Un uomo distinto ed elegante, diremmo d’altri tempi, è seduto su una panchina e scruta i passanti. Turisti e curiosi gli siedono accanto per farsi una foto. Non disdegna, ma semplicemente perché non è un uomo reale ma una statua. La statua di un uomo che a suo modo ha lasciato una impronta nella storia tanto da essere insignito del titolo di Giusto tra le nazioni. Quell’uomo è Jan Karski e questa è la sua storia.
Alloggiavo nel quartiere ebraico di Cracovia e non lontano dall’hotel mi sono imbattuto in questa statua (foto in alto). Cercando un po’ online ho scoperto la storia di Jan Karski, una storia che calza a pennello con i tipi di racconti che cerco per il mio podcast. Persone che hanno fatto la storia ma per qualche strano scherzo del destino sono finite nel dimenticatoio per essere ripescate dopo anni.
Karski nasce a Lodz in Polonia nel 1914, il 24 giugno ad essere precisi, 4 giorni prima dell’eccidio di Sarajevo, il casus belli che darà il via alla Prima guerra mondiale.
Il più piccolo di otto figli, cresce in una famiglia cattolica. Nel 1935 completa i suoi studi in Diritto e Legge a Leopoli (L’viv nell’odierna Ucraina) e comincia la sua carriera di diplomatico presso il Ministero degli Esteri in Polonia. La sua carriera subisce un duro stop nel settembre del 1939. La Polonia è infatti chiusa nella morsa degli invasori che hanno come unico obbiettivo spartirsi il suo territorio: a ovest ci sono i nazisti; a est le truppe sovietiche. Queste ultime, una volta in Polonia, danno la caccia a politici, diplomatici, soldati e uomini illustri. Karski è tra questi e sembra destinato a trovare la morte anche lui nel tristemente noto ‘Massacro della foresta di Katyn’ del 1940, una esecuzione sommaria ad opera dei sovietici dove trovarono la morte circa 22.000 polacchi. Karski però riesce a scappare. Una volta latitante si rifugia nella Polonia occupata dai nazisti.
Qui inizia una seconda vita. Diventa il messaggero e il punto di contatto tra la resistenza polacca e il governo polacco in esilio in Francia prima, e in Inghilterra poi. Grazie ad una eccellente memoria fotografica e a viaggi rocamboleschi riesce ad informare entrambe le parti in modo egregio consegnando gli ordini. I nazisti però lo scoprono e lo catturano. Le torture minano la sua salute mentale e fisica. Tenta anche il suicidio. Riesce a trovare la forza per resistere e continuare la sua “missione”. Grazie all’appoggio della resistenza polacca, nel 1942 si infiltra nel ghetto di Varsavia e in quello di Izbica. Documenta gli orrori a cui assiste: i massacri ad opera dei nazisti, i bambini uccisi, le persone che muoiono di fame, gli ebrei che a Izbica aspettano il loro momento per essere deportati nei campi di sterminio di Bełżec e Sobibór. Diventa il testimone oculare dell’Olocausto. Il governo in esilio e la resistenza polacca gli chiedono di raccontare anche all’estero cosa sta accadendo in Polonia. Tutti devono sapere e fermare questo genocidio.
Incontra personaggi importanti come Anthony Eden, ministro degli Esteri del governo Churchill durante la Seconda guerra mondiale e perfino il presidente degli Stati Uniti d’America Franklin Roosevelt. Ospite alla Casa Bianca, mostra i suoi report dettagliati, racconta le scene alle quali ha assistito in prima persona. Purtroppo, per lui e per milioni di ebrei, non viene creduto. Sì, proprio così, nessuno crede che la Germania nazista possa fare qualcosa del genere al popolo ebraico. C’è un episodio alquanto emblematico al riguardo: incontra Felix Frankfurter, giudice associato della Corte suprema degli Stati Uniti d’America. Dopo aver raccontato nei minimi dettagli le atrocità perpetrate dai nazisti, si sente rivolgere le seguenti parole: “Signor Karski, un uomo come me che parla con un uomo come lei deve essere sincero. Glielo devo dire: non posso credere a quello che ho appena sentito, a tutte le cose che mi ha appena detto”.
A Karski non resta che giocarsi l’ultima carta. Il governo polacco, durante il suo soggiorno negli Stati Uniti d’America, lo invita a scrivere un libro dove raccontare tutto. Karski scrive così “Story of a Secret State” e lo pubblica nel 1944. Il libro diventa un best seller. Oltre 400.000 copie vendute. Il successo riscosso gli permette di andare in tour tra Stati Uniti e Canada per invitare l’opinione pubblica ad interessarsi al caso. Gli Alleati confermano che il loro obiettivo primario è quello di fermare la Germania nazista, ma il genocidio degli ebrei sembra non interessare.
A guerra conclusa decide di rimanere negli States e non tornare nella Polonia comunista. Consegue un dottorato presso la Georgetown University dove insegnerà per oltre 40 anni alla “School of Foreign Service” formando i futuri diplomatici, ambasciatori e senatori.
Nel 1965 sposa Pola Nirenska, una ballerina ebrea polacca che aveva conosciuto a Londra nel 1938. Pola si toglierà la vita nel 1992.
Dieci anni dopo la morte di sua moglie, viene insignito del titolo di Giusto tra le nazioni. Nel 2000 si spegne a Washington all’età di 86 anni.
La figura di Jan Karski colpì lo scrittore francese Yannick Haenel che raccontò la sua vicenda nel libro “Il testimone inascoltato”, in Italia edito da Guanda e tradotto da F. Bruno. Il primo libro di Karski, invece, è stato pubblicato in Italia con il titolo “La mia testimonianza davanti al mondo. Storia di uno Stato segreto”, a cura di Luca Bernardini, edito da Adelphi.
Quella che vi ho raccontato è la storia di Jan Karski. Un eroe che ha rischiato migliaia di volte la sua vita per poter raccontare al mondo intero gli orrori dell’Olocausto. Un eroe che ha portato dentro di sé il dolore di non aver trovato fin da subito qualcuno pronto ad ascoltare e a credere ai suoi racconti. Se passeggiate per il quartiere ebraico di Cracovia noterete la statua di quell’uomo seduto su una panchina. Un uomo distinto ed elegante, d’altri tempi penserete. Scruta i passanti ed ha una storia da raccontarvi.
Alcune foto del quartiere ebraico di Cracovia.




