Ep. 10 / La storia di Alfonsina Strada

Il 10 maggio 1924 prende il via la dodicesima edizione del Giro d’Italia. È sabato, siamo a Milano, e questo non sarà un Giro come gli altri. Non tanto per le polemiche e la decisione delle squadre di abbandonare la “Corsa Rosa” a causa di un contenzioso sugli stipendi con gli organizzatori, ma perché tra i partecipanti, per la prima volta nella storia della competizione, c’è anche una donna. Porta il numero 72 e segnerà un primato ancora intatto. Questa è la storia di Alfonsina Strada, la prima donna a gareggiare al Giro d’Italia.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

Il mese di Maggio, salvo qualche rara eccezione, significa Giro d’Italia. La competizione ciclistica più importante nel nostro Paese ha superato ormai le 100 edizioni. Da quel 1909, anno della sua fondazione, si sono avvicendati diversi corridori. Ma solo una volta, una donna è stata ammessa alla gara maschile. In questo episodio ripercorriamo la sua storia.

Alfonsina Morini nasce a Riolo di Castelfranco Emilia il 16 marzo 1891. La sua è un’infanzia difficile. La famiglia è molto povera. Il padre è un giornaliero e sbarca il lunario come può. Per tirare avanti, i coniugi Morini adottano i bambini dal brefotrofio. In questo modo possono ottenere il sussidio che l’amministrazione provinciale dà a chi si occupa dei figli di nessuno. La sua casa, piccola e fatiscente, è spesso un via vai di bambini. Si ritrova così ad essere la seconda di dieci fratelli.

All’età di dieci anni scopre la sua passione. Suo padre compra dal dottore una bicicletta vecchia e arrugginita. Dice che è il mezzo perfetto per andare nei campi e trovare più velocemente lavoro. Alfonsina è folgorata da quel mezzo. Il padre però è categorico. La bicicletta è sua e nessuno potrà toccarla. Non potendo usarla la mattina, Alfonsina la ruba di notte per allenarsi. Con il tempo si accorge che non è solo un hobby. La bicicletta rappresenta per lei un mezzo per evadere. Evadere da un mondo che le sta stretto. Un mondo fatto di fatica e umiliazioni. Ed il suo sogno, gareggiare con la bicicletta e vivere della sua passione, diventa ogni giorno più reale.

Quando la bicicletta del padre diventa un catorcio, decide di comprarne una tutta per lei. Acquistarne una nuova è impossibile. Lavora presso una sartoria e la paga non è granché. Ma la voglia di gareggiare e seguire il suo sogno è sempre più forte. Con tanti sacrifici compra da una officina una Bianchi usata per 40 lire. È al settimo cielo.

Con la sua nuova bici, durante le pause di lavoro, si allena e qualche volta gareggia con gli uomini. Con il tempo migliora la sua tecnica e impara dagli avversari. Decide di iscriversi alle competizioni locali. Ci sa fare e in poco tempo diventa una star. Del resto alle competizioni è spesso l’unica donna e tutti la conoscono in provincia e non solo. Si sposta a Torino dove trova il posto ideale per allenarsi.

Grazie all’influenza francese, in Piemonte le donne hanno più possibilità di gareggiare. Qui si iscrive all’Unione velocipedistica italiana, l’attuale Federazione Ciclistica Italiana. Nel 1907, ad appena 16 anni, viene definita la miglior ciclista italiana dopo aver battuto una campionessa del calibro di Giuseppina Carignano sulla pista del Valentino. Il suo nome travalica anche i confini nazionali. Due anni dopo, infatti, riceve dallo zar Nicola II in persona una medaglia al Grand Prix di San Pietroburgo. Altri due anni e a Torino, nel 1911, segna il nuovo record dell’ora per le donne percorrendo l’incredibile distanza di 37,192 chilometri sulla pista di Moncalieri. Per l’occasione, la principessa Maria Clotilde la premia con una medaglia e ben 15 lire. Nessuno è profeta in patria e non è un caso che proprio all’estero, soprattutto in Francia, Alfonsina abbia più successo.

