Da barese amo cimentarmi, quando viaggio, in questo particolare pellegrinaggio: in ogni città che visito faccio sempre tappa nella chiesa locale dedicata a San Nicola. Quella di Amburgo ha qualcosa di speciale in confronto alle altre che ho visto.
Passeggiando per la città e avvicinandosi al centro si nota questo monumentale campanile neogotico svettare sugli edifici moderni. È un campanile “solo”. Nel senso che non troviamo come è consuetudine una chiesa. Ma silenzio, rovine e un peso che si sente nell’aria. Ci si trova di fronte al Mahnmal St. Nikolai — il Memoriale di San Nicola.
Una chiesa nata dalle ceneri
La storia di questa chiesa affonda le radici nel XII sec. Quando la comunità locale eresse una piccola cappella in onore di San Nicola, patrono dei marinai e dei viaggiatori. Una storia, la sua, funestata da distruzioni. Il “grande incendio” di Amburgo del 1842 rase al suolo l’antico edificio medievale. La città decise di ricostruire in grande: affidò il progetto all’architetto britannico George Gilbert Scott, che disegnò una cattedrale neogotica di proporzioni vertiginose.
Ci vollero 36 anni e quando il campanile fu completato, tra il 1874 e il 1876, San Nicola era la costruzione più alta del mondo. Un primato breve, ma reale. Simbolo di una città anseatica potente, ricca, orgogliosa. Nessuno poteva immaginare cosa aveva in serbo il futuro.
L’estate in cui il cielo prese fuoco
Luglio 1943. Siamo in piena Seconda guerra mondiale. La RAF battezza l’operazione con un nome biblico e spietato: Operazione Gomorra. Dal 24 luglio al 3 agosto, utilizzando proprio il campanile come punto di riferimento, oltre 3.000 velivoli britannici e americani scaricano 8.500 tonnellate di bombe su Amburgo. Non solo esplosivi — anche bombe incendiarie, bombe al fosforo.
Nella notte tra il 27 e il 28 luglio un mix di condizioni atmosferiche avverse trasformano centinaia di incendi separati in un unico mostro. Un Feuersturm — una tempesta di fuoco — si scatena per le strade. Venti di 250 km/h di fuoco puro. Temperature di 800 gradi nell’epicentro. L’acqua stessa brucia nei canali. Un inferno in terra con fiamme che toccano i 6.000 metri di altezza.
34.000 persone perdono la vita. Circa 40.000 edifici residenziali, con oltre 263.000 appartamenti vengono spazzati via. Il 74% della città viene rasa al suolo. Due terzi degli abitanti — oltre 800.000 persone — abbandonano Amburgo.
E San Nicola? La navata crolla. Le pareti cedono. Rimane solo lui: il campanile. In piedi tra le macerie come un sopravvissuto.
La scelta più coraggiosa: non ricostruire
Negli anni del dopoguerra Amburgo si rialza. Ricostruisce le altre chiese principali. Ma San Nicola no. Costa troppo. Prima si procede a demolire alcune parti rimaste come l’area dell’altare, ben conservata, e le mura della navata; in seguito, le autorità prendono una decisione che richiede coraggio storico: lasciare le rovine così come sono. Non un cantiere dimenticato ma un monumento. Oggi quelle pietre bruciate, quelle arcate spezzate, quelle colonne mute sono dedicate ufficialmente alle «vittime della guerra e della tirannia tra il 1933 e il 1945». I tedeschi lo chiamano Mahnmal, un monumento commemorativo, un monito per tutti. Visitarlo fa riflettere. Una volta superato uno degli ingressi si rimane a bocca aperta. Perché ci si trova davanti ad un edificio maestoso, o almeno quello che ne rimane. E si prova ad immaginare come doveva essere un tempo e l’unico commento che scappa è: che peccato. Sì, perché la follia della guerra l’ha inghiottita per sempre. E a noi non resta che questo: un monito affinché non si ripeta.
In copertina particolare dell’ingresso principale della chiesa.







