Le sirene risuonano in tutta la città e un messaggio dagli altoparlanti vi invita a correre ai ripari. Non c’è tempo per pensare. Bisogna rifugiarsi nel bunker. Si scendono le scale e ci si ritrova in quella che sarà la vostra casa per 48 ore.
Ho visitato uno dei tanti bunker costruiti durante la Guerra Fredda in Unione Sovietica. Siamo a Vilnius, in Lituania, in quello che un tempo era il distretto industriale della città. Nella capitale lituana c’erano 300 bunker e questo venne costruito per offrire un rifugio agli operai della fabbrica Lietuvos Automatika in caso di attacco nucleare o con armi biologiche.
Situato a 4 metri di profondità e protetto da un sistema di porte ermetiche da 300 Kg l’una poteva ospitare i cento operai della fabbrica. Ogni aspetto del bunker è stato studiato con meticolosa attenzione per ogni scenario. Sulle pareti poster illustrativi spiegano come utilizzare gli strumenti a disposizione, prestare soccorso o cosa fare in caso di contaminazione. Negli armadietti scorte di cibo, medicinali e kit per affrontare eventuali incendi, minacce chimiche o radiazioni. Le scorte erano sufficienti per sopravvivere due giorni.
Come passare il tempo in quelle 48 ore? Cosa fare sapendo che all’esterno è in corso una potenziale catastrofe? Per distrarsi c’erano libri, giornali, scacchi, radio e tv. Non c’erano letti ma solo mensole di legno che potevano essere convertite in brande all’occorrenza. Ogni persona nel rifugio aveva a disposizione mezzo metro quadrato di spazio. Sul pavimento sono ancora visibili i piccoli quadrati che delineavano lo spazio personale.
L’esperienza all’interno del bunker dipendeva dalla presenza o meno dell’energia elettrica. Il sistema di ventilazione per filtrare l’aria contaminata dall’esterno era alimentato dalla corrente elettrica. In caso di blackout, poteva essere azionato manualmente attraverso una leva.
Le comunicazioni con l’esterno passavano attraverso telefoni militari e apparecchi basati su sistemi via cavo e non via segnale radio per ovviare all’eventuale assenza di elettricità. Con la caduta dell’Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda i bunker presenti in città sono caduti in disuso. Alcuni sono stati distrutti, altri riconvertiti. Con il passare degli anni sembrava che questi luoghi non servissero più ma in realtà il clima geopolitico sempre più instabile ha riportato il tema dei rifugi in città più attuale che mai. Saremmo davvero pronti a vivere 48 ore qui dentro?

















