Ep. 17 / Il sogno di Vavilov: sconfiggere la fame nel mondo

Leningrado. Russia. Gennaio 1944. Dopo novecento giorni di assedio da parte delle truppe naziste la città è allo stremo. Cibo e acqua sono introvabili. Eppure in quella città ormai sull’orlo del tracollo, tra bombe e disperazione, c’è un vero e proprio tesoro. Una scorta di centinaia di migliaia di semi e tonnellate di patate, riso e cereali, nascosta e custodita gelosamente. Sorvegliata da scienziati che hanno promesso di difendere a tutti i costi il frutto del loro lavoro. Sono così devoti alla causa del loro capo da lasciarsi morire di fame piuttosto che toccare quel tesoro. Il loro capo non è Stalin, bensì un botanico noto in tutto il mondo e sparito negli abissi della dittatura sovietica. Questa è la storia di Nikolaj Vavilov, l’uomo che voleva sconfiggere la fame nel mondo.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

La storia di Nikolaj Vavilov si lega a doppio filo a quella del suo Paese d’origine: la Russia. Un Paese immenso dalle mille contraddizioni. Dove la politica allunga i suoi tentacoli in ogni ramo della società. Anche la scienza non è immune. Soprattutto se lo scienziato ha in mente un progetto grandioso che potrebbe avere effetti sconvolgenti sul mondo intero.

Il suo progetto è alquanto ambizioso: sconfiggere la fame nel mondo. Per farlo pensa di sfruttare le recenti scoperte scientifiche nel campo della genetica applicata alle piante. Cercare e selezionare tipi di piante in grado di crescere e resistere in luoghi dove mai sarebbero sopravvissute. Un intento nobile. Ma, come detto, la scienza in Russia deve fare i conti con la politica. Deve fare i conti, soprattutto, con il suo padre padrone Josif Stalin. Tra i due ci sono visioni differenti. Vavilov sostiene di aver bisogno di almeno dieci anni per ottenere finalmente piante in grado di sopravvivere in qualsiasi habitat; Stalin gliene dà 4. Ma Vavilov non si arrende. La sua passione lo porta a sfidare apertamente il dittatore sovietico.

Riavvolgiamo il nastro e lasciamo da parte per un attimo lo scontro tra lo scienziato e il dittatore. Come si è arrivati a quello scontro? Da dove nasce quella sua ardente passione per le piante e la scienza tanto da mettere a repentaglio la sua vita? Per scoprirlo occorre ripercorrere la sua storia. Partendo dalla sua infanzia in una Russia ben diversa da quella sovietica.

Nasce a Mosca il 25 novembre 1887. Sulla carta la sua è una famiglia numerosa. Sulla carta, perché in realtà dei sette figli di Alexandra e Ivan ne sopravvivono solo tre: Nikolaj, Sergei e Alexandra. Durante la sua infanzia un evento tragico sconvolge il Paese: la carestia. Tra l’ottobre del 1891 e l’estate del 1892 muoiono circa mezzo milione di persone. L’inverno, con temperature oltre i -31 gradi, non fa altro che peggiorare la situazione. L’epidemia di Colera dà il colpo di grazia.

La carestia del 1891 non resterà un evento isolato. In Russia la carestia si ripresenta a più riprese. Che ci siano gli zar o il regime sovietico poco cambia. La popolazione, specie i contadini più poveri, si trovano spesso a fare i conti con la fame. Per Nikolaj si tratta di eventi traumatici ma allo stesso tempo fanno da stimolo alla sua passione.   

