Ep. 2 / Lo scandalo del “manzo imbalsamato”

Ci sono tanti modi per morire in guerra: per mano del nemico; per fame; intemperie; malattie. Oppure per mano amica: pensiamo ai disertori passati per le armi. Nella storia di quest’oggi, la morte assunse una forma singolare. Arrivò infatti sotto forma di carne in scatola. O almeno così credettero in molti. Perché questa, è la storia dell’embalmed beef scandal: lo scandalo del manzo imbalsamato.

Benvenuti a tutti, sono Stefano Frau e questo è In cerca di Storie, il podcast che va alla ricerca di storie o personaggi dimenticati o poco conosciuti.

La storia che vi racconto quest’oggi è una di quelle nascoste tra le righe della narrazione di un libro. Qualche tempo fa, leggevo il libro di Upton Sinclair dal titolo “La giungla” nel quale si racconta l’esperienza in America, precisamente a Chicago, di Jurgis Rudku, un lituano emigrato con la sua famiglia negli States in cerca di fortuna alla fine del 1800. Jurgis, attratto dal sogno americano, si ritrova dopo non molto tempo a vivere un vero e proprio incubo. Assunto a Packingtown, il quartiere di Chicago soprannominato “la città dello scatolame” per via dei macelli e delle industrie di lavorazione della carne lì presenti, assiste con i suoi occhi agli orrori di quel mondo. 

No, non voglio farvi alcuno spoiler se non avete letto il libro di Sinclair, ma la storia di Jurgis ci serve per capire meglio cos’è questo scandalo della carne imbalsamata.

Cerchiamo di localizzare la nostra storia. Magari con l’ausilio di qualche foto. Siamo in America, lo abbiamo detto, alla fine del XIX secolo, e più precisamente siamo a Chicago, e se volessimo restringere l’area ancora di più, siamo a Packingtown. Se cerchiamo su Google questo nome, saltano fuori diverse foto che danno l’idea della vastità di quest’area. Distese infinite di animali chiusi nei recinti. Fabbriche e fumo nero. I mattatoi di Chicago, costruiti nel 1865, coprivano originariamente una superficie di 1,5 chilometri quadrati che raddoppiò nel giro di trent’anni. I 2300 recinti per animali potevano ospitare, in una sola volta, qualcosa come 118mila capi di bestiame, tra suini, bovini e ovini. Nel 1870, i mattatoi trattavano, se così si può dire, circa due milioni di animali l’anno, arrivando alla cifra monstre per quel tempo di 9 milioni nel 1890.

Qui, tra reparti di macellazione, inscatolamento, trasformazione, refrigerazione e spedizione, lavoravano agli inizi del 1900 circa 25mila persone, tra donne, uomini e bambini. Una città nella città, perché attorno alle fabbriche sorgevano uffici, taverne, alberghi e abitazioni.

Un’organizzazione del lavoro matematica quanto maniacale, che vide il battesimo della catena di montaggio e fu d’ispirazione per il magnate delle automobili Henry Ford.

Il lavoro, proprio quello che ha attratto Jurgis e la sua famiglia. Ecco, va detto, e forse non vi meraviglierete nel sapere che il mondo lavorativo racchiuso all’interno del perimetro di Packingtown, seppur organizzato, si rivelava un inferno per i lavoratori stessi. Le condizioni di lavoro erano orribili: ritmi febbrili, orari sfiancanti, incidenti mortali o invalidanti malattie cosiddette professionali come la tubercolosi, spesso diffuse tra i lavoratori delle stanze di cottura, oppure la setticemia, sempre dietro l’angolo ogni volta che qualche operaio si tagliava durante la macellazione. Aggiungete la piaga delle paghe in calo e gli abusi e soprusi che spettavano alle donne, costrette spesso ad essere sottopagate e a prostituirsi.

Il quadro è completo direte voi. Invece no, perché mancano ancora due fattori da menzionare. I più importanti direi, perché si tratta proprio degli animali e della loro carne. Sinclair per scrivere il suo libro-inchiesta, lavorò per sei mesi a Packingtown. Quello che vede Jurgis in realtà è proprio ciò che vide l’autore durante questo lavoro sotto copertura.