Se all’estero le cose vanno bene, in Italia non è lo stesso. Siamo pur sempre agli inizi del XX secolo e una donna che va in bici e gareggia non è vista di buon occhio. I soprannomi per Alfonsina si sprecano. Quasi sempre dati in modo dispregiativo per schernirla e farla desistere. In paese la chiamano tutti “il diavolo in gonnella” o “la matta” e perfino suo padre le sconsiglia di continuare. Appende la bici nella stalla così che non possa arrivarci. Qualcuno crede che la sella possa minare la salute delle donne. C’è perfino chi, come Cesare Lombroso, mette in relazione la bicicletta con i casi di follia e delinquenza. Il noto criminologo, all’alba del Novecento, descrive con dovizia di particolari la pericolosità sociale della bicicletta. Questo mezzo, dice, è la causa e lo strumento del crimine.  

Anche nella sartoria dove lavora, le sue colleghe non accettano che vada in bici. È ridicola e scandalosa, non ha il senso del pudore, dicono. Ma per fortuna Alfonsina non è una di quelle persone che si arrendono facilmente. Lo sa bene che sta facendo qualcosa di insolito per i suoi tempi. Ma sa anche che a parlare è il suo cuore e non può mettere a freno la sua passione per ascoltare quello che dicono di lei.

A Fossamarcia, dove vive con la sua famiglia, non ci sono molte possibilità. Deve scontrarsi sempre con la mentalità chiusa e retrograda che vede la donna relegata alle faccende domestiche. Ha bisogno di un modo per evadere davvero. È così che fa un incontro che dà una sferzata alla sua vita. Alle gare ci sono spesso curiosi e appassionati. Tra questi c’è un uomo che è rimasto colpito dal suo modo di gareggiare. Si chiama Luigi Strada. Lavora come cesellatore e intagliatore. Il suo cognome sembra quasi un presagio per Alfonsina. Da quell’incontro casuale scatta la scintilla. I due si sposano nel 1915. Alfonsina ha 24 anni.

In paese tutti speravano che con il matrimonio Alfonsina abbandonasse per sempre le sue velleità di fare la ciclista. Invece l’incontro con Luigi Strada ebbe l’effetto opposto. La sua figura, infatti, ha un peso determinante nella sua vita. Quando ho raccontato la straordinaria storia di Jane Dieulafoy mi sono chiesto come sarebbe stata la sua vita senza il marito Marcel. Con la storia di Alfonsina ci sono diverse analogie. Perché Luigi Strada è un uomo intelligente e moderno. Non soffoca la passione di sua moglie. Anzi. Ne riconosce le potenzialità e si sforza per aiutarla ad inseguire il suo sogno. Non dimentichiamoci che siamo sempre nel 1915, l’anno dell’entrata in guerra per l’Italia. Il Paese non è pronto per i cambiamenti e i pensieri sono altri.

Ma Strada è uno che guarda al futuro. Riesce ad immaginare e realizzare cose che ancora non esistono. Come la macchina per fare il caffè espresso. Un’invenzione straordinaria a cui dedica anima e corpo. Per capire meglio la sua figura, basti pensare che come regalo di nozze dona a sua moglie una bicicletta nuova, una Maino, con tanto di manubri ricurvi all’indietro proprio come quelle dei corridori. 

Nel 1916 si trasferiscono a Milano, in una stanza poco lontano dal Duomo. Luigi continua il suo lavoro di cesellatore e meccanico di biciclette, mentre Alfonsina lavora in casa come sarta e magliaia. Nonostante il momento difficile, riesce sempre a ritagliarsi un po’ di tempo da dedicare alla bicicletta. Nel 1917 bussa alla porta de la Gazzetta dello Sport con una proposta: partecipare al Giro di Lombardia. Ovviamente gareggiando nella competizione maschile. La direzione della Gazzetta è stupita. La società, i lettori, gli investitori. Tanti i punti interrogativi. È un periodo delicato e bisogna ponderare bene ogni decisione. Ma la determinazione di Alfonsina non conosce ostacoli. A causa della guerra non ci sono gare femminili, ma a lei non interessa. Si allena duramente e vuole mettersi alla prova. Non importa se sarà un competizione maschile, l’importante è non arrendersi. Colpita dalla sua volontà, la direzione della Gazzetta cede. O forse, semplicemente fiuta un’occasione imperdibile. In fondo lei è Alfonsina Strada, la miglior ciclista italiana. Il suo nome, lo abbiamo detto, ha superato i confini nazionali e vederla partecipare, unica donna, ad una competizione maschile potrebbe accendere l’interesse attorno al Giro di Lombardia. Il Paese sta affrontando la tragedia della Prima guerra mondiale. Forse è proprio quello che serve per distrarsi.

