Ep. 36 / Chiune Sugihara, lo “Schindler giapponese”

Sono circa le sei del mattino del 18 luglio 1940. Chiune si sveglia a causa delle urla che provengono dalla strada. Va alla finestra, apre le tende, e nota centinaia di persone che spingono contro il cancello della sua residenza chiedendo aiuto. Donne, uomini, anziani, giovani, Chiune li guarda uno per uno e sa che solo lui può salvarli. O meglio, ci proverà. Perché quelle persone sono profughi ebrei in fuga dall’avanzata tedesca e lui è un diplomatico giapponese che può dar loro quelli che passeranno alla storia come “i visti per la vita”. Questa è la storia di Chiune Sugihara, il diplomatico giapponese che salvò migliaia di ebrei.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

La storia che vi racconto in questo episodio nasce per caso. Qualche anno fa passeggiando per Vilnius, capitale della Lituania, mi imbattei in una targa commemorativa che celebrava la figura di Chiune Sugihara, diplomatico giapponese che nel 1940 distribuì circa 2139 visti per salvare gli ebrei in fuga. Non conoscevo la sua storia. Quest’anno ho deciso di indagare un po’ e capire cosa lo rese un vero e proprio eroe. Per farlo mi sono diretto nel luogo dove tutto ebbe inizio: la sua casa a Kaunas, quella che un tempo ospitava la sede del consolato giapponese durante la Seconda guerra mondiale.

La casa è oggi un museo aperto al pubblico dove è possibile ripercorrere i momenti cruciali di quel 1940. È proprio qui, tra le mura di questa modesta abitazione, che Sugihara giorno e notte lavorò senza sosta per salvare i profughi in fuga. Prima di raccontare cosa accadde nel 1940 occorre fare un passo indietro e capire chi fosse Sugihara e come arrivò in Lituania.

Chiune Sugihara nasce il 1° gennaio 1900 nella prefettura giapponese di Gifu. Secondo di cinque figli, la sua è una famiglia della classe media e suo padre vede in lui un futuro medico. Ma Chiune fin da giovane ha altre aspirazioni. Nel 1918 studia letteratura inglese presso l’università di Waseda con l’intento di diventare professore. Il padre però non contento della scelta del figlio gli taglia i fondi e Chiune si ritrova così senza soldi e impossibilitato a terminare gli studi. Un giorno in biblioteca legge un articolo e scopre che il Ministero degli affari esteri ha messo a disposizione delle borse di studio per studiare all’estero. Chiune riesce a superare l’esame di ammissione e nell’ottobre del 1919 entra come studente nel prestigioso Istituto di Harbin in Cina. Spesato dal Ministero, Sugihara studia il russo e supera l’esame per diventare delegato consolare. Con una padronanza magistrale della lingua russa e una conoscenza approfondita delle questioni sovietiche si fa strada nella sua carriera da diplomatico. Il primo incarico importante lo ottiene nel 1933 quando viene incaricato delle trattative con la Russia per la cessione della ferrovia della Manciuria settentrionale. Sugihara riesce ad abbassare le richieste economiche della Russia e a spuntare un ottimo prezzo per il Giappone. Il successo della trattativa gli spalanca le porte per altre missioni diplomatiche. Lui vorrebbe lavorare presso l’ambasciata di Mosca ma l’Unione Sovietica lo ritiene una persona non gradita a causa delle sue amicizie con i rifugiati bianchi (per chi non lo sapesse i rifugiati bianchi sono quei russi che scapparono durante la Rivoluzione russa e la conseguente guerra civile russa a causa della vittoria dei bolscevichi). Si ritrova così in missione diplomatica ad Helsinki, in Finlandia, nel 1937. Due anni dopo nell’estate del 1939 viene inviato presso il consolato giapponese di Kaunas, allora capitale della Lituania.

Il compito che gli viene assegnato è chiaro fin da subito: deve raccogliere informazioni per l’intelligence giapponese sugli spostamenti delle truppe tedesche e sovietiche nel baltico. L’estate del 1939 però rimarrà nella storia per un altro motivo. Il 1° settembre, infatti, ha inizio l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche e il conseguente scoppio della Seconda guerra mondiale. La situazione politico-militare si accende ed assume tratti incerti. Il 15 giugno del 1940 l’Unione Sovietica decide di invadere la Lituania ed ordina la chiusura delle sedi consolari delle nazioni estere, tra cui quella di Sugihara.