Le aree adibite alla macellazione erano spesso carenti dal punto di vista igienico. I lavoratori non avevano modo di potersi lavare, nonostante passassero ore ricoperti dal sangue. Nonostante l’esistenza di controlli sugli animali prima e dopo la macellazione, spesso, come raccontato da Sinclair, si macellavano animali affetti da tubercolosi o suini morti a causa della peste suina. Se non addirittura animali considerati illegali, come i cavalli. Nelle aree di lavorazione, i topi la facevano da padroni. Capitava che qualche topo cadesse nell’impianto di lavorazione, ma questo non comportava alcun problema per la macchina di produzione di Packingtown. La carne, infatti, era spesso di scarsa qualità. Diversi prodotti, come ad esempio il “prosciutto in scatola” o il “pollo in terrina”, non avevano nulla o quasi di carne animale. Ho specificato di carne animale, perché secondo il racconto di Sinclair, qualche volta a cadere nell’impianto di lavorazione non erano solo i topi ma anche gli operai stessi. Ad eccezione delle ossa, ogni singola parte del loro corpo era stata inscatolata e spedita ai quattro angoli del mondo. A completare il quadro, gli additivi chimici che permettevano di svecchiare la carne, rimuovere tracce di muffa e perfino dare un sapore.

E’ proprio dopo una descrizione minuziosa di come si uccidevano e macellavano animali infetti, che Sinclair cita la famosa “carne in scatola” che aveva ucciso, a suo dire, tanti soldati americani quanti ne avevano uccisi le pallottole spagnole nella “splendida guerricciola”.

Cos’è questa “splendida guerricciola” e cosa c’entra la carne in scatola? Per scoprirlo, dobbiamo spostare la nostra lente su un avvenimento storico: la guerra ispano-americana e il suo scandalo della carne imbalsamata.

Non vi racconterò la guerra, ma ci basta sapere alcune cose per contestualizzare la nostra storia. Siamo nell’aprile del 1898, da una parte ci sono gli Stati Uniti d’America che stanno dando il La al loro imperialismo; dall’altra la Spagna, in crisi, che deve fronteggiare movimenti indipendentisti in alcune delle sue colonie. Proprio in una di queste, Cuba, ci sono alcuni guerriglieri che rifiutano la sovranità spagnola. L’America decide così di appoggiare l’isola contro la Spagna. La guerra, caldeggiata dai giornali dell’epoca, scoppia in seguito all’esplosione della nave Maine, che costa la vita a 266 marinai.

Le truppe americane, per lo più composte da volontari, si ritrovano ad essere dislocate in zone alquanto remote. A Cuba, ma anche Porto Rico, Guam e nelle Filippine.

Per fare la guerra ci vogliono armi certo, ma soprattutto cibo per le truppe. E quale miglior cibo se non la carne in scatola?

La decisione di distribuire carne in scatola ai soldati, risale già alla Guerra Civile. Durante la Guerra di secessione, però, non faceva parte delle razioni standard distribuite alle truppe: si preferiva dar loro del manzo fresco. Proprio le lunghe distanze e l’impossibilità di rifornire le truppe con della carne fresca, spinse il governo a optare per il manzo in scatola durante la guerra con la Spagna. In media, durante la guerra ispano-americana, un soldato riceveva 12 once di bacon, maiale o manzo in scatola.

Ecco allora che ci ricolleghiamo a quanto descritto da Sinclair nel suo libro. Proprio quella carne di scarsa qualità, prodotta e confezionata a Chicago e distribuita in tutta l’America, si ritrova ora sulle tavole dei soldati americani.

Durante la guerra con la Spagna, tra i soldati circola spesso quell’espressione: “carne imbalsamata”. Il poeta americano Carl Sandburg, che partecipò come volontario alla guerra, ci spiega il perché di quel nome: “L’odore di putrefazione che emanava ricordava quello dei corpi imbalsamati”. Il manzo in scatola aveva anche il nome “Red Horse” e spesso i soldati lo gettavano in acqua, sperando che almeno i pesci potessero mangiarlo.

Nel luglio 1898 iniziarono a circolare le prime voci sulle condizioni malsane degli accampamenti militari americani e sulla pessima qualità della carne distribuita ai soldati. Negli accampamenti, il tifo e le scarse condizioni igieniche, erano la norma.

Il presidente di allora, William McKinley,  il 24 settembre 1898 diede inizio ad una investigazione per fare luce su quelle voci. La commissione costituita per l’occasione e capitanata dal generale Dodge lavorò tra il settembre e il dicembre di quell’anno raccogliendo le testimonianze di soldati, ex commilitoni e civili.

Lo scandalo scoppiò quando il 21 dicembre il generale maggiore Nelson Miles testimoniò dinanzi alla commissione riunita a Washington asserendo che 337 tonnellate di manzo surgelato, o manzo imbalsamato, furono distribuite ai soldati di stanza a Porto Rico.