Sta di fatto che il 4 novembre 1917 a Milano, nove giorni dopo la disfatta di Caporetto, tra i 54 ciclisti al via, con il numero 74, c’è anche lei. Non si classifica tra le prime dieci, arriva ultima con un distacco di un’ora e mezzo dal vincitore Thys. Il direttore della Gazzetta Armando Cougnet si congratula lo stesso con lei e le dà un cospicuo rimborso in denaro. Per Alfonsina è comunque una vittoria. Ha dimostrato, ancora una volta, che non ci sono differenze tra uomini e donne. Soprattutto, degli oltre 50 uomini in gara, ben venti si ritirarono e non tagliarono il traguardo.

Se le sue prestazioni sportive migliorano, non si può dire lo stesso della salute di suo marito. Luigi Strada cade in depressione. Soffre spesso di amnesia, ha reazioni violente e non è più in grado di lavorare. A causare questo peggioramento, probabilmente la sua ossessione per l’invenzione della macchina per fare il caffè espresso. Il proprietario di un bar che conosceva era riuscito a brevettarla prima di lui. Per Strada è la fine. Entra in un vortice di disperazione e autolesionismo dal quale non riesce più ad uscire. Alfonsina, a malincuore, è costretta ad internarlo nel manicomio di San Colombano al Lambro.

La necessità di far fronte alle spese per le sue cure, spinse Alfonsina ad iscriversi nel 1924 al Giro d’Italia. Non era l’unica a farlo per denaro. Diversi i corridori che provavano ad iscriversi solo per ottenere un rimborso o semplicemente la sacca con i viveri distribuita a tutti i partecipanti.

Come detto in apertura, l’edizione del 1924 non comincia sotto i migliori auspici. I grandi campioni come Girardengo, Brunero o Bottecchia hanno chiesto compensi maggiori ma la Gazzetta dello Sport, organizzatrice dell’evento, non è disposta a pagarli. Un rifiuto che spinge diversi corridori a non partecipare alla competizione. La scelta ricade così sulle nuove promesse e perché no anche qualche sorpresa. Come la decisione del direttore di allora della Gazzetta, Emilio Colombo, di ammettere alla gara Alfonsina Strada. Oggi la potremmo definire una scelta di marketing, ma per la Gazzetta è un tentativo estremo per mantenere vivo l’interesso intorno alla gara nonostante l’assenza dei grandi campioni.

Come accaduto per il Giro di Lombardia, la scelta stupisce tutti. C’è chi è dubbioso e chi non perde occasione per storcere il naso. In fondo è una competizione maschile e ammettere una donna equivale a un sacrilegio. Forse proprio la riluttanza nell’accettare una donna al Giro, spinge alcuni giornali a cambiare il nome di Alfonsina. Sì, proprio così. Perché sulla Gazzetta, con il numero 72, c’è un certo Alfonsin Strada. Mentre il Corriere indica addirittura un Alfonso Strada.

È con queste prerogative che il 10 maggio 1924, un mese prima dell’omicidio di Giacomo Matteotti, prende il via il Giro d’Italia da Milano. 90 corridori alla partenza, 12 tappe e oltre 3600 km da percorrere.

“Nel gruppo c’è anche una vispa donnina, coi capelli tagliati alla bebè e i calzoncini corti, da cui scendono con impertinenza i lembi della camicia. Pedala con disinvoltura e allegria, tal quale un ragazzino che abbia marinata la scuola”. Così la descrive Silvio Zambaldi su la Gazzetta dello Sport. Per Alfonsina si tratta della sua prima competizione a tappe. Con la sua bicicletta e i pantaloni alla zuava, porta a termine regolarmente quattro tappe: la Milano-Genova, dove arriva con un’ora di distacco dal primo ma precede molti rivali; la Genova-Firenze, dove si classifica al cinquantesimo posto su 65 concorrenti; la Firenze-Roma, dove arriva al traguardo con soli tre quarti d’ora di ritardo sul primo ed infine la Roma-Napoli.