Ivan ha in mente per i due maschi una carriera nel mondo del commercio e degli affari, ma i due hanno ben altro per la testa. Sono affascinati fin da piccoli dalla scienza. Vavilov nel tempo libero si diletta in alcuni esperimenti. Suo fratello Sergei gli fa spesso da aiutante. C’è un esperimento che avrà conseguenze sulla sua vita. A scuola ha imparato come produrre l’ozono. Decide di riprodurre lo stesso esperimento a casa. Ruba dal laboratorio gli ingredienti necessari e una volta in camera sua prova a rifarlo. Qualcosa però non va nel verso giusto. Il composto esplode ferendolo all’occhio sinistro. Il dottore, intervenuto sul posto, non può far molto. Nikolaj avrà per tutta la vita un leggero disturbo visivo e non sarà mai in grado di mettere a fuoco dall’occhio sinistro. Questo incidente non lo scoraggia. La sua passione per la scienza è forte e dice al padre di voler diventare un biologo. Suo fratello Sergei invece un fisico.

È così che Vavilov frequenta l’Accademia Agricola di Mosca, allora conosciuta con il suo vecchio nome di Petrovka. Si mette in mostra fin da subito. È un allievo instancabile. Passa ore in laboratorio e sul campo. Conduce esperimenti e spedizioni per studiare le malattie che colpiscono l’avena, il grano e l’orzo. Nonché capire il sistema immunitario delle piante.

Diplomatosi nel 1911, decide di allargare i confini della sua ricerca. Un buon scienziato che si rispetti deve confrontarsi con i suoi colleghi. Meglio ancora se all’estero. Nel 1913 lascia la Russia per viaggiare in Francia, Germania e Inghilterra. Qui, Vavilov ha l’onore di mettere piede nella biblioteca di Charles Darwin ospitata nell’Istituto Botanico di Cambridge. La teoria dell’evoluzione delle specie animali e vegetali per selezione naturale affascina Vavilov al punto da ritenerla uno dei pilastri della sua ricerca scientifica. Un altro incontro, sempre in Inghilterra, influirà sulla sua carriera. Conosce il famoso genetista William Bateson il quale lo avvicina allo studio delle teorie di Mendel. È proprio il professor Bateson ad incoraggiarlo nel suo ambizioso progetto: condurre spedizioni in tutto il mondo per raccogliere le varietà di semi e studiarne le proprietà.

Il suo soggiorno in Europa non può continuare a lungo. Nell’agosto del 1914 è costretto a tornare in patria a causa dello scoppio della prima guerra mondiale. Vavilov spedisce in patria via nave libri, semi e campioni raccolti durante il suo soggiorno europeo. La nave però viene affondata dai tedeschi. Anche la scienza non è immune alla guerra.

Ricordate l’esperimento di Vavilov con l’ozono? In quell’agosto del 1914 proprio quell’esperimento andato male gli salva la vita. Il problema all’occhio sinistro lo esenta dal servizio militare. Vavilov coglie l’occasione per continuare i suoi studi riuscendo a scoprire un tipo di grano in grado di resistere ai funghi.

Nell’estate del 1916 Vavilov viene arruolato. Non per combattere, in fondo quel problema all’occhio non glielo permetterebbe, ma per offrire la sua esperienza e conoscenza come botanico. È uno dei più giovani e talentuosi scienziati in circolazione e lo zar ha bisogno di lui per risolvere un mistero.

Le truppe russe stanziate sul fronte persiano non sono in grado di combattere. I soldati si ammalano spesso, sono storditi e soffrono di vertigini. La causa sembra il pane locale. C’è qualcosa in quel pane e nella sua farina che sta pian piano indebolendo l’esercito.

Vavilov rassicura i suoi cari. Non starà via molto tempo. In fondo lui non andrà a sparare ai turchi o ai tedeschi. Deve risolvere quel mistero e perché no continuare a raccogliere semi e piante per la sua collezione.

Il mistero viene risolto anzitempo. Perché Vavilov arriva in Persia con la soluzione in tasca. Durante i suoi anni alla Petrovka aveva già studiato la pericolosità di una pianta infestante nota con il nome di Lolium temulentum (o Zizzania) che colpiva le messi. L’alto potere intossicante, da qui il termine temulentum (ubriacante), era conosciuto fin dall’antichità. Ingerire farine contaminate dal fungo che infestava queste piante provocava emicranie, vertigini, vomito ed oscuramento della vista.