Miles sosteneva di non saper nulla delle sostanze chimiche utilizzate durante il processo di lavorazione poiché si trattava di un processo segreto. Secondo il generale, carne di manzo di bassa qualità era stata distribuita in Florida, Porto Rico e Cuba. Non disse la sua fonte, ma sostenne di avere avuto conferma da parte di un medico che le sostanze chimiche utilizzate fossero la causa delle malattie che colpivano i soldati.

Lo scandalo si allargò quando saltò fuori una lettera del maggiore Daly che sosteneva di aver eseguito personalmente alcune ispezioni a Tampa, Jacksonville e Porto Rico, e di aver visto con i suoi occhi manzo fresco conservato con l’ausilio di additivi chimici nonché, sulla banchina di Tampa, di aver visto un quarto di bue appeso al sole ancora in ottimo stato nonostante fosse lì già da 60 ore. Impossibile a suo dire, data la temperatura e il clima. Per Daly si trattava sicuramente di un esperimento e credeva che avessero utilizzato acido borico per trattare la carne. Infatti, la carne che aveva assaggiato emanava un odore simile alla carne imbalsamata e dopo la cottura aveva un retrogusto di acido borico. Daly non effettuò test chimici sulla carne, analizzò solo del brodo di conservazione trovando tracce di acido borico e salicilico.

Le voci non si fermavano e il governo, preoccupato, decise di creare una nuova commissione: questa volta capeggiata dal generale maggiore James Wade e nota come “Wade Beef Board”. Dal 20 febbraio al 24 aprile 1899 produsse circa 4700 pagine di studi, ma non aggiunse molto a quello che già si sapeva dai risultati della commissione Dodge.

Durante l’inchiesta, però, saltò fuori un altro nome: Alexander Powell. Si trattava di un commerciante di carne di New York che riforniva battelli, hotel e ristoranti. Allo scoppio della guerra, Powell scrisse al presidente americano sostenendo di avere l’esperienza adatta per rifornire le truppe con la carne necessaria. In quanto rifornitore della Florida, diceva di poter spedire carne fresca nelle zone più calde. In certe zone, a causa delle alte temperature, senza frigoriferi adatti, la carne non poteva durare a lungo, ma lui conosceva un processo in grado di preservare la qualità della carne dai 4 ai 10 giorni.

Avrebbe applicato questo suo processo segreto alla carne acquistata dal governo e diretta alle truppe in Florida e a Cuba. Il presidente passò la lettera al dipartimento della guerra che declinò l’invito: niente carne trattata ai soldati. Powell asseriva di non utilizzare acido borico o salicilico. Le carcasse da lui trattate, si conservavano per oltre 75 ore. Daly disse di aver mangiato la carne e sofferto di nausea. Ma disse, anche, di non essere in grado di poter collegare la nausea alla qualità della carne o alla giornata difficile e afosa passata a cavallo.

Secondo quanto ricostruito dall’inchiesta però, tale processo segreto di Powell non fu utilizzato per la carne destinata ai soldati.

Emersero altri dettaglio. Ad esempio, la Swift and Company, che aveva firmato il contratto con il governo per rifornire l’esercito, avrebbe dovuto costruire anche dei depositi refrigerati a Cuba per stipare le provviste di carne. Questi depositi entrarono in funzione però molto tardi. Sulla nave Panama, la stessa dove il maggiore Daly vide la carne di manzo, il ghiaccio era insufficiente, di conseguenza la carne arrivò avariata e fu gettata in mare. I carri merce, inoltre, adibiti al trasporto della carne di manzo, secondo la testimonianza del colonnello Sharpe, non furono precedentemente puliti. Erano infestati dai vermi dello sterco e della spazzatura lì trasportati.

Nonostante queste carenze sul piano igienico, la corte concluse che la carne di manzo venduta all’esercito era tutto sommato in ottimo stato, l’unica negligenza si riscontrò nell’organizzazione della sua consegna e nella conservazione prima della consumazione.

Il Generale Miles precisò che il termine “imbalsamato” fosse legato alla carne congelata e non a quella in scatola, sebbene la stampa utilizzò questo termine per tutti i tipi di carne di manzo forniti all’esercito. Sta di fatto che molti soldati si rifiutavano di mangiarla, asserendo che il manzo in scatola fosse “gommoso, stopposo, sgradevole e nauseante alle volte”. La scarsa qualità della carne era accompagnata dalla mancanza di condimenti e verdure: insomma, un pasto immangiabile in tutto e per tutto.