Il Giro d’Italia è per lei una sfida nella sfida. Perché deve competere su due fronti. Quello sportivo, fatto di fatica, chilometri su strade dissestate, intemperie, con una bici che pesa venti chili e senza cambi di velocità. E poi c’è quello umano, forse il più difficile. Perché Alfonsina deve sfidare la società del tempo. I corridori, gli addetti ai lavori, i giornali. Ogni occasione è buona per insultarla, spaventarla e deriderla. Psicologicamente il Giro è un’esperienza durissima. È la sua determinazione a salvarla. Anche quando sembra sul punto di cedere, tornare indietro, dar ragione a chi le diceva che era una follia, trova sempre la forza per andare avanti.

Ci sono dei momenti del Giro del ‘24 che restano indelebili nella memoria di chi lo ha visto e raccontato. Come la seconda tappa, quando il pubblico impazzisce per lei. Taglia il traguardo dopo 12 ore di gara. È dalle 4.40 che pedala, arriva coperta di croste e tagli. Ha un ritardo di due ore e sei minuti dal primo, ma sembra che alla gente non interessi. Tutti applaudono la sua impresa. C’è perfino un onorevole di Arezzo, Italo Capanni, che le dona un mazzo di fiori, bottiglie di vermouth, tartine e pasticcini. Siamo ancora all’inizio del Giro, ma già sembrano delinearsi gli elementi di quello che potremmo definire l’effetto Alfonsina Strada sul pubblico. Perché la gente inizia a conoscerla davvero, ad ammirare la sua forza nel rialzarsi dopo l’ennesima caduta, ad aggiustare la bici per rimettersi in carreggiata e non perdere nemmeno un secondo. C’è chi le chiede un autografo e chi corre sul ciglio della strada solo per vederla passare. Da Nord a Sud il suo nome si fa spazio tra la diffidenza e i pregiudizi. Quella donna in sella rappresenta la libertà, e in un Paese che si è appena consegnato nelle mani del fascismo, è un evento straordinario.

Ma ripercorriamo altri momenti epici di quel Giro. Ad esempio a Roma, quando un ufficiale regio a cavallo le consegna un mazzo di fiori e una busta. È da parte di sua maestà Emanuele III. Nella busta ci sono 5mila lire. Un’enormità. Oppure quando i lettori della Gazzetta, spontaneamente, decidono di promuovere una sottoscrizione in suo favore.

Alfonsina non lo fa per i soldi. O magari anche per i soldi, lo abbiamo detto, deve far fronte a diverse spese e suo marito si spegne ogni giorno che passa in manicomio. Quello che porta avanti, però, tappa dopo tappa, va ben oltre il denaro.

Ne è una conferma il bagno di folla a Napoli, dove gli spettatori la portano in trionfo per la città. Oppure a Fiume, dove all’arrivo l’aspetta il vate Gabriele D’Annunzio che le regala una medaglia d’oro con lo stemma del suo casato.

La tappa abruzzese è forse una delle più difficili sul piano fisico. Cadute, tagli, la bici che si rompe spesso ed è costretta a sostituire il manubrio con un manico di scopa pur di finire la gara.

A conti fatti, il Giro per Alfonsina è un successo. Dei 90 partecipanti iniziali, sono in 30 a chiudere la gara. E tra questi c’è anche lei. Il giro viene vinto da Giuseppe Enrici ma tutti ricordano, e ricorderanno, Alfonsina. Il successo di pubblico diede ragione al direttore Colombo. Le permettono di compiere il giro d’onore al velodromo Sempione fra gli applausi assordanti. La stampa straniera non la molla un attimo. È lei la vera celebrità.

Perfino Benito Mussolini dichiara di voler incontrare quella donna straordinaria che faceva onore all’Italia. Anche questa è una sorpresa. Perché per l’ideologia fascista, la donna deve occuparsi della famiglia. Andare in bici, per di più con gli uomini, è qualcosa di inconcepibile. Ma l’incontro con il duce per consegnarle una medaglia non avverrà. Il fratello di Alfonsina, Armando, sarebbe stato contento. Prese parte anche alla marcia su Roma. Ma i suoi genitori, specialmente sua madre, sono socialisti e la figura di Mussolini preoccupa e non poco. La situazione in Italia sta peggiorando e l’omicidio Matteotti è solo la punta dell’iceberg.