Risolto il mistero può dedicarsi alle sue spedizioni. Non tutto fila liscio. Nonostante le grandi scoperte sul campo, come un tipo di riso di eccellente qualità, i suoi movimenti sono spesso ostacolati dai cosacchi. La guerra non è ancora terminata e uno scienziato che va in giro con appunti e libri in tedesco e inglese desta più che un sospetto. Viene detenuto tre giorni e rilasciato solo dopo aver ricevuto la conferma da Pietrogrado che non si tratta di una spia. Finalmente le sue spedizioni possono continuare.

Il 1916 resta un anno di grandi scoperte. I suoi viaggi in Asia, in Iran, Turkmenistan e Tagikistan, spesso avventurosi e pericolosi, gli permettono di scoprire nuove varietà di frumento, alcune delle quali in grado di crescere ad altitudini impensabili. Nell’autunno di quello stesso anno ritorna a Mosca. La prima guerra mondiale è solo il preludio ad un altro grande cambiamento in Russia. Il 1917, infatti, è l’anno della rivoluzione d’ottobre. Da quel momento in poi la Russia non sarà più la stessa.

Nell’estate del 1917 Vavilov accetta l’offerta dell’Università di Saratov, una città nel sud della Russia. Arriva un mese prima dello scoppio della rivoluzione e trova una città nel caos. I beni di prima necessità scarseggiano e Saratov pullula di disperati e soldati ubriachi. Le epidemie di tifo e colera rendono il tutto ancora più drammatico.  

L’università sembra un luogo immacolato, ancora intatto nonostante i grandi avvenimenti che stanno sconvolgendo il paese. Vavilov prova in tutti modi a tenere la politica fuori dalle aule. La comunità botanica non deve immischiarsi in affari che non la riguardano. Ma la scienza come abbiamo detto non è immune alla politica. E la rivoluzione travolge tutti.

Il padre di Vavilov è costretto all’esilio in Bulgaria. Le confische e nazionalizzazioni di beni e terreni acuiscono la grave crisi che era nata durante gli anni della guerra. Vavilov è costretto a spostare i suoi studi sulle messi dalla facoltà di agronomia ad una fattoria molto lontana dall’università.

In questo periodo complicato, riesce sempre a trovare del tempo da dedicare alla sua formazione. In una città devastata dalla rivoluzione e dalla fame, convince un professore ad impartirgli lezioni di latino. Non possedendo denaro, lo paga con le verdure e i cereali presi dalla fattoria dell’Università.

Circa un anno dopo riceve un incarico importante: occuparsi dell’Agenzia di Botanica applicata a Pietrogrado, oggi San Pietroburgo. Anche qui la crisi morde. Il primo impatto con gli uffici dell’Agenzia è traumatico. Le stanze sono fredde, l’impianto di riscaldamento è rotto e i tecnici, stremati dalla fame, hanno divorato le scorte custodite nel magazzino. Per Vavilov la situazione è peggiore di quella trovata a Saratov. A complicare il tutto, l’esodo in massa degli scienziati più talentuosi verso l’Europa e gli Stati Uniti d’America. Le menti più brillanti, spaventate dagli esiti incerti della rivoluzione, cercano riparo all’estero. Ci sono però anche buone notizie. Lenin infatti sostiene il progetto di Vavilov. Vengono finanziate spedizioni all’estero per raccogliere i semi da portare poi in Russia dove saranno analizzati.

Nel 1921 Vavilov va negli Stati Uniti. A New York incontra il genetista e biologo Thomas Hunt Morgan, futuro premio Nobel per la Medicina, che sta portando avanti i suoi studi sulla teoria cromosomica dell’ereditarietà. Allarga le sue conoscenze ma allo stesso tempo fa incetta di semi. In un mese riesce a comprarne oltre seimila pacchi da 26 diverse aziende. Ottiene da una riserva di indiani del mais che cresce solo nel Wisconsin. Una volta ritornato in patria, viene accolto con gli onori dal governo sovietico. Le 61 scatole di semi sono un bottino prezioso. Nel suo viaggio di ritorno fa tappa anche in Inghilterra per incontrare i suoi amici di Cambridge. Lì raccoglie anche alcuni campioni di grano provenienti da Spagna, Portogallo e Afghanistan.

