anniversario dell’Armistizio di Villa Giusti e della fine della Grande Guerra, la bara venne sepolta all’Altare della Patria, in una tomba realizzata ai piedi della dea Roma, alla presenza del re Vittorio Emanuele III e delle più alte cariche dello Stato, insieme a madri e vedove di caduti, associazioni ed ex combattenti.

La tomba del Milite Ignoto rappresenta simbolicamente tutti i caduti e i dispersi in guerra italiani. È sempre sorvegliata da due militari appartenenti alle diverse forze armate italiane che si alternano nel servizio di dieci anni in dieci anni.  Siamo giunti al termine di quest’episodio, vi ringrazio per l’ascolto.

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