Considerata come cibo da viaggio, era di solito accompagnata da pomodoro in scatola, gallette e caffè. Di solito era distribuita fredda insieme alle gallette e ai pomodori. Per la commissione Wade il manzo in scatola sarebbe stato anche un piatto accettabile se solo fosse stato accompagnato da verdure e patate. Tuttavia considerò l’acquisto un errore.

Harvey Wiley , un chimico del Dipartimento dell’Agricoltura, fu ingaggiato per investigare sulla qualità della carne. Wiley era un convinto oppositore dei conservanti. Analizzò la carne in scatola fornita ai soldati e quella che si trovava comunemente nei mercati, ma non trovò alcun additivo chimico se non semplicemente del sale usato come condimento. Wiley aveva condotto dei test su alcuni volontari (chiamati per l’occasione “poison squad”), notando come alcuni conservanti, come ad esempio l’acido borico, fossero la causa di mal di testa e costipazione. Campioni di carne dagli accampamenti della Florida, Cuba e Porto Rico, South Carolina, Georgia e Alabama furono spediti a Washington per i test clinici. Anche qui nessun additivo chimico riscontrato. Wiley notò solo che il manzo in scatola aveva un contenuto proteico più alto rispetto alla carne fresca e che questa presentava un contenuto di grassi maggiore.

Secondo Wiley, sia la carne fresca che quella in scatola appena aperta, a causa delle alte temperature, si deteriorava molto velocemente creando le ptomaine, scoperte dal chimico italiano Francesco Selmi alla metà del XIX secolo e ritenute responsabili delle intossicazioni alimentari. Erano proprio queste, secondo Wiley, a creare nausee e malanni. La dieta dei soldati, molto povera, aggravava solo la situazione.

Né la Dodge, né la Wade, riuscirono a produrre prove convincenti che la carne fosse stata realmente trattata chimicamente e che questa fosse la causa di morte e malattie tra i soldati. Le accuse di Miles furono considerate infondate: perché seppur vero che alcuni soldati si intossicarono a causa di carne contaminata e avariata, non si dimostrò alcun collegamento con gli additivi chimici.

La maggior causa di morte tra i soldati fu il tifo che si diffondeva velocemente tra le truppe a causa del cibo e delle bevande contaminate. Spesso l’acqua distribuita ai soldati non veniva bollita. La vicinanza delle latrine alle sorgenti d’acqua, faceva sì che i soldati si infettassero. Singolare il caso della 52^ fanteria dell’Iowa, che registrò 37 morti nell’accampamento di cui 36 per tifo.

Si calcola che nel 1898, la febbre tifoidea infettò il 90% dei reggimenti entro le otto settimane dall’arrivo. Su quasi 108 mila soldati, circa 20 mila contrassero il tifo e ben 1580 morirono. Numeri approssimativi perché si pensa che alcuni soldati morirono anche a causa della Salmonella, che fu però scoperta solo nel 1880.

La guerra con la Spagna era stata definita “splendida guerricciola” per via proprio del basso numero di caduti. In realtà, il dato singolare è che morirono più soldati a causa delle malattie. Si stima che durante gli scontri a Porto Rico e a Cuba morirono 280 uomini sul campo di battaglia e 2630 per altre cause. Secondo studi più approfonditi, dal maggio 1898 all’aprile 1899, ben 5348 uomini morirono di malattie e solo, si fa per dire, 968 per ferite o incidenti.

Nonostante gli studi sul tifo, la credenza che il manzo imbalsamato fosse la maggior causa di morte restò molto diffusa, come abbiamo visto anche dal racconto di Sinclair.

Sì, ancora una volta il racconto di Sinclair torna prepotente nella nostra storia. Perché “la giungla” insieme allo scandalo della carne imbalsamata stravolsero la società americana.

I dettagli emersi durante le inchieste spinsero la classe politica ad agire. In molti si resero conto che mancava un adeguato programma di controllo ed ispezioni. Nonostante dal 1891 il Dipartimento dell’Agricoltura effettuasse controlli sugli animali prima e dopo la macellazione, non si preoccupava però di controllare la carne anche successivamente. La carne avariata ritrovata nell’accampamento di Jacksonville, ad esempio, aveva superato proprio uno di questi controlli. Questo significa che durante i controlli al mattatoio, l’animale non presentava malattie e la sua carne non era stata danneggiata.