Tre anni dopo, nel giugno del 1924, Vavilov va proprio in Afghanistan. Qui si trova una delle più grandi varietà al mondo di grano. Il soggiorno non è facile. I viaggi a cavallo da una città all’altra devono essere sempre scortati dai militari. Tra sentieri impervi, bande di criminali e incidenti diplomatici, rischia spesso la vita per accrescere la sua collezione. Come per l’esperienza in America anche questa viene celebrata, una volta rientrato, dal governo sovietico. Riceve per l’occasione il premio Lenin per i servizi prestati all’Unione Sovietica. Dopo gli Stati Uniti e l’Asia per Vavilov è il momento di spostarsi verso l’Africa.

Queste nuove spedizioni, però, si rivelano più complicate sul piano diplomatico. Deve infatti spostarsi tra colonie possedute da diverse potenze europee, principalmente Inghilterra e Francia. E non è sempre facile ottenere il visto. Perché lui viene dall’Unione Sovietica e specialmente in Europa la “minaccia rossa” getta molti sospetti sui movimenti di questo scienziato. In diversi dispacci dell’epoca Vavilov viene accusato di essere una spia al soldo dei sovietici o addirittura un fomentatore di rivolte. Temono che quel professore in cerca di semi in realtà voglia diffondere nei paesi che visita le teorie bolsceviche. Nei suoi diari riporta tutta la sua frustrazione. Rimpiange addirittura i tempi di Marco Polo. Perché ai suoi tempi, dice, gli uomini potevano attraversare oceani e continenti ed essere accolti sempre come ospiti.

Solo grazie ai suoi agganci nelle comunità accademiche, ottiene i permessi per andare in Libano, Siria, Tunisia, Algeria, Marocco, Palestina e Cipro. Nelle colonie francesi conosce Louis Trabut, un noto botanico del tempo. Vavilov è stregato dalle sue coltivazioni. Perché è riuscito a piantare in Europa o Africa specie provenienti dal Sud America, dall’Australia e dall’Asia confermando ancora una volta le sue teoria sulla possibilità di introdurre in Russia specie esotiche in grado di adattarsi ai diversi climi. Durante il suo soggiorno in Africa, ottiene il permesso dalle autorità italiane per visitare anche l’Eritrea e l’Abissinia. Il governo italiano coglie l’occasione per invitarlo a Roma ad una conferenza internazionale sul grano. Lì riceve anche una medaglia per il suo contributo. Vavilov sceglie l’Italia come luogo per la sua luna di miele con l’amante Yelena.

Le spedizioni all’estero non fanno che accrescere la sua fama. Nel 1929, all’età di 42 anni, diviene uno dei membri più giovani dell’Accademia di Scienze dell’URSS. Sembra andare tutto per il meglio. Le spedizioni non si fermano: visita Cina Giappone e Corea. Le stazioni scientifiche dell’Agenzia botanica proliferano sul territorio dell’URSS. Per Vavilov è un successo dopo l’altro.

La sua ascesa, però, ha attirato le attenzioni di molti. I suoi viaggi all’estero non interessavano solo le diplomazie e i servizi segreti stranieri. Vavilov, già dalla rivoluzione del 1917, è controllato dal governo sovietico.

006854. Si tratta del fascicolo riguardante Nikolaj Ivanovich Vavilov redatto dal Direttorato politico dello Stato, più noto con l’acronimo GPU o Lubjanka, insomma la polizia segreta del regime sovietico ha schedato Vavilov e segue ogni suo spostamento. Durante il suo viaggio negli Stati Uniti l’agente segreto che lo pedina annota: “Vavilov mette al primo posto il suo interesse personale a discapito di quello dell’Unione Sovietica. Vuole accrescere la sua gloria a spese degli altri”.

