Ep. 39 / Major Taylor: la leggenda del ciclismo che sfidò il razzismo e conquistò il mondo

È stata la prima super star di colore nel mondo dello sport, campione del mondo di ciclismo su pista nel 1899 e campione americano nel 1900. Ha polverizzato record su record. Parliamo di Marshall Walter Taylor, meglio conosciuto come Major Taylor, un campione che in sella alla sua bici ha dato un impulso fondamentale alla lotta per i diritti degli afroamericani.

Taylor nacque nel 1878 a Indianapolis, in Indiana, negli Stati Uniti dʼAmerica. Per comprendere la sua grandezza e l’importanza delle sue vittorie dovremo sempre tenere a mente durante tutto l’episodio due elementi: il colore della sua pelle e il momento storico. Come abbiamo già visto in altre storie su questo canale (ad esempio Bessie Coleman) il colore della pelle era determinante per il destino di una persona negli Stati Uniti d’America tra XIX e XX secolo.

Taylor mostra fin da piccolo un talento innato per la bicicletta. La sua è una famiglia di umili origini e il padre, Gilbert, ha deciso di trasferirsi dalla Virginia all’Indiana dopo la fine della guerra civile americana. Ha combattuto come maggiore nellʼUnion Army e si è trasferito in Virginia in cerca di una vita migliore e, chissà, finalmente lontano dallo spettro del razzismo. Taylor trova lavoro in un negozio di biciclette; i soldi sono pochi e anche i vestiti; indossa sempre una giacca in stile militare. Ed è proprio per quella giacca che gli sarà affibbiato il nomignolo di Major (grado di maggiore dell’esercito n.d.r.) lo stesso grado che ricopriva suo padre nell’esercito. Quel nomignolo lo accompagnerà per sempre.

Il mondo delle biciclette e del ciclismo in generale era in espansione e negli Stati Uniti dʼAmerica di fine ‘800 raggiungeva numeri incredibili: per avere un’idea, nel 1896 c’erano 4 milioni di biciclette e solo 300 automobili. Taylor, tra una riparazione e l’altra, fa delle piccole gare con i suoi amici e alcune acrobazie con la bici per intrattenere il pubblico. Ha talento e decide che quella sarà la sua strada: vuole diventare un corridore e vivere grazie alle corse. Un giorno però si scontra con qualcosa di più grande di lui, qualcosa che non ha nulla a che fare con lo sport. Si chiama razzismo e Taylor lo prova sulla sua pelle quando si vede rifiutata la sua richiesta di allenarsi presso la sede locale della YMCA (non la canzone dei Village People, ma la Young Man Christian Association). Nella sua autobiografia dal titolo “Il ciclista più veloce del mondo” Taylor scrive: “Fu proprio lì che venni a conoscenza dell’orrendo mostro del pregiudizio. Da quel giorno divenne il mio peggior nemico”. Si ritrova così ad osservare i suoi amici bianchi correre ed allenarsi. Come dirà in seguito: “La vita è troppo breve per serbare rancore nel proprio cuore”.

