Ep. 7 / Len Bias: l’ultimo tiro fatale

What if. Cosa sarebbe successo se… Ipotesi, congetture, null’altro. Se la storia non va come tutti ci aspetteremmo, resta solo questa domanda: cosa sarebbe potuto accadere se…? Il what if, come dicono gli inglesi, possiamo applicarlo a qualsiasi campo. Ce n’è uno dove l’imprevedibilità si ritaglia il suo spazio e rende tutto più emozionante: lo sport. Risultati ribaltati, atleti che invece di firmare per un club scelgono un altro, o semplicemente l’ultimo tiro che non va a segno e si spegne sul ferro. Emozionante ma anche tragico. Perché gli eventi imprevedibili possono avere anche un risvolto negativo. Come per Len Bias, il what if della NBA.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Se dico basket qual è il primo atleta che vi viene in mente? Spesso associamo ad uno sport l’atleta più iconico. Anche se non è il nostro preferito o non l’abbiamo mai visto in azione, il nostro cervello associa ad uno sport un nome. E’ vero dipende dall’età, ma se parliamo di basket e icone molto probabilmente penseremo a Michael Jordan. Per chi ha vissuto gli anni ‘80 e ‘90, Jordan ha rappresentato il punto più alto del basket americano. Ma in realtà non c’era solo lui. Se puntiamo la nostra lente sull’America degli anni ‘80 scopriamo che c’era un altro giocatore al pari di MJ: Len Bias.

Leonard Kevin Bias nasce a Landover, nel Maryland, il 18 novembre 1963. E’ un ragazzo serio ed umile, fin troppo serio, tanto che il parroco della sua cittadina gli affibbia il nomignolo di “Frosty”. Non sarà l’unico soprannome che riceverà. Amante del football, si avvicina al basket quando, nel 1982, va al college per frequentare la University of Maryland.

All’inizio le sue prestazioni sono un po’ sottotono. I suoi numeri sono nella media. Ma Len ha un obiettivo chiaro: vuole migliorarsi e puntare alla NBA, il sogno per qualsiasi ragazzo amante del basket. E come MJ vuole essere il migliore, ha fame di vittorie e lavora sodo per raggiungere quest’obiettivo.

Per farsi strada, soprattutto nel mondo della NBA, sa bene che deve migliorare il suo corpo. Allenamenti duri e costanti per sviluppare massa muscolare e accrescere la sua esplosività. Ma non c’è solo l’aspetto fisico. Un vero campione cura ogni dettaglio. Lavora sui tiri in sospensione, le schiacciate e i rimbalzi. E i risultati sul campo partita dopo partita si vedono eccome.

Quest’ala piccola di 2.03 m per 98 kg, con la maglia numero 34, lascia tutti a bocca a aperta. E’ uno dei giocatori più atletici e potenti del panorama collegiale. E’ in grado di saltare come nessun’altro. Tiri in sospensione e rimbalzi diventano la sua specialità. Ecco arrivare un altro soprannome che la dice tutta sulle sue prestazioni: “superman”. Sì, perché chi lo ha visto giocare, come l’analista di basket Jay Bilas, non ha dubbi: nessuno può fermare Len. C’è una dichiarazione emblematica di coach Mike Krzyzewski. Krzyzewski è uno che di basket ne sa. Ha una esperienza pluridecennale come allenatore della Duke University e vanta tre ori alle olimpiadi con la nazionale maggiore. Su Len dice: “In 24 anni da allenatore della Duke ho notato due giocatori spiccare su tutti: Michael Jordan e Len Bias”.

Jordan e Bias. I tifosi al college si dividono. C’è chi vuole essere come la guardia tiratrice della North Carolina e chi come quel talento esplosivo del Maryland. Quando MJ passa ai Chicago Bulls nel 1984, il palcoscenico del basket collegiale è tutto per Bias. Vince per due stagioni consecutive il premio di miglior giocatore del campionato. Ci sono due partite che restano nella storia: il 25 gennaio del 1986 contro i diavoli blu della Duke mette a segno 41 punti; il 20 febbraio dello stesso anno contro la North Carolina mette a referto 35 punti nella vittoria per 77 a 72. Ecco spuntare un altro soprannome: “horse”. Cavallo. Per via della sua forza ed eleganza sul parquet.