La polizia nutre dei sospetti anche sugli incontri avuti a Belgrado e Praga con esiliati russi, tra cui suo padre. In Abissinia avrebbe incontrato perfino un ex generale dell’esercito zarista. Il dossier Vavilov, anno dopo anno, si arricchisce di accuse. La più grave è che all’interno dell’Istituto di San Pietroburgo ci sia una cellula antigovernativa. È in atto un controrivoluzione e lui ne è il capo. Le sue spedizioni, i suoi studi, altro non sono che un modo subdolo per annientare il sistema agricolo sovietico già prostrato dalle ripetute carestie. Dopo quella del 1891/92 raccontata in precedenza, la Russia aveva affrontato la carestia del 1921/23 che costò oltre due milioni di morti e si preparava a quella ancora più drammatica del 1932/33, dove milioni di persone, soprattutto ucraini, moriranno di fame.

La polizia segreta raccoglie sempre più prove della sua colpevolezza. Queste prove sono spesso ottenute sotto tortura. Accademici e collaboratori di Vavilov vengono avvicinati dalla polizia. O diventano informatori o vengono torturati finché non ammettono, o spesso inventano, le colpe del loro capo.

Nel 1930 la polizia, secondo i giornali, aveva smascherato una organizzazione antigovernativa nota con l’acronimo di TKP. I suoi membri erano stati processati e giustiziati. Tra di loro c’erano anche agronomi, scienziati ed esperti.

Secondo il fascicolo numero 006854 sono ben 4 gli informatori segreti che gravitano attorno a Vavilov. Lui, ovviamente, ne è all’oscuro. Si fida ciecamente dei suoi collaboratori. E in fondo, quello che sta facendo, è proprio trovare un modo per aiutare il suo paese a sconfiggere la fame. Come potrebbero accusarlo?

Il governo, che segretamente raccoglie informazioni sul suo scienziato, lo lascia proseguire con le sue spedizioni. Agli inizi degli anni Trenta Vavilov ritorna negli Stati Uniti e visita anche il Messico. Un viaggio come un altro, se non fosse che alla richiesta da parte del Partito Comunista di recarsi a Washington e Londra per un pranzo di stato, avrebbe risposto picche dicendo che la sua spedizione in cerca di semi era molto più importante. Una scelta lodevole sul piano scientifico, ma alquanto azzardata sul piano politico. Stalin infatti non la prende bene.

Intanto in Russia, a San Pietroburgo, tra delatori e poliziotti, l’Agenzia di Botanica versa in condizioni drammatiche. I fondi scarseggiano e gli scienziati sono spesso costretti a lavorare al freddo ricevendo salari da fame. In queste condizioni, il progetto di Vavilov non può realizzarsi. Non ci sono né le risorse né il personale adeguato. In aggiunta, Stalin avanza anche delle pretese. Nel 1931 decide che il progetto della durata di 12 anni presentato da Vavilov non è accettabile. La carestia sta massacrando la popolazione e Stalin ne abbassa la durata a 4. Lo scienziato contro il dittatore. Vavilov prova a spiegare che per ottenere le nuove varietà di specie adatte per sopravvivere ci vuole più tempo. Ma il governo è irremovibile.

Fino ad ora sulla scena ci sono solo lo scienziato e il dittatore. Ma c’è un terzo personaggio che si fa strada e che approfitta proprio delle divergenze tra i primi due. Si chiama Trofim Denisovič Lysenko. Un agronomo ucraino spregiudicato pronto a tutto pur di far carriera. E durante la dittatura staliniana il modo migliore per far carriera è dire al dittatore quello che vuole sentire. Stalin dà solo 4 anni di tempo per migliorare la resa dei raccolti? Non c’è problema. Lui ha la soluzione che fa al caso. Sostiene infatti di aver sviluppato una tecnica di vernalizzazione che permette, cambiando temperatura e umidità, di aumentare la resa di cereali e grano. Lo ha fatto in Azerbaigian e i raccolti, a suo dire, sono aumentati del 40%.