Grazie a quella forza d’animo decide di non mollare e continua ad allenarsi ed esibirsi. A una di quelle esibizioni c’è uno spettatore che rimane impressionato dalle sue doti e che cambierà per sempre la sua vita: si chiama Louis de Franklin Munger. Un ex campione nazionale di ciclismo che gestisce una fabbrica di biciclette. Munger è quello che potremmo definire un talent scout: fiuta il talento di Taylor e sa che può trasformare quel ragazzo in un campione. Allenamenti mirati, dieta e stile di vita sano. Munger lo trasforma da amatore in un professionista e lo fa portandoselo con sé in Massachusetts quando ha appena 16 anni. Ai suoi soci in affari non piace quell’idea perché accettare un ragazzo di colore non è mai una buona idea negli Stati Uniti d’America di fine ‘800, ma Munger non è superficiale, non è un razzista, è un uomo d’affari e uno sportivo che non si ferma ai pregiudizi. Taylor scopre un mondo nuovo in Massachusetts; a differenza dell’Indiana c’è più apertura mentale e lui può allenarsi e gareggiare. Non va sempre tutto liscio, va detto, perché anche in uno stato progressista il razzismo c’è e si fa sentire, il che si traduce in rifiuti o vere e proprie scorrettezze in gara per sfavorirlo. Lui è un fedele battista e non può gareggiare la domenica. Ecco che gli organizzatori delle corse programmano le gare solo di domenica pur di non averlo come partecipante. Lui però non demorde e il suo talento mette a tacere tutti. La folla di curiosi che segue le sue gare cresce corsa dopo corsa. In fondo non è da tutti i giorni vedere un atleta di colore che gareggia con i bianchi e vince facendolo in modo perentorio. Quando compie 18 anni, Munger decide che è il momento di iscrivere il suo assistito ad una gara professionistica di livello: la Six day race che si tiene a New York al Madison Square Garden. È il dicembre del 1896. Come detto all’inizio dobbiamo tenere a mente due cose: colore della pelle e momento storico. Sei mesi prima di quella gara c’è stata la sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti d‘America “Plessy contro Ferguson”. Passerà alla storia in quanto sancisce la legittimità della segregazione razziale: in base al principio del “uguali ma separati”, bianchi e neri non potranno più condividere gli stessi spazi. Circa 60 anni dopo, il 1º dicembre 1955, una sarta afroamericana di nome Rosa Parks si opporrà a quella legge assurda rifiutandosi di cedere il suo posto sul bus a un passeggero bianco e cambiando per sempre la storia.

Ma torniamo a quella gara. In quel clima infernale gli organizzatori sono indecisi. Tecnicamente non potrebbero accettare un corridore di colore ma sanno anche che farlo partecipare vorrebbe dire attrarre più pubblico. Ecco che gli permettono di prendere parte ad alcune gare preliminari. Sugli spalti migliaia di persone. Vince chi percorre più velocemente quegli 805 metri di pista. Sulla linea di partenza c’è il favorito, un certo Edward Bald, detto Cannon, e in fondo un ragazzo di colore, Taylor appunto. La gara si conclude in un baleno e Taylor brucia Bald. Vince. Il pubblico è incredulo. Gli inservienti e i camerieri di colore non credono ai loro occhi. Hanno davanti a loro un eroe. Alla banda presente viene ordinato di suonare “Dixie”, una canzone del 1859 divenuta l’inno non ufficiale dei Confederati durante la guerra civile. Un inno che rappresentava quella parte del Paese dove la schiavitù era legale. Di certo non una coincidenza. Taylor si porta a casa il premio di 200$ (al cambio attuale circa 7,000.00 euro) e invia tutti i soldi a sua madre. Quella vittoria gli permette di accedere alla Six day race, una sorta di 24 ore di Le Mans ma con le bici. Una gara disumana dove vinceva chi correva più miglia in sei giorni. I corridori potevano a malapena vedere i propri avversarsi a causa del fumo del tabacco che avvolgeva tutti e tutto. In quel clima infernale Taylor arriverà ottavo. Un risultato incredibile che lo catapulta fuori dall’anonimato.

Gli avversari notano che quel ragazzo ha talento e può dar fastidio. Invocano qualsiasi legge o regolamento per non accettare corridori di colore in gara. Munger per quanto progressista e senza pregiudizi si piega al sistema e propone a Taylor di “sbiancare” la sua pelle. Lo obbliga a sottoporsi ad un trattamento con una crema per rendere la sua pelle più chiara. Taylor ricorda quei momenti come qualcosa di orribile dove temette anche di morire. La morte la sfiora tre giorni dopo la Six Day race in una gara in Massachusetts dove arriva secondo e viene aggredito e strozzato da un altro corridore. Il tutto davanti a 25,000 spettatori. Taylor perde conoscenza e solo grazie a Munger viene rianimato. Quell’evento tragico si trasforma in una epifania. Decide che combatterà il razzismo e lo farà in sella alla sua bici.