Un cavallo inarrestabile che finisce inevitabilmente nei radar delle squadra NBA. Le voci su quel ragazzo non si fermano e i talent scout vanno a vedere le sue partite per rendersene conto di persona. C’è una squadra che ha messo gli occhi su di lui. Si tratta dei Boston Celtics del presidente Red Auerbach che ha ricevuto ottimi commenti su questo giocatore da uno che conosce bene Bias: il suo allenatore Lefty Driessel.

I Celtics sono una delle squadre più blasonate del panorama cestistico americano e hanno vinto tre volte il titolo NBA negli ultimi 5 anni. Nel 1986 il presidente Auerbach ha sul taccuino due nomi: Brad Daugherty, centro della North Carolina University, e Bias. Il primo firma con Cleveland così i Celtics vanno dritti su Bias. Il 17 giugno 1986 , al Madison Square Garden di New York, il commissario della NBA David Stern annuncia il suo nome come seconda scelta del draft per la franchigia di Boston. Vestirà la maglia numero 30.

C’è una foto che testimonia quel giorno. E’ forse una delle più celebri. Lo ritrae in abito bianco e cravatta nera. Indossa il cappellino verde dei Celtics e sorride. Un ragazzo felice che finalmente ha coronato il suo sogno.

Il salto in NBA catapulta Bias in una nuova dimensione. NBA vuol dire soprattutto contratti milionari. La Reebok ha in mente di fare con lui la stessa cosa che la Nike ha fatto con Jordan. Deve essere il suo testimonial di punta e il giorno dopo il draft gli fa firmare un contratto da 3 milioni di dollari. Non sarà come il contratto a vita firmato da Lebron James con la Nike per 1 miliardo di dollari, ma nel 1986, investire 3 milioni su un rookie di 23 anni, voleva dire molto.

Bias è in estasi. Non solo soldi e popolarità, ma soprattutto l’idea di giocare in NBA al fianco di un trio che ha fatto la storia dei Boston e del basket americano: Larry Bird, Kevin McHale  e Robert Parish. Per gli addetti ai lavori può essere proprio lui l’uomo che serviva per allungare la loro dinastia. Insomma, gli elementi per fare bene ci sono tutti.

Il 19 giugno Bias va a Boston con suo padre per firmare il contratto con la squadra e quelli con gli sponsor. Decide di tornare in giornata al campus. Vuole festeggiare quell’evento indimenticabile. Nella stanza 1103 del Washington Hall, il dormitorio del campus dell’Università del Maryland, Len è in compagnia di alcuni amici: Terry Long, David Gregg e Brian Tribble. Una festa a base di alcol ma soprattutto droga. Cocaina. Pura e in quantità eccessive. Tanta da fermare superman, frosty, horse, insomma Len non si sente bene e cade al suolo in preda a crisi epilettiche.

La festa si trasforma in tragedia. David gli tiene le gambe mentre Terry prova a non fargli mordere la lingua. Brian alle 6.30 chiama il 911. “Si tratta di Len Bias. Si tratta di Len Bias – ripete Brian – Lo dovete rianimare. Non può morire”. Alle 6.50 arriva l’ambulanza. I paramedici provano a rianimarlo sul posto ma senza successo. Len è ormai privo di sensi e non respira. Lo trasportano al Leland Memorial Hospital dove gli somministrano cinque farmaci. Neanche questo funziona e i medici provano un ultimo estremo tentativo impiantandoli un pacemaker. Nulla da fare. Alle 8.55 viene dichiarata la sua morte.

La scomparsa di Bias sconvolge tutti. Il basket americano e la società in generale sono sotto shock. Se ne va uno dei talenti più promettenti del basket a stelle e strisce. I Celtics regalano la sua maglia alla madre. Al funerale il reverendo e attivista Jesse Jackson dice: “Sono morti più ragazzi per mano dei pusher che non del Klu Klux Klan”.