Un impostore? O c’è del vero nelle sue teorie? La comunità scientifica internazionale nutre fin da subito parecchi dubbi circa l’efficacia dei suoi metodi. Soprattutto, mettono in discussione le sue teorie. Le tecniche di vernalizzazione pensate da Lysenko sono influenzate dalle teorie Lamarckiane. Semplificando: gli organismi si trasformano in base alle condizioni ambientali.

Si crea una vera e propria spaccatura all’interno della comunità scientifica dell’URSS. C’è chi segue le teorie di Darwin e Mendel e chi quelle neo-lamarckiane. Il problema vero è che Stalin fa il tifo per Lysenko. I darwinisti così si ritrovano perseguitati, deportati, internati o fucilati. Una teoria secondo la quale l’eredità dei caratteri sarebbe influenzata da fattori ambientali è più congeniale all’ideologia del regime.

Per Vavilov questa è la fine. Perché Lysenko, almeno a parole, soddisfa le richieste del dittatore. La pressione su Vavilov cresce di anno in anno. I fondi destinati all’Accademia da lui presieduta vengono tagliati. Anche le spedizioni all’estero non sono più ammesse. Prova a dimettersi ma le sue richieste vengono rifiutate. Il piano di Stalin per l’ascesa di Lysenko si sta realizzando. Nel 1938 diviene presidente dell’Accademia Lenin delle scienze agrarie. Ora è lui il capo di Vavilov. Quest’ultimo è ancora direttore dell’Istituto di Leningrado e dell’Istituto di genetica di Mosca. Ancora per poco però.

Il suo arresto è nell’aria. La polizia segreta ha completato il suo fascicolo. Si cerca solo il modo migliore per arrestarlo e farlo sparire senza clamore. Vavilov, infatti, è uno scienziato noto in tutto il mondo e la sua scomparsa attirerebbe le attenzioni non solo della comunità scientifica internazionale ma anche delle potenze straniere.

L’occasione propizia arriva con lo scoppio della seconda guerra mondiale. Le nazioni hanno ben altro a cui pensare e la polizia segreta sa che quella è un’occasione imperdibile. Distratti da Hitler e dall’orrore della guerra, nessuno si accorgerà della scomparsa di Vavilov. Ma il suo arresto non può avvenire a Mosca o a San Pietroburgo, allora Leningrado. Si decide di spedirlo, nel maggio del 1940, nell’Ucraina occidentale, appena passata sotto l’influenza sovietica dopo il patto Molotov-Ribbentrop.

È il 6 agosto e Vavilov con i suoi collaboratori si prepara per andare a caccia di piante e semi. Non sa che quello sarà il suo ultimo giorno di libertà. Il Commissariato del popolo per gli affari interni ha infatti inviato alcuni suoi agenti per prelevare Vavilov e riportarlo a Mosca. All’insaputa dei suoi collaboratori, gli agenti confiscano i suoi beni tra cui appunti, libri, ricerche ed articoli. Coperto anche dal silenzio della stampa, l’arresto di uno degli scienziati più talentuosi dell’epoca passa inosservato. Il suo staff saprà del suo arresto solo una settimana dopo.

Per Vavilov si aprono le porte dell’inferno. In 11 mesi sarà interrogato circa 400 volte per un totale di 1700 ore. Alcuni interrogatori dureranno anche 13 ore. La maggior parte di essi saranno condotti di notte privando lo scienziato del sonno. Viene accusato di spionaggio, di voler sabotare il regime sovietico, di fare gli interessi delle potenze straniere e sostenere gli esiliati anticomunisti. Vavilov si dichiara sempre innocente. Dichiara di aver sempre agito nell’interesse dell’URSS. Eppure, la notte tra il 24 e il 25 agosto, è lui stesso ad ammettere di far parte di una organizzazione di destra all’interno del Commissariato dell’Agricoltura.