Che fosse uno strumento di emancipazione lo disse anche Susan B. Anthony, attivista che lottò per il diritto di suffragio alle donne negli Stati Uniti d’America: “le biciclette hanno fatto di più per l’emancipazione che qualsiasi altra cosa nel mondo”.

La determinazione e il talento portano Taylor a nuovi traguardi. Batte nuovamente Eddie Bald e si laurea campione nazionale di gara del Miglio. Nel 1899 viene invitato a partecipare ai campionati mondiali di ciclismo di Montreal in Canada. Anche qui i corridori bianchi provano a bloccarlo ma non c’è nulla da fare. Taylor si laurea campione del mondo. Questa volta la banda nell’arena non suona “Dixie” ma un inno noto come “Star Spangled Banner” che nel 1931 diverrà l’inno ufficiale degli Stati Uniti d’America. A fine gara Taylor dirà ai cronisti: “Non sono mai stato così orgoglioso di essere americano. Mi sono sentito più americano qui che in tutta la mia vita negli Stati Uniti d’America”. Decide dunque di concentrarsi solo sulle gare internazionali. Che sia la Francia o l’Australia, Taylor vince gare su gare guadagnando migliaia di dollari che prontamente invia alla sua famiglia o dona alla chiesa locale.

Purtroppo, la fama e il successo che incontra in Europa non collimano con l’accoglienza che riceve una volta a casa. Negli Stati Uniti d’America il razzismo è ancora presente e Taylor, nonostante sia ormai un campione di fama mondiale, non viene risparmiato. Lui e sua moglie vengono spesso rifiutati da hotel e ristoranti. In più la sua salute fisica e mentale iniziano a risentire di tanti anni di stress, fatica, lunghi viaggi e pressioni psicologiche. Le sue prestazioni ne risentono. Prova a prendersi un periodo di pausa, poi ritorna in pista, ma ormai i fasti del passato sono lontani. Le scarse prestazioni convincono gli organizzatori europei a non invitarlo più. Conscio del suo declino nel 1910 decide di ritirarsi e investire i suoi risparmi in una fabbrica di pneumatici la Major Taylor Manifacturing & Co. Gli affari però non girano come dovrebbero. La Prima guerra mondiale e la Grande Depressione non fanno che peggiorare le cose. Nel 1928 pubblica a sue spese la sua autobiografia ma la sua fama è ormai in discesa. Il suo libro costa 3 dollari e mezzo, una cifra folle in un Paese dove la gente non trova lavoro e deve fare ore di fila per poter ricevere un po’ di cibo. Povero e malato, viene ricoverato al Provident Hospital, un ospedale riservato ai neri. Muore a 53 anni il 21 giugno del 1932 a Chicago. Nessuno reclama il suo corpo. Una anonima sepoltura accoglie le sue spoglie in un cimitero che era stato costruito 26 anni prima proprio per la gente di colore. Sedici anni dopo i suoi resti saranno spostati a Glenwood, Illinois, dove gli sarà dedicata una targa celebrativa.

E siamo giunti alla fine di questo episodio. Per realizzarlo sono stati fondamentali due libri: “Black Boy Fly. Lʼ irresistibile ascesa di Major Taylor” scritto da Marco Ballestracci per Mulatero Editore e “Il ciclista più veloce del mondo: una autobiografia di Marshall W. Major Taylor” scritta appunto da Major Taylor che trovate in inglese online. Sul sito trovate tutte le fonti. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Fonti:

  • Black Boy Fly. Lʼ irresistibile ascesa di Major Taylor” – Marco Ballestracci – Mulatero Editore
  • Il ciclista più veloce del mondo: una autobiografia di Marshall W. Major Taylor” – Marshall W. Major Taylor

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