La credenza che il manzo imbalsamato fosse la maggior causa di morte tra i soldati durò anche per un altro motivo. Molti americani, infatti, erano dubbiosi circa la carne trattata con i conservanti. All’inizio preferivano la carne fresca, poi, a causa del minor prezzo, optarono per quella surgelata o in scatola mantenendo però alcune perplessità.

Già prima della guerra con la Spagna questi dubbi spinsero il governo nel dicembre del 1897 a presentare un disegno di legge per proibire il commercio, tra gli stati, di cibo adulterato con additivi chimici. Nel marzo del 1898, il primo congresso nazionale del Pure Food, che si occupava della qualità del cibo, si riunì a Washington.

In questo clima di paura e sconcerto arrivò nel 1906 la pubblicazione de “La giungla” di Sinclair, prima a puntate per un giornale e poi in un libro, e come detto sconvolse l’opinione pubblica. Jack London lo definì “la capanna dello zio Tom della schiavitù salariale”: un libro in grado di fare la storia. Se Sinclair però puntava a mettere in risalto le condizioni difficili dei lavoratori, i lettori furono colpiti invece da quanto letto circa la produzione della carne. Lo stesso Sinclair affermerà sul Cosmopolitan: “Ho mirato al cuore del pubblico, e per caso l’ho colpito allo stomaco. Mi sono reso conto con amarezza che ero stato trasformato in una celebrità, non perché il pubblico si prendesse cura dei lavoratori, ma semplicemente perché il pubblico non voleva mangiare più carne tubercolare”.

Come c’era da aspettarselo, lo scandalo della guerra e il libro influirono sul mercato della produzione di carne.  

Fu allora, che questi eventi fecero da preludio al “Pure Food and Drug Act” del 1906. L’allora presidente Theodore Roosevelt, che aveva combattuto durante la guerra ispano-americana e che mangiò la carne incriminata, spinse il Congresso ad agire e nel 1906 il “Pure Food and Drug Act” e il “Meat Inspection Act” divennero legge. Si trattava del primo di una serie di leggi sulla protezione dei consumatori che puntava a vietare il traffico straniero e interstatale di prodotti alimentari e farmaci adulterati, o etichettati, in modo errato. Portò alla creazione della Food and Drug Administration cambiando per sempre il modo in cui l’America affrontava il suo cibo.

Nonostante fossero ormai passati circa vent’anni dalla fine della guerra con la Spagna e dai dettagli emersi dalle commissioni d’inchiesta, la credenza attorno alla carne imbalsamata restò ancora forte. Ne è la prova il progetto di legge avanzato nel marzo del 1917 dall’italoamericano Fiorello La Guardia di New York. Il futuro sindaco della “Grande Mela” chiedeva il carcere in tempo di pace, o la condanna a morte in tempo di guerra, per tutti coloro che avessero fornito cibo o materiali di scarsa qualità all’esercito. Non sorprende scoprire che suo padre, Achille La Guardia, combatté durante la guerra con la Spagna e la sua morte, avvenuta anni dopo la guerra, si credette fu dovuta proprio al manzo in scatola mangiato a Tampa in Florida nel 1898.

Siamo giunti al termine di questo episodio, vi ringrazio per l’ascolto. Se volete saperne di più su questa vicenda vi consiglio di leggere sicuramente “La giungla” di Upton Sinclair. Inoltre, sul sito del New York Times, per gli iscritti, è possibile leggere gli articoli pubblicati all’indomani dello scoppio dello scandalo. Sul sito di “Jstor” trovate l’articolo, in inglese, scritto da Edward Keuchel che ho utilizzato per questo episodio e che vi lascio come sempre in descrizione. Se vi è piaciuta questa storia, vi invito a condividere il podcast, a lasciare un commento o una recensione. Iscrivetevi al canale per non perdere i nuovi episodi. Vi ricordo che “In cerca di storie” è anche su Instagram e Twitter. Vi ringrazio per l’attenzione e vi do appuntamento al prossimo episodio. Ciao!

Libri e articoli citati in questo episodio

  • “La giungla” di Upton Sinclair. PGRECO EDIZIONI
  • KEUCHEL, E. (1974). CHEMICALS AND MEAT: THE EMBALMED BEEF SCANDAL OF THE SPANISH-AMERICAN WAR. Bulletin of the History of Medicine, 48(2), 249-264. Retrieved January 3, 2021, from http://www.jstor.org/stable/44447546

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