Questa confessione è alquanto strana. Forse stremato dagli interrogatori e dalle torture, avrà pensato che una confessione del genere gli avrebbe almeno evitato la fucilazione. In seguito ammetterà di far parte anche di movimenti filo-rivoluzionari. È interessante notare come Vavilov non rinunci mai alle sue idee e teorie. Fino all’ultimo non ritratta e continua a sostenere il suo credo nella genetica e nelle teorie di Mendel.  

La sua posizione peggiora giorno dopo giorno. I delatori non sono solo all’esterno. Anche i suoi compagni di cella, pur di vedere scontata la propria pena, sono disposti a tutto, anche a raccontare che Vavilov, durante gli interrogatori si dichiara innocente, ma una volta tornato in cella esterna tutta la sua rabbia contro il regime sovietico.

Il 22 giugno 1941 prende il via l’operazione Barbarossa e il governo sovietico ordina di chiudere e completare tutti i casi in corso. Il 9 luglio tre generali del Collegio Militare impiegano meno di 5 minuti per dare il loro responso e annunciare la colpevolezza di Vavilov per tutti i capi d’accusa. Senza avvocati né testimoni, viene condannato a morte e i suoi beni confiscati. Viene trasferito in una prigione di Mosca in attesa della pena di morte. La guerra, però, ancora una volta cambia i piani del governo sovietico che si vede costretto a trasferire i prigionieri. I tedeschi sono alle porte di Mosca ed è rischioso lasciarli lì. Hitler è a conoscenza della banca di semi e piante di Vavilov e non vede l’ora di impossessarsene.

Ironia della sorte, Vavilov viene trasferito a Saratov. Proprio lì dove nel 1917 era arrivato come scienziato ambizioso e pronto a cambiare il mondo della botanica e dell’agricoltura. Rinchiuso nella cella n.1 della prigione di Saratov, chiamata dalla gente del luogo “Titanic” perché lunga e stretta con le finestrelle del sesto piano che ricordavano gli oblò della nave, Vavilov prova fino all’ultimo a non perdere la speranza e tenersi occupato. Dà lezioni di botanica e storia ai suoi compagni di cella. Racconta dei suoi viaggi in giro per il mondo. Riesce anche a scrivere un libro dal titolo “La storia dell’agricoltura mondiale” che però fu distrutto insieme ai suoi articoli e ricerche.

Il governo sovietico, seppur impegnato a respingere i tedeschi, è riuscito nel suo intento di far scomparire Vavilov nel silenzio. Il piano sembrava aver funzionato alla perfezione. Sembrava, perché il 23 aprile Vavilov viene eletto membro della Royal Society, l’Accademia di scienze più prestigiosa del Regno Unito. Sua maestà manda a Mosca una delegazione diplomatica per ottenere la sua firma sul documento che ne attesta l’ingresso nella Royal Society. Ma dov’è Vavilov? E come spiegarlo che si trova a Saratov in attesa di essere fucilato? Il governo deve evitare l’incidente diplomatico e chiede a suo fratello, Sergei, di firmare il documento. Anche se contrario non ha alternative. Firma ma i diplomatici inglesi non ci cascano. L’ambasciata invia una lettera a Mosca lamentandosi: “Volevamo la firma di Nikolaj, non quella di suo fratello”. La questione rimane irrisolta.

Nel frattempo Vavilov riceve una buona notizia. Il 4 luglio 1942 la sua pena viene commutata in 20 anni da scontare in un campo di prigionia. Viene anche trasferito in una cella diversa dove, seppur tra le privazioni che si possono sperimentare in una prigione sovietica, riceve un diverso trattamento.

Passano sei mesi e tra scarse razioni di cibo e lavori forzati, le condizioni di salute di Vavilov peggiorano sempre di più. Ormai emaciato e impossibilitato a muoversi, viene trasferito nell’ospedale della prigione. Il 26 gennaio 1943 il suo cuore smette di battere. La causa di morte ufficiale è polmonite. In realtà, Nikolaj Vavilov, l’uomo che voleva sconfiggerà la fame nel mondo è morto proprio di inedia.