Ed è in questa fase concitata che si ritaglia un ruolo di primo piano il nostro eroe. Gli ebrei in fuga dalla Polonia, circa 15.000, si erano diretti in Lituania dopo l’invasione del 1939. Ma a causa dell’occupazione sovietica del baltico nel 1940 si ritrovarono in trappola. Non potendo scappare verso ovest perché troppo pericoloso, cercarono una via per andare ad est. Nella stessa estate del 1940 il diplomatico olandese Jan Zwartendijk che dirigeva il consolato olandese in Lituania autorizzò l’ingresso nel territorio delle Antille olandesi senza necessità del visto. Si trattava di un’occasione incredibile perché permetteva agli ebrei in fuga senza i necessari documenti di avere un posto dove scappare. C’era però un problema: per raggiungere le Antille olandesi occorreva viaggiare. E, come detto, la via ad ovest era bloccata. C’era la possibilità di andare ad est attraverso la transiberiana: arrivare in Russia, passare in Giappone e poi andare nelle Antille. Più facile a dirsi che a farsi. Fu così che Sugihara iniziò a produrre i cosiddetti “visti per la vita”. Il consolato di Kaunas, da base operativa per controllare gli spostamenti delle truppe tedesche e sovietiche, si trasforma in una fabbrica di visti. Giorno e notte Sugihara produce senza sosta questi visti di passaggio che permettono ai profughi di recarsi in Giappone per poi spostarsi verso un’altra direzione. Sugihara invia diversi telegrammi in Giappone chiedendo l’aiuto del governo e descrivendo la situazione drammatica che stanno vivendo migliaia di profughi. Il governo giapponese è irremovibile e non vuole aiutare nessuno. Nel frattempo, però, la situazione politica cambia ancora e le cose per Sugihara si mettono male.

Il governo giapponese fa pressione su di lui affinché la finisca di produrre quei visti e impone alcune restrizioni: secondo il governo del sol levante, solo coloro che sono in regola con i documenti e hanno i fondi necessari per il viaggio possono ottenere il visto. Ovviamente Sugihara, conscio del momento delicato e della situazione estrema, ignora i requisiti e le richieste del governo e continua a produrre visti fino alla fine dell’agosto 1940 quando viene obbligato a lasciare il Paese. Si stima che abbia prodotto circa 2139 visti. Si racconta che produsse visti fino all’ultimo momento, anche quando era sul treno in partenza dalla Lituania.

Il 27 settembre 1940, Germania, Italia e Giappone firmano il Patto Tripartito. Questo ha delle ripercussioni sul destino degli ebrei perché il Giappone, ora alleato della Germania, non ha molto interesse ad aiutare i profughi. Non tutti quelli che ottennero il visto lasciarono la Lituania. L’invasione dell’Unione Sovietica ad opera dei tedeschi segnò l’inizio delle deportazioni in massa.

Sugihara nell’autunno di quell’anno viene trasferito a Praga e poi a Bucarest. Nel frattempo, la guerra prende un’altra piega. L’Unione Sovietica diviene nemica del Giappone e l’avanzata dell’Armata Rossa in Europa segna l’epilogo della sua carriera diplomatica. Nel marzo del 1944 Sugihara e sua moglie vengono arrestati e fatti prigionieri. Viene rilasciato e torna in Giappone solo nel 1947.

L’accoglienza in patria non è delle migliori. Il governo giapponese, infatti, non dimentica quanto fatto da Sugihara. La produzione di tutti quei visti contro gli ordini del governo viene considerata una insubordinazione e Sugihara è costretto a dimettersi e lasciare i suoi incarichi diplomatici. Trovatosi in ristrettezze economiche è costretto a trovarsi un lavoro per sopravvivere ed aiutare la sua famiglia in difficoltà. Grazie alla sua conoscenza del russo dopo la guerra trova lavoro presso alcune aziende in Unione Sovietica.

Di Sugihara si perdono le tracce e la sua figura cade lentamente nell’oblio. C’è però qualcuno che non lo ha dimenticato e sono le migliaia di persone che ha salvato con i suoi visti. Tutti si ricordano di quel diplomatico giapponese che li aiutò giorno e notte e a cui devono la vita. Così alcuni sopravvissuti iniziano a cercarlo. Non è facile avere sue notizie perché durante la sua permanenza in Lituania era noto con il nome di “Sempo”. Eppure, uno dei sopravvissuti, Joshua Nishri, diplomatico israeliano a Tokyo, riesce finalmente a trovarlo nel 1968. In lacrime, Joshua si rivolge a Sempo dicendogli: “Signor Sugihara, noi non l’abbiamo mai dimenticata”. Chiune scopre così che migliaia di profughi da anni lo stanno cercando per dirgli grazie. Il 18 gennaio 1985, un anno prima di morire, Chiune riceve da Israele l’onorificenza di Giusto tra le nazioni. Il suo Paese, il Giappone, riconoscerà la sua figura e chiederà scusa per il trattamento riservatogli, solo nell’ottobre del 2000.

I visti prodotti da Sugihara, come detto, furono oltre 2000. In realtà il numero di profughi che riuscirono a scappare grazie ai “visti per la vita” si aggira tra i 6.000 e i 10.000. Circa 40.000 persone devono la vita a Chiune Sugihara, l’uomo che è stato definito dal New York Times nel 1996 lo “Schindler giapponese”. 

Siamo giunti al termine di questo episodio. Sul sito di In cerca di storie trovate la trascrizione dell’episodio, le foto e un reel dedicato alla casa museo di Sugihara a Kaunas.

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