Il Giro d’Italia del 1924 resta il momento più alto nella vita di Alfonsina. Negli anni a seguire non abbandona la bicicletta ma progressivamente, vuoi per l’età, vuoi per l’avvento di una nuova guerra mondiale, inizia a defilarsi. È pur sempre la miglior ciclista italiana e anche colleghi del calibro di Coppi o Girardengo la rispettano e stimano. Le viene negato di iscriversi nuovamente al Giro. Nel 1938, sul circuito francese di Saint Germain, all’età di 47 anni, si toglie l’ennesima soddisfazione stabilendo il record mondiale femminile delle 12 ore correndo per 325 km.

Gli anni 40’ sono per lei gli anni più duri sul piano sentimentale. A distanza di due anni uno dall’altra, perde prima suo marito Luigi e poi sua madre Virginia. Si sposa con l’ex ciclista Carlo Messori con il quale continua a coltivare la sua passione per la bicicletta. Muore il 13 settembre del 1959 all’età di 68 anni per una crisi cardiaca.

Finisce così la storia di Alfonsina Strada, la regina della pedivella o l’irraggiungibile pistarde come era stata soprannominata, ma la sua eredità è immensa. Non pochi le riconoscono il merito di aver fatto da apripista ad altre donne nel mondo del ciclismo e dello sport in generale.

Della Alfonsina ciclista, determinata e pronta a combattere per la sua passione, abbiamo parlato. Ma c’è un elemento, ripercorrendo la sua vita, che colpisce: il suo altruismo. Veniva da una famiglia poverissima. Grazie alle sue abilità di ciclista ha guadagnato cifre incredibili per l’epoca. Eppure ogni sforzo, ogni medaglia, ogni guadagno, lo condivideva con i suoi cari. Non solo i soldi sborsati per mantenere il marito in manicomio, penso anche a sua nipote Elena, abbandonata dalla madre in orfanotrofio quando se ne andò a Parigi in cerca di lavoro. Alfonsina si prese cura di lei mandandole parte dei suoi guadagni. Un modello, diremmo, sul piano sportivo e umano.

C’è poi un lato nascosto, raramente raccontato. Il suo nome viene associato all’impresa del Giro d’Italia. Ma la sua carriera sportiva è fatta anche di esibizioni in velodromi e circhi. Sì, avete sentito bene. Perché al pari dei mangiatori di fuoco, Alfonsina si esibì nei tendoni di Francia, Spagna e Russia. La corsa sui rulli, il giro della morte, il trampolino, gli spettacoli con le scimmie. Fece parte anche del circo Barnum.

Nella storia di Alfonsina Strada, ho ritrovato quel leitmotiv che accomuna diverse figure femminili le cui storie ho raccontato in questo podcast. Nellie Bly, Vera Menchik, Jane Dieulafoy. Donne che con determinazione hanno sfidato la società ritagliandosi il proprio spazio in un mondo dominato da uomini.

Siamo giunti al termine di quest’episodio, vi ringrazio per l’ascolto. Quando ho ideato questo podcast, avevo già in mente di dedicare un episodio ad Alfonsina Strada. L’ispirazione è arrivata dopo aver letto il libro dal titolo “Alfonsina e la strada” di Simona Baldelli, edito da Sellerio. Un libro che vi consiglio di leggere e che è stato fondamentale per realizzare questo episodio. Come sempre vi lascio in descrizione tutte le fonti consultate. Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast nonché su Instagram e Twitter. Inoltre, sul sito incercadistorie.com trovate le trascrizioni di tutti gli episodi. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Libri e articoli per questo podcast

  • “Alfonsina e la strada” di Simona Baldelli – Sellerio Editore
  • “Delinquenti su due ruote” di Pasquale Coccia – il Manifesto
  • “Il Giro d’Italia” di Colin O’Brien – Mondadori
  • “Storia di Alfonsina Strada” – Museo del ciclismo
  • “Alfonsina Strada: l’unica donna fra gli uomini del Giro d’Italia” di Ivano Ciarlo – Vanilla Magazine

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