La notizia della sua morte viene diffusa solo nel giugno del 1943. Sergei è convocato a Mosca per firmare i fogli che confermano la morte di suo fratello. Su quei fogli però non c’è alcun accenno alle cause della sua morte. Come era morto? Era stato fucilato? Dov’era stato sepolto? Nessuna risposta.

A guerra finita, nel 1945, diversi colleghi della comunità scientifica internazionale si interrogano sulla fine di Vavilov. La Royal Society invia diverse richieste all’Accademia delle scienze ma vengono tutte ignorate. Oleg, il primogenito di Nikolai, si impegna con l’aiuto dello zio Sergei a far luce sulla morte del padre. La dittatura staliniana è ancora forte e il regime non permette a nessuno di mettere il naso negli affari di stato. E la morte di uno dei più importanti scienziati del tempo lo è eccome.

Nel 1946, Oleg si trova sulle montagne del Caucaso per un’escursione. Finalmente una vacanza premio dopo gli anni del dottorato. Il 10 febbraio sua moglie Lidia viene informata che Oleg è rimasto vittima di una slavina e nessuno ha ritrovato il suo corpo. Lidia non ci può credere. Qualcuno le dice di aver visto Oleg scappare in Turchia. Ma lei non si dà pace. Sa che deve essere accaduto qualcosa a suo marito. Nel giugno dello stesso anno si reca su quelle montagne con una spedizione pagata dallo zio Sergei. Il corpo di Oleg viene ritrovato. Nel referto della polizia locale si legge che all’altezza della tempia destra, Oleg presentava una ferita causata molto probabilmente da un piccone. La famiglia Vavilov non ha dubbi. Oleg sapeva troppo sulla morte di suo padre ed è per questo che è stato ucciso.

Come altri politici, intellettuali o scienziati scomparsi durante la dittatura staliniana, anche per Vavilov passò molto tempo prima che il suo nome ritornasse finalmente ad essere pronunciato. La sua figura e il suo impegno nel campo delle scienze fu riscoperto solo nella metà degli anni Settanta. Gran parte delle sue ricerche, compresi articoli, libri e semplici appunti, andarono persi per sempre. Nel 1987 fu celebrato il centenario della sua nascita.

La sua banca internazionale di semi e piante resta ancora uno dei progetti scientifici più all’avanguardia. Vavilov riusciva a coniugare archeologia, geografia, tassonomia e botanica. Il suo progetto di creare specie resistenti alle più disparate condizioni ambientali è quantomai attuale.

Della lunga storia di Vavilov c’è un ultimo aneddoto che voglio raccontarvi. Una volta incontrò personalmente Stalin. Fu un incontro casuale. Stalin camminava per i corridoi del Cremlino quando si imbatté in Vavilov. Lo scienziato, come sempre, anche quel giorno portava con sé una grossa valigia. Dentro c’erano fogli e ricerche. I suoi attrezzi del mestiere. Ma Stalin non ci credeva. Il dittatore era sicuro: in quella valigia, Vavilov custodiva una bomba.

Siamo giunti al termine di quest’episodio, vi ringrazio per l’ascolto. Se volete approfondire la storia di Vavilov purtroppo non ci sono molti libri in circolazione. Forse proprio per quella sorta di condanna all’oblio a cui fu destinato sotto il regime sovietico. Il libro che vi consiglio, e che ho utilizzato per realizzare questo episodio, è di Peter Pringle e si intitola “The murder of Nikolai Vavilov”. È in inglese e ricostruisce in modo minuzioso la vita di Vavilov. Per scriverlo Pringle ha parlato con Yuri Vavilov, il secondogenito di Nikolai. Grazie a lettere inedite e documenti dell’epoca, potete immergervi nelle vicende di questo scienziato sovietico. 

Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. In cerca di storie è sulle maggiori piattaforme di podcast nonché su Instagram e Twitter. Inoltre sul sito incercadistorie.com trovate le trascrizioni di tutti gli episodi. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Libri per questo episodio

– “The Murder of Nikolai Vavilov” di Peter Pringle – Simon & Schuster

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