Una morte drammatica e inaspettata. Perché la storia non va sempre come vorremmo. Una morte che dà il La a congetture e strumentalizzazioni. Siamo infatti nell’America degli anni 80’, il Paese è dilaniato dalla piaga della droga. Cocaina per chi se la può permettere, ma soprattutto crack, la droga economica che si è fatta largo nelle classi più disagiate e che sta rovinando intere generazioni. Il governo Reagan, tra annunci e leggi ad hoc, fa guerra proprio a quel mondo. E nella lotta al crack la morte di Bias diventa l’evento che tutti aspettavano per sensibilizzare la società. Non importa se Bias avesse assunto o meno questa droga. Le voci che circolano parlano di Len stroncato dal crack: qualcuno sostiene che era la prima volta che lo assumeva.

La causa di morte ufficiale è overdose da cocaina. Strumentalizzazioni e ipotesi. Perché su quella sera si apre un dibattito infinito dove si alternano teorie e ricostruzioni. L’unico dato certo in quel momento è che Len, durante la sua carriera universitaria, non era mai risultato positivo a nessun test antidroga.

Teorie a parte, la sua morte stravolge il mondo dello sport. La scomparsa di un talento del calibro di Bias non può essere vana. Le squadre sono sotto shock e finalmente decidono di prestare più attenzione alla vita dei propri giocatori anche fuori dal campo. La loro vita privata, le loro abitudini, sono importanti. Il 27 giugno, appena 8 giorni dopo la sua morte, a morire per overdose è un altro atleta. Questa volta è il football a restare sotto shock per la morte di Donald Lavert Rogers, detto Don, il safety dei Cleveland Browns. Bias e Rogers diventano così i simboli del dibattito nazionale sul rapporto tra droghe e atleti.

Ma non è solo il mondo dello sport ad interrogarsi su quella morte e a prendere provvedimenti. C’è perfino una legge che porta il suo nome. La legge Bias introdotta nel Wisconsin permetteva alle autorità di accusare gli spacciatori di omicidio colposo per la morte per overdose di quei clienti a cui avevano venduto la droga.

Cosa sarebbe successo se quella sera Len non avesse assunto cocaina? Il what if, come dicono gli inglesi, torna nella storia Bias. Ipotesi e congetture, perché sul futuro di questo giocatore in NBA non c’è nulla di scritto, nulla di certo. Le domande e le supposizioni si susseguono: era più forte di Michael Jordan? Avrebbe fatto anche lui la storia del basket NBA come MJ? Per alcuni, Bias poteva essere per Jordan quello che Magic Johnson fu per Larry Bird. Un degno rivale sul parquet che poteva rubargli il trono di miglior giocatore del basket americano.

Ma la storia non va sempre come vorremmo. E i what ifs rendono lo sport più emozionante ma qualche volta anche tragico.

Siamo giunti al termine di quest’episodio, vi ringrazio per l’ascolto. Sulla storia di Len Bias e su quella tragica notte ci sono svariati articoli online. Vi lascio come sempre in descrizione quelli consultati per quest’episodio. C’è anche un documentario del 2009 di Kirk Frasier dal titolo “Without Bias”. Per fortuna su YouTube ci sono diversi video con gli highlights delle sue partite. Tra questi quella contro la North Carolina di Michael Jordan.  Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast nonché su Instagram e Twitter. Inoltre, sul sito incercadistorie.com trovate le trascrizioni di tutti gli episodi. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Articoli per questo podcast

– The Len Bias story remains one of the saddest ‘what-ifs’ in sports history. Di JEFF ZILLGITT. USA TODAY

– The Day Innocence Died. Di Michael Weinreb. ESPN

– Maryland Basketball Star Len Bias Is Dead at 22. Di Keith Harriston e Sally Jenkins. Washington Post

– La Legge Len Bias: quando per cambiare le regole ci deve scappare il morto. Di Matteo di Medio. Io gioco pulito – At services for bias, tributes and warnings are offered. Di Roy S. Johnson. New York Times

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